domenica 12 febbraio 2017

Un consiglio e qualche pensiero nel giorno dei 45 anni dall'uscita di "Eat a Peach" [Extra]


Oggi, così per dire, la pagina Facebook della Allman Brothers Band ha pubblicato una breve nota in cui si sottolineava una ricorrenza molto importante: i 45 anni di Eat a Peach.
E' chiaro che tenere il conto di quanti dischi importanti, per non dire essenziali, del 1972 è un'impresa impossibile, ma Eat a Peach per me non è solo un bellissimo documento della musica rock di quell'anno. No.
Eat a Peach contiene One Way Out, e One Way Out è stata la canzone con cui ho scoperto la banda dei fratelli Allman. Ero al cinema a vedere The Departed e c'era questa scena incredibile in cui Leonardo di Caprio siede al banco di un bar irlandese di South Boston e ordina un succo di mirtillo. E' una serata complessa: lui è un poliziotto sotto copertura e deve farsi strada nella malavita della città. Ha deciso di accompagnare suo cugino, uno spacciatore da quattro soldi che però ha conoscenze e agganci che lo potranno inserire nel giro di Frank Costello, il capo dei capi. Uno degli scagnozzi di Costello va a sedersi a fianco del nuovo arrivato e, giudicando troppo "effeminato" l'ordine effettuato da Leo, lo prende in giro dicendogli che il succo di mirtillo è un diuretico naturale e che la sua ragazza lo beve nel periodo del ciclo. <<Anche tu hai le mestruazioni?>>, gli domanda. Leo aspetta che il barman gli porga il bicchiere sul banco, scrolla due volte la sigaretta nel posacenere, la ripone fra le labbra e con un gesto fulmineo fa esplodere, letteralmente, il bicchiere di succo nella tempia del mafioso. Ed è allora che le Gibson di Duane e Dickey Betts iniziano ad intrecciarsi, la doppia sezione ritmica di Jaimoe e Butch Trucks (recentemente scomparso) si intensifica e gli altri mafiosi accorrono in soccorso dell'amico ferito. Il più grande e cattivo fra loro, il signor French, invita il giovane impetuoso a calmarsi, lo blocca un paio di volte e, dopo averlo minacciato di strappargli via i testicoli, gli consiglia di darsi una calmata, di rinunciare alla vita da spacciatore (non fa per lui, troppo impulsivo e permaloso) e di tornare a sedersi composto. Non prima però di avergli chiesto <<Che stavi bevendo?>> e, alla sua risposta, replica con un sarcastico <<Perchè? Hai le mestruazioni?>> e Leo, stavolta, non reagisce. Tutto questo dura una ventina di secondi.
Eat a Peach è il primo disco che ho comprato degli Allman, prima del concerto al Fillmore e  molto prima di Brothers and Sisters. E' un disco spartiacque, ma pure un'opera nata dal dolore, il dolore della perdita di Duane, morto durante le registrazioni di nuove canzoni per quel terzo album in studio che, al momento della sua dipartita, nemmeno aveva un nome. In realtà, Eat a Peach rappresenta al cento percento le molteplici anime della band: in parte dal vivo, in parte in studio, nasce come doppio LP (su cd lo potete comodamente acquistare su disco singolo, anche se dieci anni fa circolò una edizione deluxe espansa), contiene la più lunga canzone mai pubblicata dal gruppo (Mountain Jam) e una delle più brevi (la splendida ninnananna strumentale Little Martha, che lo conclude). Ci sono i capolavori rimasti fuori dal Fillmore, uno dei manifesti poetici di Dickey Betts (Blue Sky), due possenti cavalli di battaglia usciti dal canzoniere di Gregg (Ain't Wastin't Time No More, Stand Back) e la sua lovesong più nota (Melissa). In tanta bellezza, c'è spazio pure per uno strumentale destinato a rimanere "minore" fra i molti incisi dal gruppo (Les Brers in A Minor).
Eat a Peach non è nè "il disco di Duane", nè "il disco di Dickey" (odiose diciture adottate dalla critica dalla metà degli anni Settanta in poi, come se esistessero più Allman Brothers Band), ma se non lo avete mai sentito, non avete idea di cosa vi siete persi.
Un disco a cinque stelle in cui immergersi, senza mai abbandonarlo del tutto.

domenica 5 febbraio 2017

Francesco de Gregori, "Sotto il vulcano" [Suggestioni uditive]

