giovedì 7 dicembre 2017

La mediocrità contro la bellezza [Extra]

Mese delicato dicembre: lungo momento di bilanci, classifiche, giudizi, critiche, ripensamenti. Ma, soprattutto, un mese in cui più che mai emerge, nella sua totalità, lo scontro secolare fra bene e male, fra bellezza e mediocrità. Vi entro come sopravvissuto al famigerato black friday, che ho deciso di boicottare semplicemente infischiandomene. Mai stato cane di trovar nulla, senza poi contare che l'unico paio di scarpe che mi piace da un anno a questa parte non è scontato in nessuna parte del mondo globalizzato. Non dispero: magari me le porta Babbo Natale, complice l'avvicendarsi delle festività del Sole, unico, autentico motivo di festeggiamento del 25 dicembre (alla faccia della natività e del papaccio!). Ma, ahimè, dicembre non porta solo regali graditi, film fuori catologo presi in edizione dual disc al prezzo di una birra media, cesti ricolmi di cd di ogni genere, luminarie affascinanti a cui ognuno delega il significato che preferisce, e ancora vini, dolciumi, formaggi, libagioni. Purtroppo, tocca far fronte anche all'ipocrisia del "buon cristiano", a quelle usanze piccolissimo-borghesi che, anno dopo anno, perdono in credibilità e riguadagnano solo in inutilità. E' facile vivere in una comunità medio-piccola e imbattersi in merde umane caracollanti e contraddittorie che sai per certo ti ammazzerebbero se solo l'omicidio non fosse reato ma che, in questo periodo dell'anno, si sperticano in asfissianti riverenze e dolorose (per me, che vi assisto, e per loro, che ne sono prede) prostrazioni. Non c'è salvezza: dove mi sposto, dove mi piove addosso una scarica di dolente banalità. Si comincia già nel primo week-end del mese alla Coop, dove, in fila al banco gastronomia, incontro una lontanissima parente, diretta discendente di quel ramo familiare che, al contrario di tutto il resto dell'albero genealogico, si è un po' arricchito. <<Tante care cose a te e alla tua famiglia...>>, mi dice, mentre io, in nome della buona educazione, accenno un sorriso falsissimo ma, per non scendere al suo livello, mi limito a un semplice <<Grazie... altrettanto>>. E poi penso <<E adesso, bucaiola maledetta, lasciami solo, a ordinare la mia schiacchiata con le zucchine...>>. Segue un episodio che vede protagonista una coetanea dei miei, rinomata mitomane con una spiccata tendenza alla malattia immaginaria, nemica giurata di intelligenza e raziocinio come io lo sono di razzismo e giudici di talent-show musicali. Mancano più di venti giorni a natale, ma nel bar-pasticceria in cui la incontro lei è già intenta a trattare il prezzo di panettoni, pandori e torroni. Solo sentirla parlare mi fa venir voglia di ordinare il primo Negroni della giornata, ma- resomi conto che non è nemmeno mezzogiorno -opto per una spuma bionda e un tramezzino col tonno. Ostento indifferenza senza perderla d'occhio nello specchio dietro il bancone, ma mi riconosce comunque. Mi tempesta di domande sul mio presente a cui non lascia neanche il tempo di formulare una risposta, e, mentre cerco di pulire con un tovagliolino di carta gli angoli della bocca, è già passata  a predire il futuro: mio, suo, dell'intero paese. Un futuro dove, manco a dirlo, l'Islam stravince. <<Magari!>>, mi verrebbe da auspicare già solo guardandola. Passato l'interminabile momento di livore fallaciano, veste un sorriso di circostanza e chiosa con una frase ebete e violenta: <<Oh, allora buone feste e, se iddio vole, basta la salute...>>. A volte mi convinco di vivere il lungo, distopico incubo di qualcun altro. Comincio a temere che un mondo migliore non esista. E se perfino nelle poche ore di sole a disposizione di una domenica dell'avvento dovessi guidare fino al limitare di uno dei miei amati boschi per poi imbattermi in un conoscente pronto a sfoggiare il suo miglior <<Ti faccio tanti auguri ora che ci si vede, ma tanto ci rivediamo, sì...>>? Meglio non rischiare. Resto a casa ad ascoltare, in trip, uno dei miei pezzi preferiti tra i cento che adoro dei Jefferson Airplane: Trial by Fire. Una storia vera, si dice, di una fuga di un giovane bandito che muore in un incidente stradale, o qualcosa di simile. Quando uscì questo live- ma anche in tempi recenti -si scrisse che il gruppo non aveva più niente da dire (siamo nel 1972 e i Jefferson pubblicavano regolarmente già da sei anni). Quanti ne vorrei di gruppi che non hanno "più niente da dire" e decidono di dirlo in questo modo. 
Devo andare via sull'autostrada, far durare questo momento
perché si avvicini al futuro, mescolandosi col passato.

Gironzolando contento, cosa pensi che veda ?

Quella mano ossuta che ti chiama e mi dice <<Ragazzo, vieni con me>>.

Quel motore non è abbastanza robusto per superare la curva,

così giaci sulla schiena nel mezzo di un campo e vedi il tuo corpo bruciare. 
Comincio ad approntare, grazie ad iTunes, la playlist per la compilation dell'inverno 2017 da regalare a chi me la chiede (un'usanza ormai vecchiotta nel mio giro di amicizie), mentre, di quando in quando, controllo il mio account TicketOne. Un paio di buoni posti per Bob Dylan a Firenze ci sarebbero pure, ma preferisco aspettare, vedere cosa rimarrà nei prossimi mesi e, soprattutto, se e a quali prezzi verranno "ributtati" i biglietti per la platea numerata del primo settore. Non c'è fretta, nè sono stato in grado di trovare un'anima disposta a tenermi compagnia per l'ipotetica serata del 7 aprile. Tutti cementificati su Firenze Rocks, tutti ancora indecisi se prendere o meno dei biglietti che, mentre loro riflettono, sono già finiti, tutti non ancora rassegnati alla triste realtà, la stessa con cui ho dovuto fare i conti pure io (ossia che tutti i posti per l'equivalente del golden pit per il 15 giugno sono andati esauriti in fase di prevendita). Riccardino è l'unico che mi ha rincuorato, dicendomi che lui Dylan andrà a vederlo, ma a Modena, perchè un'amica gli ha regalato il biglietto per quella sera. Tuttavia, non mi sembra troppo coinvolto: forse non ama sufficientemente lo zio Bob, o forse- come molti -lo teme. In effetti, tutti i torti potrebbe non averli, ma anche lui era presente, come me, di fronte al palco degli Stones lo scorso settembre. Anche lui, da musicista e appassionato, è in grado di analizzare i fatti e di non fare di tutta l'erba un fascia. Visto che nella giungla dei social si leggono già i primi sproloqui su questa corposa sezione italiana del Never Ending Tour e arrivano da ogni dove paragoni fra Dylan e quelle che odiosamente vengono definite "vecchie glorie" (un termine di moda trent'anni fa), me la sento di fare una precisazione,  a prescindere che ad anno nuovo mi rechi o meno al concerto al Mandela Forum: confrontare la musica di Dylan con quella di un qualsivoglia gruppo rock non è folle, è da ignoranti (proprio nel senso latino del termine). Sostenere, a cavallo fra 2017 e 2018, che Dylan sia un vecchio bavoso che fa concerti per soldi significa non sapere di cosa si stia parlando, in quanto la sua produzione poetica e musicale non è confrontabile con qualsiasi altro gruppo o artista di derivazione rock and roll: sono due livelli diversi e mai sovrapponibili.

Nella notte fra il primo e il 2 dicembre rompo ogni indugio e mi iscrivo a neilyoungarchives.com. Sulle prime, tento via Facebook, ma il sistema deve essere intasato e compromesso, visto che per dieci minuti i miei dati non vengono nè assimilati, nè riconosciuti da questo gigantesco sito a cui il Loner ha lavorato (e ha fatto lavorare, mi sa) negli ultimi anni. Così, ricorro al mio account gmail e la cosa va in porto nel giro di alcuni secondi. Nella casella di posta elettronica mi arriva una mail di Neil, una lettera indirizzata e firmata che mi fa tremare le gambe e battere il cuore (<<Abelardo? Eloisa? tiè!>>). Leggo distrattamente una lista di istruzioni in inglese, salto a piè pari un video tutorial sempre in lingua e passo ad aprire gli archivi. L'interfaccia è una meraviglia. Imposto come preferita la modalità timeline, semplice e intuitiva. Non c'è traccia dei dischi perduti, ovvero quelli destinati- nel catalogo fisico -alla famosa SRS (Special Release Series), sulla quale, dall'anno dell'annuncio (2009), è stato pubblicato solo Hitchhiker (nel settembre scorso e per giunta come quinto cd della serie): tuttavia, nella sezione FAQ del sito, leggo che verranno messi presto. E' notte, ho le cuffie e non posso gustarmi la tanto sventolata qualità audio delle canzoni pervenute a tutto volume nell'impianto. Lo faccio l'indomani. Se mancavano ulteriori prove per dimostrare il fallimento di Pono e di tutte le strampalate teorie di Young sull'alta fedeltà nella musica liquida (recentemente si è distinto anche come sostenitore del progetto di streaming "di qualità" denominato Xstream), paradossalmente sono proprio i suoi archives a fornirle: le canzoni che possiamo ascoltare qui sono semplici file mp3 in risoluzione 320 kbps; poi, chiaramente, se spostiamo il cursore dalla sigla "320" su "Master" otteniamo lo stesso file in qualità 24bit, ma occhio a non avere il PC (dallo smartphone non è possibile accedere agli archivi se non tramite una app che sembrerebbe essere in arrivo) troppo occupato o sovraccarico. La risoluzione, in questo caso, diventa paragonabile a quella di un cd semplice: il che, per un artista che fu fra i primi a interessarsi a formati ottici di fascia superiore e che ha impiegato oltre vent'anni prima di poter ripubblicare interi capolavori della propria carriera in HDCD o DVD-Audio, fa quantomeno sorridere. Per il resto, il sito è bello da vedere e piacevole da visitare e magari- fin tanto è gratis -iscriversi e bazzicarlo non fornirà le risposte alle grandi domande dell'esistenza ma sicuramente renderà più sopportabile viverla. Concludo con una dritta: se di fronte alle cartelle dei film e/o documentari vi viene duro, sappiate che sono corredate da schede di informazioni, foto, link a video preesistenti su YouTube ma che non avrete nessuna possibilità di visionare il materiale, nè parzialmente, nè per intero. Anche in questo caso, come accennavo poco sopra, ad oggi 7 dicembre, nessun barlume di materiale inedito: il che, per uno che è dalla tarda adolescenza che anela ad ascoltare Homegrown, è un po' frustrante.