Francesco de Gregori,
Sotto il Vulcano
(Universal Music, 2017, Live, 2 Cd)














Un paio di giorni fa ero al mio negozio di dischi di fiducia per capire quando sarebbe uscito il prossimo dei Tinariwen e per appurare se davvero John Scofield sarà in quel di Empoli (esatto, Empoli) fra un mese e qualcosa. Spulciando qua e là- amo spulciare -trovo un doppio, costoso vinile fresco di stampa di de Gregori con copertina finto Housaki, titolo ispirato ad un romanzo di Malcom Lowry (Under the Volcano, 1947) e icona del Ciccio in tipico stile anni Dieci. Sì perchè, il Principe, a suon di comparsate e presentazioni fra librerie Feltrinelli e salotti faziani (e, soprattutto, faziosi), si è visto costretto a reinventare la propria immagine e dunque vai coi completi total black, occhiale Wayfarer con lenti fumè e Borsalino (ha fatto un'eccezione allo scorso Salone del Libro di Torino indossando uno Stetson nero, per altro molto bello). Ma magari il de Gregori del nuovo Millennio avesse reinventato un po' anche le sue doti da palcoscenico. Perchè se è vero che si trovano cose interessanti anche nei suoi ultimi dischi (compreso Amore e furto, che continuo a non amare ma che rispetto tantissimo), si è perso il conto di quelli dal vivo pubblicati negli ultimi quindici anni ad essere inutili e dimenticabili. Chi ricorda più Fuoco amico (2002), Mix (uno dei due usciti nel solo 2003) o la doppia brutta copia di Banana Repubblic denominata Work in Progress (2010) o, ancora peggio, Pubs and Clubs (2012)? Molto probabilmente, nessuno. E nessuno avrà motivi particolari per ricordarsi di Sotto il Vulcano.
Scaletta banalissima. Come si può ancora proporre Generale, La donna cannone (la odierà anche tanto, ma non c'è disco dal vivo in cui la abbia scartata), Buonanotte Fiorellino, Rimmel, Titanic, La storia, Pezzi di vetro senza apparire tediosi, accomodati e ripetitivi? E come includere- visto che si parla comunque del tour di Amore e furto -così poche covers di Dylan?
Lasciando perdere la discutibile tracklist, vogliamo parlare di musica? Questa esibizione di Taormina sembra una versione perfino peggiore del concertone (più da RAI1 che da RAI3) tenuto all'Arena di Verona, quello per cui, in seguito al duetto con Fedez su Viva l'Italia, i giornali parlarono soddisfatti di "ringiovanimento di de Gregori". E chissà se per loro sarà un sintomo di una ritrovata gioventù ostentare questo chitarrismo pesante, tamarro e pasticciato: più che dalle parti di Dylan qua siamo in zona Springsteen post-11 Settembre. Che dio, ammesso che esista, ci aiuti!

"Triplicate": anteprime assassine [Extra]

Tutto ha inizio con un post sulla pagina Facebook di un famoso premio Nobel per la letteratura. Semplicemente, si annuncia l'uscita del 38esimo album a nome Bob Dylan, sottolineando- comprensibilmente -il fatto che si tratterà del primo triplo della sua ultrancinquantennale carriera. Come i suoi due ultimi dischi (Shadows in the Night e Fallen Angels), sarà un'opera interamente composta di covers, o meglio di riproposizioni di vecchi standard di quello che, oltreoceano, chiamano "The Great American Songbook" e di cui Dylan è esperto conoscitore. Nei due album precedenti si imponeva il confronto con Frank Sinatra (esecutore storico di quei brani), stavolta no. Triplicate uscirà il 31 marzo, sarà suddiviso per tematiche e conterrà trenta pezzi, dieci per disco. Come sempre, Dylan non si vergogna di pubblicare il maggior numero di informazioni possibili concernenti il proprio lavoro: e dunque ecco la copertina, con una grafica del titolo che ricorda i caratteri di arcaiche etichette di dischi in ceralacca (a me, per dirne uno, viene in mente il logo della Vocalion, passata alla storia per aver fatto incidere Robert Johnson) ma di fronte a cui il popolo del web italico parte per la tangente. C'è chi- magari a mo' di battuta -la accosta ad una copertina di un album black metal e chi, ancora peggio, vi legge un omaggio ai Jethro Tull. L'artwork è seguito a ruota da una scaletta molto dettagliata e da un singolo in linea con quelli pubblicati negli ultimi due anni. Niente videoclip, ma solo una camera fissa sul piatto in cui ruota il disco:

Uno dei motivi per cui l'arrivo di Triplicate non è stato propriamente accolto bene è il fatto di essere il terzo (nonchè triplo, stavolta) disco di canzoni non firmate da Dylan nell'arco di un quinquennio. Chi ha comprato Shadows in the Night (un disco che ha goduto di un ottimo riscontro commerciale) non ha fatto lo stesso con Fallen Angels, e chi ha comprato Fallen Angels ha già promesso che non prenderà Triplicate. Tutti si sono stancati di questa musica e certo Triplicate promette di essere diverso, ma non troppo diverso dai suoi due predecessori. Alcuni già preannunciano il "suicidio commerciale", ma così facendo dimostrano solo di non conoscere bene Dylan e di non avere mai ascoltato dischi come Saved, Down in the Groove, Good as I Been To You o Christmas in the Heart. Altri commentano sdegnati: "Basta! Non se ne può più!", "Che 2 palle!", "W Sinatra!", "Non se ne sente il bisogno". C'è chi addirittura si spertica in un assurdo accostamento fra il premio Nobel e Rod Stewart, entrambi intenti a rileggere il canzoniere americano, entrambi con alle spalle un disco di Natale, entrambi protagonisti di MTV Unplugged (per altro quello di Stewart è, a parer mio, il migliore mai pubblicato).
Riporto poi due commenti davvero privi di logica: Il primo è "Trovo sempre comico che si dia come produttore Jack Frost, che è solo uno degli pseudonomi dello stesso Dylan". Ma cosa vuol dire? Per chi non lo sapesse, Dylan si autopubblica come Jack Frost dal 2001. Difficile capire cosa una persona possa trovare di comico in una scelta tanto legittima quanto datata. Sarebbe come puntare l'indice sulla sua intera produzione, rea di essere stata pubblicata da Bob Dylan e non da Robert Allen Zimmerman. Il secondo, invece, è "Ma non sa più scrivere?". Forse qua il problema non è più se Dylan sappia scrivere o meno, ma se il suo pubblico sia in grado o no di seguirlo in questi anni Dieci e in questa sua vecchiaia.
Anche io ho scelto di non comprare Shadows in the Night e Fallen Angels, anche io sono un po' deluso dall'anteprima di un altro disco di canzoni non dylaniane (specie dopo aver letto, a fine 2016, rumors su una papabile nuova co-produzione fra il nostro e Daniel Lanois), così come lo sono stato dal cofanetto del tour del 1966 (sapete, mi aspettavo un The Bootleg Series Vol. 13 con scarti degli anni Ottanta, le prove in studio con Garcia e Tom Petty, ecc.), ma, "signuri", si parla di Dylan: quindi prima si ascolta, poi si ragiona.

mercoledì 1 febbraio 2017

Brunori Sas, "A casa tutto bene" [Suggestioni uditive]

Brunori Sas,
A casa tutto bene
(Picicca Dischi, 2017)















Dario Brunori, trentanove anni, calabrese, sotto le spoglie di Brunori Sas aveva infilato un paio di discreti pezzi con il suo secondo album, Poveri cristi, nel 2011. Lei, lui, Firenze e Una domenica notte mi avevano convinto. Certo, cantate come le canterebbe un emulo scadente di Francesco de Gregori, ma comunque ben confezionate e costruite su di una buona metrica. Il resto del disco non era niente di che, ma meritava un ascolto.
Da allora sono passati sei anni e Brunori ne ha fatta di strada, ma soprattutto ne ha prodotta di musica di merda! Vol. 3: Il cammino di Santiago in taxi viene a noia già dal titolo e Kurt Cobain sarebbe stato un singolo indegno perfino di venir presentato ad X-Factor (nella squadra di Arisa, toh!). In più ho avuto la sventura di vederlo pure promuovere questo disco, nel giugno 2014, a Staggia, occasione in cui- forse ricordo male -vollero pure dei soldi per il biglietto.
La cosa che fa un certo effetto del nuovo A casa tutto bene (Picicca Dischi, ) non è solo che il singolo di lancio, Canzone contro la paura, è un para-plagio orribile di Com'è profondo il mare (aspetto che gli ascoltatori più preparati e colti avranno sicuramente notato), ma il fatto che non dica nulla. Alla fine è un album pop composto di canzonette, ovvero testi e melodie, roba a cui siamo abituati da sessant'anni, eppure niente: è vuoto. E questo vuoto verrà portato a giro non per le sale da concerto, per i teatri, per i club o i bar. No.
A casa tutto bene è un disco cool, non un capolavoro, ma un disco che si cucca voti alti (e sempre, rigorosamente senza motivi apparenti) e per questo motivo il tour dovrà svolgersi negli atenei. Il primo, manco a dirlo, è quello senese, visto che Darione ha svolto qua i suoi studi in economia e commercio prima di scoprirsi cantautore. A lui non sembra vero di tornare nelle aule e di parlare agli studenti. Tutti vogliono parlare agli studenti. Deve sentirsi un po' come quando Leonard Cohen suonò alla Sapienza occupata, solo con meno cocaina nel sangue.
E comunque, vuoi per lui, vuoi per la musica, vuoi per i tizi del pubblico (un gregge del tutto paradigmatico) il video qua sotto è roba degna di Zelig:















lunedì 30 gennaio 2017

Indie-gnados [Extra]

Dopo aver visto questo video mi sono reso conto di un fatto: la scena musicale alternativa- ovvero quella che dovrebbe essere il baluardo della "resistenza" culturale italiana -è diventata un oggetto di scherno al pari di quella neomelodica. Uno scherno che, peraltro, ritengo ampiamente giustificato.
La clip è stata creata per la pagina Indiesagio, un gruppetto di leoni da tastiera che finisce sempre col supportare e ascoltare i minchioni di cui, nel video, sembrano prendersi gioco. Poi leggo un commento di un utente: "questo video piacerà tantissimo agli interessati e lo gireranno a loro favore". Forse è vero. Torno sulla pagina principale e mi rendo conto che davvero questa finta sigla non è stata tagliata e montata per prendere in giro gli esponenti dell'accozzaglia dell'indie italico.
Insomma, finisco col non capirci niente e sento la nostalgia di un po' di intelligenza. Trovo un'intervista su Reubblica di ieri a Paolo Conte, splendido ottantenne, ambasciatore di una bellezza tutta italiana. Domande di Antonio Gnoli non troppo lunghe e, sorprendentemente, al di sopra della media tenuta da questo quotidiano. E leggere dichiarazioni come «Penso che il passato prossimo invecchi prima di quello remoto» è la giusta ricompensa in questi giorni di facili e patetiche indie-gnazioni nazionalpopolari.



lunedì 19 dicembre 2016

[Classifica] Year of the Dead, ovvero 10 dischi e qualcosina per il 2016

Un anno "sfortunato".
Si avvia alla conclusione il più funesto anno che la musica abbia mai conosciuto. In momenti diversi, sono morti personaggi di primaria importanza della storia della musica (Bowie,  Prince, Cohen) ed altri "minori" (fra i miei miti, Guy Clark e Leon Russell non saranno sostituibili). Forse non è soltanto una questione anagrafica, nè tantomeno la "dea" Sfiga che si abbatte sulle nostre passioni: la verità è che, lentamente, stanno scorrendo i titoli di coda e che tutti, volenti o nolenti, siamo costretti ad assistere alla fine di un film di cui non si prospettano validi sequel, ma solo qualche insipido remake. Un'operazione che il cinema sta vivendo già da una quindicina d'anni e che ancora si fa fatica ad accettare, ma dovremo pur rassegnarci prima o poi.
Questo blog e alcune mie scelte.
Da parte mia, ho più che dimezzato il numero di recensioni pubblicate sul blog. I motivi sono molteplici (tempo, voglia, ansia da prestazione nei confronti di chi fa la stessa cosa cento volte meglio, invidia verso chi fa la stessa cosa cento volte peggio ma retribuito, ecc.), i dischi e le canzoni uditi sono stati comunque moltissimi: dunque, ho soltanto rinunciato ad esternare il mio giudizio critico, preferendo ascoltare ciò che gli artisti hanno offerto con un orecchio più "innocente" (e non sempre è stato facile, vi assicuro).
Ho scelto di non proseguire la collaborazione con alcune etichette indipendenti di musica metal italiane. Per quanto gratificante possa essere ricevere complimenti per ciò che uno scrive sulla musica, vedersi recapitare pacchi di dischi (alcuni anche notevoli) gratuitamente a casa ed essere ringraziati da artisti che hanno faticato anni per arrivare dove sono arrivati, non necessariamente è in sintonia con ciò che si è o che si ascolta in una determinata fase della nostra vita.