Dal 2 dicembre entro anche in modalità "cene". Lo so che ingrassiamo, riempiamo i nostri corpi di sostanze inusuali, se non, talvolta, di merda, ma attendere il solstizio di inverno cenando in compagnia presso tavolate di ogni forma, colore e dimensione è il massimo. Capita, tuttavia, di non digerire immediatamente il ben di dio ingurgitato la sera prima, e così, certe domeniche mattina, invece di essere votate al sacrosanto riposo, finiscono col partire con largo anticipo. Sono momenti in cui, se supero il giramento di coglioni, cerco di far volare alti i pensieri, leggo un libro, disegno, ne approfitto per stare un po' da solo con me stesso, spippolando il computer e lasciandomi trasportare dalla corrente di quei siti e-commerce a cui, ogni tanto, devolvo il mio obolo. Come il web 2.0 ci ha ormai abituati, è facile cliccare su un prodotto che ci interessa e che, subito dopo, negli spazi dedicati alle inserzioni del sito visitato poc'anzi, si configurino oggetti identici o simili, segnalati con insistenza e venduti "a partire da" una cifra sempre e comunque inferiore a quella visualizzata precedentemente. Oggi mi si para davanti, in tutto il suo splendore, DVD dei Led Zeppelin. Ci avete mai pensato a che razza di titolo meraviglioso e definitivo è DVD per un dvd? Quando da ragazzino presi in mano, svenandomi, DVD dei Led Zeppelin, non sapevo cosa ci fosse dentro, ma mi resi perfettamente conto che stavo portandomi a casa un pezzo di Storia. Era nei negozi da un paio d'anni e continuava a vendere una cifra pazzesca (pazzesca, intendo, per un DVD musicale), costava una cifra con cui oggi compri un box con tre stagioni de Il trono di spade e faceva il paio con The Song Remains the Same, che avevo trovato in forte sconto, alcuni mesi prima, alla Coop di Poggibonsi. Ingenuamente, lo misi a disposizione durante l'autogestione scolastica della primavera successiva e sparì prima che riuscissi a pronunciare la parola "Knebworth". Non ho mai saputo il nome di chi lo rubò, ma spero tanto che abbia una faccia su cui, prima o poi, io possa sputare in totale tranquillità. Nel frattempo, dopo quasi dodici anni di separazione forzata, ho deciso di risolvere. Gioiamo! La bellezza ha vinto di nuovo.

domenica 3 dicembre 2017

[Classifica] Top 10 concerti 2017

Top-ten 2017 concerts

1- Guns N'Roses, Autodromo Renzo e Dino Ferrari, Imola (BO), 10 giugno
2- Tedeschi Trucks Band, Alcatraz, Milano, 19 marzo
3- Claudio Fasoli & Samadhi Quartet, Un Tubo, Siena, 8 marzo
4- Giuseppe Vitale Trio, Bottega Roots, Colle di Val d'Elsa (SI), 26 novembre
5- Ginevra di Marco, Marcialla (FI), 12 luglio

6- Kirk Fletcher & The Dany Franchi Band, Il Tortuga, Poggibonsi (SI), 30 marzo
7- Elli de Mon, Bottega Roots, Colle di Val d'Elsa (SI), 05 maggio
  8- Enrico Rava Quintet, Un Tubo, Siena, 12 aprile
9- Hugo Race & Michelangelo Russo, Bottega Roots, Colle di Val d'Elsa (SI), 1 novembre
10- Le Birrette, Pieve di Molli, Sovicille (SI), 27 agosto

[N.B.: le foto 3, 7 e 9 non le ho fatte io; meglio specificare, non si sa mai...]

mercoledì 29 novembre 2017

Neil Young, "The Visitor" [Suggestioni uditive]

Neil Young,
The Visitor
(Reprise Records, 2017)

















In breve. Faccio fatica a comprendere la natura di The Visitor, trentottesimo disco in studio di Neil Young. Non è per la sua bruttissima copertina, nè per la scelta dei Promise of the Real come backing band (a loro, ormai, tocca rassegnarsi), ma proprio per le motivazioni che spingono, da tre lustri abbondanti, un fuoriclasse del calibro di Young a prodigarsi in pubblicazioni scialbe, prive di spessore, mediocri. The Visitor, parimenti a Earth, Monsanto Years, A letter Home, Storytone, Fork in the Road, Chrome Dreams II o Living with War, non sembra destinato a lasciare il segno nella produzione della terza età del canadese. Capisco anche che non si possa pretendere, da una rockstar settantenne, un Prairie Wind l'anno, un secondo Le Noise o un ulteriore, incredibile, doppio come Psychedelic Pills. Ma allora che senso ha, per un legacy artist che da tempo "promette di regalare oceani", illudere e deludere il proprio pubblico con dischi in tutto e per tutto simili a un lungo riempitivo? Certo, Carnival è talmente inconsueta (per Young, non per Ry Cooder o i Los Lobos o i Doors) da risultare perfino accattivante a un primo ascolto: fosse durata meno, sarebbe stata perfino bella. Change of Heart ora conquista (l'unica a riuscirci), ma fra un mese ce la farò ad ascoltarla senza rompermi i coglioni? Vorrei sottolineare che amo Neil Young: senza i suoi album del periodo 1969-1979 (nessuno escluso) potrei vivere, ma vivrei male. Anche Deja-vù, Four Way Street (inarrivabili esempi del sodalizio con Crosby, Stills e Nash) e Long May You Run (a firma Stills-Young Band) mi hanno aiutato e continuano tuttora a farmi galleggiare meglio nelle acque torbide dell'esistenza. Tuttavia, sono cinque anni che non compro un suo album "nuovo", perchè non ne trovo il senso. Passa dall'Italia, tiene concerti che sembrano pure essere molto belli, ma non vado a sentirli, perchè mi evito volentieri il cordoglio di vederlo capitanare una squadra di pischelli, una band dal basso profilo e priva di personalità. So che l'ha scelta lui, ma è una scelta che non mi sento di condividere, specie dopo aver ascoltato i desolanti risultati discografici degli ultimi due anni. Neil resta un gigante, per la sua statura musicale, per il suo songwriting, per la sua concezione di come debba essere il suono di una chitarra, per la sua idea di rock in senso stretto. Ma The Visitor è fonte di imbarazzo sia per lui (che lo ha scritto), che per noi (che lo ascoltiamo).

martedì 21 novembre 2017

I Firenze Rocks blues e altre maraviglie [Extra]