Ho scelto di non partecipare allo sterile dibattito social sul Nobel di Dylan perchè ho trovato stupido, in partenza, che su un argomento simile si intavolasse un dibattito. Caro Baricco, c'è poco da dire: Dylan è un genio, ha vinto quel premio meritatamente e, che sia andato o no a prenderlo e che sia stato felice o meno di un risultato del genere, sono affari suoi. Alla notizia del Nobel mi sono limitato a scrivere un aneddoto di poche righe nel quale raccontavo di una certa girata svedese fatta ad agosto. Tutto qua.
Il disgusto.
Sono rimasto disgustato da alcune cose: la questione del secondary ticket, su tutte. Soprattutto col ritorno dei Guns N'Roses ad Imola e la venuta degli Aerosmith a due passi da casa mia (Firenze), ho avvertito ulteriormente il peso di questa vergogna tutta italiana. [Per inciso, io a vedere i Guns ci vado!]

Mi ha disgustato la parata di talebani pro-Boss che ha riempito gli stadi e le pagine Facebook per tutta l'estate. Anche a me piace Springsteen, ma come dire? Intanto restiamo umani, facciamo restare umano lui e ammettiamo, placidamente, che la sua autobiografia fa cacare o che il suo show- spesso encomiabile -possa rivelarsi anche oggetto di critiche. Sembra che queste persone (molte giovanissime e, a quanto ho avuto modo di conoscere, solo marginalmente preparate) siano le prime ad alimentare quel meccanismo perverso per cui l'artista, col passare del tempo, perde in creatività ma incrementa in popolarità. Ne deriva, inevitabilmente, una scena musicale arida ed esaurita, perlopiù costruita sulla nostalgia.

Mi ha disgustato e annoiato guardare alcune puntate di X-Factor, uno show imbecille, pensato e popolato da imbecilli. Non me ne frega niente di quelli "espertoni" melomani che lo seguono solo per snobbarlo. Anche perchè, con X-Factor non c'è un problema di musica, ma di sesso. Se alla gente che si dice tanto "appassionata di musica" piace il tizio vestito come un pagliaccio che soffre per arrivare al successo mentre Manuel Agnelli lo maltratta, vuol dire che non sta seguendo il programma per ascoltare cosa propongono questi già discutibili "astri nascenti", ma per godere, masochisticamente, delle altrui sofferenze, autentiche o patinate che siano. Tutti questi shows si somigliano in partenza: che poi parlino di musica, danza, relazioni amorose o cucina, non ha alcuna importanza. Tutti costruiscono il proprio successo sul sergente Hartman di turno che piazza memorabili parti a culo al soldato Palla di Lardo. Il problema è di chi si compiace ad assistere: ma a quel punto non è meglio spegnere la tv e farsi infilare un braccio in culo dal/lla vostro/a partner ricoperto/a di borchie dopo esservi fatti fustigare per una mezz'ora buona?

I dischi migliori del 2016.
In questo 2016 sono usciti bei dischi, sicuramente più che nel 2015. Naturalmente, Blackstar di David Bowie, capolavoro da me recensito a gloria un paio di giorni prima che il Duca ci lasciasse. Poi è stato il turno di Post-Pop Depression, il disco dove Iggy Pop è rinato incontrando Josh Homme, il deserto, lo stoner e di cui, fra un ventina d'anni, si parlerà come dell'Oh Mercy dell'Iguana. La Tedeschi Trucks Band ha firmato, sempre quest'anno Let Me Get By, primo album in studio finalmente in grado di restituire almeno un pizzico dell'estro e della magia che Susan e Derek riescono a sfoggiare sul palco. 
Un anno di conferme magnifiche (PJ Harvey, Lissie) e di graditi ritorni (Santana, gli Stones, e perfino i Metallica), oltre che di validi esordi (Simo e, ovviamente, i miei personalissimi capolista) e interessanti vagiti dal sottosuolo dell'underground (Mudcrutch, Ian Hunter, Peter Wolf). Mi ha messo a disagio il dolore di Skeleton Tree di Nick Cave, di cui continuo a preferire lo splendido score di Hell or High Water, e ho invece trovato commovente l'omaggio tributato da una schiera di grandi artisti a Blind Willie Johnson uscito a febbraio per la Alligator Records. 
1.
The Marcus King Band, The Marcus King Band (Fantasy Records, 2016)
2.
David Bowie, Blackstar (Virgin Records, 2016)
3.
PJ Harvey, The Hope Six Demolition Project (Island Records, 2016)
4.
Iggy Pop, Post-Pop Depression (Loma Vista Recordings, 2016)
5.
Santana, IV (Santana IV Records, 2016)
6.
Tedeschi Trucks Band, Let Me Get By (Fantasy Records, 2016)
7.
Avishai Cohen, Into the Silence (ECM, 2016)
8.
Mudcrutch, Mudcrutch 2 (Reprise Records, 2016)
9.
Rolling Stones, Blue & Lonesome (Polydor Records, 2016)
10.
Ian Hunter & The Rant Band, Finger Crossed (Proper Records)