Se era difficile, per me, pensare a un 2018 prospettivamente superiore al 2017 (in ambito musicale), sono stato prontamente smentito: dapprima, la notizia di un sostanzioso frammento di Never Ending Tour comprendente sette date e quattro città italiane (Roma, Firenze, Mantova, Milano), e pochi giorni dopo gli appuntamenti della seconda edizione di Firenze Rocks, che quest'anno cresce e regala gioie. La scorsa estate, rinunciai ad andare a vedere gli Aerosmith: non che fossi pentito (avrei visto gli Stones due mesi dopo), ma un minimo di curiosità mi era rimasta, più per l'evento che per altro. Ma- se si è persone con un minimo di cervello e una viscerale passione per la musica -come si può osservare il cartellone su cui si susseguono i nomi di Foo Fighters, Guns N'Roses, Iron Maiden e Ozzy Osbourne senza metter mano al portafogli? Le persone più avvedute e di bocca buona hanno sborsato 270€ per l'abbonamento: in pratica, paghi l'equivalente di tre concerti su quattro, compri il biglietto con qualche giorno di anticipo e non hai da litigare con app che non funzionano, terminali in tilt, distribuzioni delinquenziali, ecc.; scelta legittima, ma onestamente non saprei davvero di cosa farmene, considerando che provo fatica già solo pensando di trascorrere quattro giorni alle Cascine e che delle quattro serate ritengo imperdibile quella dei GNR, appetibile quella dei Maiden, trascurabile quella dei Foo Fighters e del tutto inutile quella di Ozzy. Ovviamente, su Facebook e sulla carta stampata se ne leggono di tutti i colori, anche se fa piacere veder superate alcune lamentele sul caro-prezzi (che poi la gente può dire quello che le pare, ma io ho speso meno dell'anno scorso a Imola). Finisco in una polemica (della cui nascita verrò paradossalmente additato fra i principali responsabile) del tipo "mainstream contro underground", roba che mi fa convincere, per alcuni secondi, di essere finito in una puntata della serie Ai confini della realtà. Nonostante i toni assumano, a tratti, quelli di un'ipotetica mitologia becera, cerco di mantenere fermezza, lucidità e senso della grammatica, così da poter argomentare al meglio le mie ragioni. Leggo delle cazzate interminabili, piagnistei sui tutti i grandi gruppi che, per rimanere "puri", rinunciano a un maggior successo di pubblico e ciò fa di loro delle persone e degli artisti intrinsecamente migliori. Eppure a me sembra così semplice accettare, quando si parla di musica, che la fama e il successo non hanno necessariamente alcun rapporto con il valore artistico: o meglio, può capitare che lo abbiano, ma la discografia è un'industria con le sue regole precise ed è chiaro che ciò che essa fa emergere e ciò che poi, sempre grazie alla stessa, diventa popolare è solo una piccola parte, la punta dell'iceberg di un mondo musicale vasto come l'oceano e spesso sotterraneo. Sono il primo a conoscere, ascoltare e apprezzare centinaia di band del mondo che hanno prodotto migliaia di canzoni di cui solo l'1% della popolazione è e sarà mai a conoscenza. Una scena musicale sommersa che abbraccia ogni genere e che è totalmente ignorata dalla massa. Quindi, ha senso tracciare paragoni improbabili, vantarsi di preferire al biglietto per Firenze Rocks da ottanta euro un concerto in un centro sociale da ingresso a cinque euro (bevuta compresa)? Per me, no, perchè altrimenti restiamo ai livelli del gioco del "miglior gruppo", del "miglior chitarrista" o del "miglior cantante". Perfino in questi ultimi casi che ho portato a estremo esempio finiamo comunque col parlare di ciò che è emerso e che ha trovato un riscontro discografico, ma non potrà mai fungere da valutazione oggettiva, in quanto la serie A della musica rock è composta per antonomasia da band americane e inglesi. Un discorso vecchio, usurato, tremendamente ovvio, o almeno così credevo fino a pochi giorni fa. Che se ne facciano una ragione i difensori dell'underground da sagra del brigidino: quelli per cui, fino all'altro ieri, il problema era che nessuno compra più i dischi, che le nuove generazioni non ascoltano il rock, o che nella loro regione non viene mai nessuno a suonare. Credo che queste persone (fra cui voglio inserirmi pure io) dovrebbero dotarsi di maggiore umiltà e iniziare e rivedere le proprie opinioni sul rock and roll come spettacolo e come fenomeno culturale. Capisco che possa essere difficile, perché noi, il rock, lo abbiamo sempre visto da troppo lontano, ma è uno sforzo che vale la pena fare. Ma torniamo al vivo della materia trattata, ossia il festival fiorentino della prossima estate, che tradotto in bellesiano significa- tagliamo la testa al toro -i Guns N'Roses a un'ora da casa mia, cristo! Sono già partite le battute su Axl grasso? Ovvio. Proseguono le illazioni su una reunion (che reunion non è) fatta per i soldi? Ma è chiaro! Mi piacerebbe poter aggiungere una terza domanda, ma i punti finiscono qui, perchè tanto queste due cose sa pronunciare il popolo bue quando si parla di GNR: ciò che appare (la forma, la superficie, l'avvenenza) e i quattrini. E il fatto che nessun dio si prenda la briga di fulminare le capre ignoranti che ammorbano la rete e la realtà è soltanto l'ennesima dimostrazione che non esiste dio alcuno, almeno in questo universo. Si possono criticare quanto vogliamo le scelte artistiche di una determinata band, ma, fino a prova contraria, un gruppo non finisce quando lo dicono i fans, ma quando lo vogliono i suoi componenti. Il Nikke, di contro, ha i biglietti (stesso prezzo, stesso settore) per i Foo Fighters. Suonano il giorno prima, trainano il nuovo, disdicevole Concrete and Gold e, al momento in cui scrivo, rappresentano la serata di maggior successo su un piano di vendite. Conosco poco i Foo dal vivo. Immagino che lavorino come i Guns o i Pearl Jam e non disdegnino tenere concerti lunghi dalle due alle tre ore, intrisi di pathos, con la giusta misura di vecchi classici e covers ma un minor spazio dedicato a ciò che, a mio avviso, legittima l'esistenza della musica live: improvvisazione, sorprese, qualche novità. Insomma, piano-barismo rock di ottima fattura, anche se la loro incostanza è arcinota (su Facebook magari non lo leggerete, ma affacciatevi in qualche forum e vi renderete che non tutto è oro quel che luccica) e ai miei occhi rimangono la band presa per il culo sulla pagina I Foo Fighters che fanno cose buone. Ad esempio, Sofi, che i Foo Fighters li ama davvero, ha il DVD di un concerto a Wembley che si conclude con Rock & Roll dei Led Zeppelin suonata da Grohl alla batteria, Jimmy Page alla chitarra, John Paul Jones al basso e Taylor Hawkins alla voce ed è una delle più brutte versioni di questo brano mai registrate. Molto più interessanti, a confronto, nella veste acustica di Skin and Bones. E poi Dave Grohl a me tutto questo gran pozzo di spontaneità non sembra: anzi, lo trovo uno dei personaggi più costruiti e artefatti del rockstar system odierno. Non vogliatemene, perciò, se i Foo Fighters li mando affanculo in maniera più che cordiale, indicando loro pure la direzione, e magari concedo il beneficio del dubbio alle vergini di ferro. Per carità, se Dave Grohl e amici non inforcano il giusto album da un decennio, gli Iron Maiden non pubblicano un capolavoro di inedite da oltre trent'anni. Qualche vagito in Fear of the Dark, un paio di buoni pezzi su A Brave New World e poi il vuoto. Eppure sono i Maiden, fautori di uno show musicale che è tutto un programma. Bruce Dickinson non ha più voce? Janick Gers potrebbe non esistere? Steve Harris è imbolsito? Chissene: andare al concerto costerebbe sette euro in più rispetto a quattordici anni fa. Allora toccò al Mandela ospitarli, il tour era quello di Dance of Death, gli Irons erano ancora il mio gruppo preferito e io di rado, nella vita, sono stato parimenti invidioso come lo fui di quei ragazzi di uno, due anni più grandi di me che riuscirono a convincere le famiglie ad accordar loro il permesso di andare. 
Mi sarebbe piaciuto molto scrivere qualcosa su Oh, vita, nuovo singolo di Lollo Cherubini volto ad anticipare il chiacchieratissimo album dal titolo analogo prodotto da Rick Rubin. Tuttavia, devo invocare il perdono dei lettori: sto ancora cercando per terra i coglioni, che mi sono caduti dopo qualche secondo di ascolto.
X-Factor (e le schegge che fuoriescono da esso intaccando la realtà pure di chi non lo segue) assume sempre di più le fattezze di un lungo incubo. Sono arrivato al punto in cui mi basta leggere un titolo (l'articolo in sè non è poi granchè) del Fatto Quotidiano che critica Levante per scoppiare a ridere e abbandonarmi a qualche secondo di godimento. Se sin dall'adolescenza mi sono crucciato nel vedere Manuel Agnelli e gli Afterhours liberi di muoversi nel mondo e non in catene lungo una linea ferroviaria in costruzione, con la reinterpretazione di Non è per sempre da parte di Wilma de Angelis si tornano a sondare gli abissi dello sterco. Manuel, magari- dagli attici dell'alta qualità nei quali è convinto di albergare -per qualche minuto si è sentito come Rick Rubin quando mostrò per la prima volta lo spartito di Hurt dei Nine Inch Nails a Johnny Cash e gli propose di inciderne una sua versione, ma qui siamo più dalle parti dei fratelli Vanzina.
Basta seguire su Facebook un paio di pagine americane dedicate ai Grateful Dead per innervosirsi subito. Spesso e volentieri, i miei occhi passano in rassegna una lunga carrellata di oggetti, ascolti, visioni che bramo ma a cui devo resistere. Lasciando perdere le Dave's Picks- che comunque scarico in .flac e ascolto con certosina puntualità -l'argomento box-sets e deluxe edition dei Dead è ampio, complesso e scarsamente affrontato (nel nostro paese, of course). Oggettivamente, di fronte a certa roba, l'unica domanda che mi pongo è <<Ma chi se lo prende questo?