MADE IN ITALY.
John Strada, Mongrel (New Model Label, 2016)

LIVE ROCK.
Iggy Pop, Post-Pop Depression Live (Loma Vista Recordings, 2016, 2 Cd+DVD)

LIVE JAZZ.
Caetano Veloso & Gilberto Gil, Dois amigos, um seculo de musica. Ao vivo
(Nonesuch Records, 2016, 2 Cd)

COLONNA SONORA.
Nick Cave & Warren Ellis, Hell or High Water (Milan Records, 2016)

IL TRIBUTO.
AA.VV., God don't Never Change: The Songs of Blind Willie Johnson
(Alligator Records, 2016)

IL BOXSET.
The Grateful Dead, Red Rocks 7/8/78 (Rhino Records, 2016, 3 Cd)

Rogue One [Recensione]

Andare al cinema con calma, non trepidante, ma nemmeno disinteressato. Questo è l'approccio che ho mantenuto con Rogue One di Gareth Edwards, una Star Wars Story messa in cantiere da Lucasfilm e Disney in contemporanea con Episodio VII e approdata in sala giusto appunto lo scorso giovedì. Ebbene, non solo non me ne sono pentito, ma penso di avere visto il più bel film di (anche se i puristi propendono per un "legato a") Guerre Stellari girato negli ultimi trent'anni.
L'antefatto con Jyn (Felicity Jones) bambina che si rifugia in una grotta vale da solo il primo tempo de Il risveglio della Forza, mentre tutto il resto ripaga di tutte le cadute, i fan services inutili e le spudoratezze da copia/carbone del film di Abrams. Merito di una sfilza di personaggi meravigliosi, di un plot avvincente e in grado di approfondire una vicenda i cui svolgimenti erano stati dati per scontati : <<Spie ribelli sono riuscite a rubare i piani segreti dell'arma decisiva dell'Impero, la Morte Nera...>>, possiamo sentir dire in Una nuova speranza. <<Benissimo, ma come han fatto?>> è la domanda (mancata, nel '77) a cui Rogue One dà un'esauriente risposta.
La maggiore fetta del merito va sicuramente a Gareth Edwards- regista che mi aveva entusiasmato con Monsters  per poi deludermi col suo Godzilla -che restituisce finalmente a Star Wars alcuni dei suoi tratti salienti poco curati da Abrams e completamente scomparsi nei brutti episodi 1, 2 e 3 di Lucas: una fantasia sfrenata che investe tutto, dalle comparse alle ambientazioni, e quel lieve senso di cura artigianale che permea tutta la messinscena di Rogue One.
Opera chiusissima e- com'è giusto che sia -autoconclusiva, Rogue One non è nè prequel, nè spinoff, ma, al massimo, un midquel, per usare un termine mai sentito prima di questi giorni. Ovviamente, entusiasma pensare che questa è soltanto una delle infinite storie sviluppabili dai film "canonici", ma basti pensare alla mole di materiale a cui gli sceneggiatori e i soggettisti possono attingere dopo quarant'anni: solo il cosiddetto Universo Espanso (ovvero quell'enorme continente autorizzato da Lucas ma totalmente curato da terzi comprendente libri, serie tv, fumetti, giocattoli, cartoni animati) ha fatto luce su vicende antiche 36.000 anni rispetto a La minaccia fantasma e si è premurato di raccontare storie della galassia ambientate 134 anni dopo Il ritorno dello Jedi. E se qualche morbido allacciamento alla saga "principale" risulta piacevole e affatto forzato, ben più strano è rivedere luoghi e volti ancorati ai prequels di Lucas (Bail Organa, per citare un personaggio): per carità, una delle tante, sorprendenti stranezze a cui ci abitua Edwards per più di due ore di film e che non fanno altro che venir voglia di chiederne ancora.