>>, e mi riferisco a merce di fascia collector's che trova distribuzione anche da noi o ai costosissimi vinili 180 gr. mandati nei negozi di dischi per il Record Store. Me lo chiedo anche mentre estraggo il file zippato contenente il nuovissimo RFK Stadium, Washington D.C., July 12&13 1989 (Rhino Records, 6 cd ), io che mi definisco un deadhead per farmi due risate, mica sul serio. Infatti, anche restringendo il campo a quelle fasi della carriera del gruppo che mi interessano maggiormente (1969-1972, 1975-1978, 1987-1995 gli squarci temporali che preferisco), il numero di uscite previste o già sul mercato dedicate al gruppo sono comunque troppe. Sei cd poi sono tanti da affrontare, specie se si è reduci da quasi due settimane dedicate agli otto di Trouble No More Deluxe Edition di Bob Dylan (peraltro uno dei migliori acquisti musicali "di peso" che ricorderemo del 2017). Ad ogni modo, Pensare ai tardi anni Ottanta dei Grateful Dead significa tante cose: anzi tutto, un nuovo, provocatorio modo di registrare i dischi e l'idea di trasportare questo new sound sui palchi, le imprudenti escursioni nei territori dei videoclip, l'insperata conquista di un'intera nuova generazione di freaks, le liti plateali fra Jerry Garcia e una stampa specializzata rea di non accordare al gruppo neanche un barlume di fiducia (leggete recensioni d'epoca e voti destinati a meravigliosi album come In the Dark o Built to Last, poi ascoltateli e mettetevi a ridere), ma, soprattuto, tante avventure live peraltro già ben documentate grazie a decine di uscite ufficiali. Ecco, appunto, i Grateful Dead di fine '80 sembrano i personaggi di una saga dostoevskijiana più che un nutrito gruppo di mezza età con sulle spalle il peso dei vari Aoxomoxoa e dei Live/Dead. Questi due concerti all'RFK Stadium lo spiegano benissimo: l'ascolto è un fiume in piena che attraversa un repertorio che, allora, aveva da poco compiuto un quarto di secolo. Senza contare che il pretesto del tour era la promozione di Built to Last, vertice- ahimè, in tutti i sensi -della carriera in studio del gruppo, un disco che ad oggi funziona ancora alla grande, pieno com'è di canzoni che ardono come fiamme, piene di energia e di idee. Non ci credete? Tentate l'ascolto. 
Nel giro di pochi giorni, lasciano il nostro mondo e vanno a bruciare all'inferno (anche se preferirei saperli come Jack-o'-lantern, ma senza la zucca) Totò Riina e Charles Manson. Due guru, due criminali, due anziani sopravvissuti relativamente bene al dolore che hanno arrecato ad altri esseri umani e al mondo. Ieri sera, al TG1, commentavano la scomparsa di Manson alternando ad una famosa intervista scene estratte sia da Woodstock che da Gimme Shelter (forse più adatto) e con, in sottofondo, la cover di Look at Your Game, Girl dei Guns. <<Cazzarola>>, penso, <<se per metter su un po' di buona musica al TG1 devono aspettare che muoia Charles Manson, son messi proprio male...>>. Quando i giornali avevano dato notizia del suo ricovero in fin di vita presso un ospedale californiano, mi erano rimbalzate in testa le parole di Dylan in Masters of War, quelle in cui dice "And I'll watch while you're lowered into your deathbed/ And I'll stand on your grave till I'm sure that you're dead". Nemico numero uno della musica (in senso letterale e non figurato come Gigi d'Alessio), fu amico e "scoperta" di Dennis Wilson dei Beach Boys e venne definito da Neil Young "non tanto un cantautore quanto uno sputa-canzoni". Fu proprio il rifiuto di un famoso discografico a cui Wilson lo aveva raccomandato a scatenare la furia vendicativa di Manson. La vendetta sarebbe sfociata nella strage di Bel Air, da lui pianificata e ordinata. Neil Young rimase talmente sconvolto dal riconoscere nel mandante degli omicidi quel bizzarro, mingherlino hippie fallito da farlo tornare sulla questione più volte nel corso dei decenni successivi. Ne Il sogno di un hippie (Feltrinelli, 2012) dedica alcune righe al loro casuale incontro, ma vale la pena rispolverare un'intervista del 2008 in cui- alla faccia dei "giorni di pace, amore e musica" -descrive quell'epoca come "tempi spettrali. Conoscevo Charlie Manson. Alcune persone stavano in questa casa sul Sunset Boulevard, e c'era diversa gente. Non sapevo chi fosse. Me lo presentarono e lui non era un tipo felice, ma sembrava avere presa sulle ragazze. Era il lato oscuro del Maharishi. Sapete, c'è un lato luminoso, quello dei bei fiori, delle vesti candide e di tutto il resto, e poi c'è qualcosa che sembra molto simile ma non lo è affatto". Di lui, si dice, parla l'ultima strofa ("I never knew a man could tell so many lies/ He had a different story for every set of eyes/ How can he remember who he's talking to?/ Cause I know it ain't me, and hope it isn't you") di Ambulance Blues, epitafio di quei "tempi spettrali" e degna conclusione di un altrettanto indispensabile capolavoro. Certi pomeriggi tardo autunnali sembrano inventati per stare in casa ad ascoltare proprio dischi come questo, di cui val la pena continuare a seguire ogni istante, ogni nota, ogni parola. Capire On the Beach, perdersi nei suoi simboli, nella sua cristallina perfezione è come entrare in un universo parallelo: una volta fatto, ogni altro testo e qualsiasi altro cantautore sembrano banali.

















domenica 19 novembre 2017

"Non bastano tutti i cammelli del deserto per comprarti un amico." [Extra]


Ognuno ha il compleanno che merita, chiassoso o silenzioso, più o meno festeggiato. Ma siccome a ogni compleanno mi ritrovo inevitabilmente più vecchio di un anno, va a finire che cerco di distrarmi in altri modi. Se si eccettua un evento "a sorpresa" nel 2011, scavallati i venti, ho smesso di indire feste, cene e altre libagioni. Da allora, cerco di passare il giorno e la sera del mio compleanno con la mia fidanzata, andando a cena fuori o al cinema. Sono molte le cose che nascono, crescono, maturano, appassiscono e infine muoiono: gli anni sono fra quelle e io non sempre ho voglia di starmene a rimuginarci su.
28 Years Old in Riad El Walaa, Marrakech.
Sofi rimase molto colpita quando, vedendo per la prima volta Marrakech Express, realizzò che buona parte delle frasi che a volte, nel quotidiano, ripeto come un mantra provenissero da quel film. Posso parlare letteralmente di un cordone ombelicale che mi tiene legato a questa commedia dai toni crepuscolari: mi è stato raccontato che un paio di mesi prima che fossi costretto a venire al mondo, i miei andarono al cinema a vedere il film di Salvatores, vivendolo in diretta come un instant cult sulla loro età, sul passato e presente proprio e dei propri coetanei. Ecco, mi piace pensare che alla base del mio regalo di compleanno (un viaggio a Marrakech, giusto appunto) ci sia stata la visione di quel Marrakech Express (oltre alla mia passione di lunga data per Casablanca, No Quarter Unledded dei due ex-Zep, Caravanserai di Santana, Il legionario di Piani e Polese) che la mia generazione, per vari motivi, non potrà mai avere. Anche solo perchè non è un film che celebra il proprio tempo (gli anni '80), ma lo rifugge e, rifuggendolo, lo spiega meglio di ogni glorificazione. Meccanismi che si incastrano con fatica nel mondo diverso, opinionistico, per molti versi post-autentico come quello di chi ha (quasi) trent'anni oggi e in cui gli unici pensieri che finiscono con l'avere veramente un peso sono quelli fatti la sera, quando ci si corica spegnendo lo smartphone e la luce.

"La felicità è la strada" è una di quelle frasi che mi piacciono tanto; significa che non è tanto dove arriviamo quello che conta, quanto la strada che percorriamo per arrivarci. Cos'altro sarà poi questa felicità con cui tutti ci riempiamo la bocca e che meriti abbiamo per pretenderla rispetto a milioni di persone che non potranno permettersi neanche il lusso di sperarla davvero non sono in grado di dirlo. Anche in Marrakech Express- come in Turnè e Mediterraneo -la felicità è la strada, quella su cui si consumano, essenzialmente, sia la fuga che l'amicizia. Un'amicizia virile, autentica, appassionata, a tratti cazzona, certo, ma non per questo casermistica o guascona, un'amicizia che resiste alle distanze spaziali e temporali con la spontaneità e l'affetto di un primo amore. La stessa spontaneità che esplode, dopo appena un giorno a Marrakech, quando ci imbattiamo nel Giove, che è in ferie con la fidanzata in Marocco. Un incontro che si consuma in mezzo al caos della piazza Jamaa el Fna. Potrebbero mancare solo Plant e Page, come nel '95, ma io e Giove nel 2017, posso garantire, non siamo da meno e a me torna in mente proprio l'antico proverbio arabo di Marrakech Express: "Non bastano tutti i cammelli del deserto per comprarti un amico".

Mentre fra una patata agrodolce e una salsiccia di pecora ci raccontiamo, reciprocamente, la condotta delle nostre esistenze da marzo a ora, Giove se ne esce con un ammirevole soliloquio sull'eccessiva importanza che conferiamo all'accumulo di denaro: <<Uno non si fermerebbe mai>>, dice, <<Ti dai un traguardo, una cifra, la raggiungi e una volta raggiunta sposti l'asticella più avanti, ne vuoi ancora e ricominci tutto da capo. Non ti accontenterai mai>>. Mi tornano in mente il famoso monologo Greed is Good di Gordon Gekko in Wall Street, le facce degli yuppies negli speciali a loro dedicati dai settimanali di informazione, miriadi di frasi estrapolate da dieci anni di salotti televisivi incentrati sulla crisi economica. <<Gordon Gekko, mavvaffanculo va'!>>, penso. Purtroppo, l'amarezza dei tempi che viviamo ci condiziona l'umore e cerchiamo di cambiar rapidamente argomento prima di vederci scaraventati nelle profondità dei deserti cosmici e costretti a intonare il famoso Blues for Allah.
Digeriamo quella che rimarrà la migliore cena del nostro breve soggiorno e ci addentriamo nella Medina, dove sorgono entrambi i nostri alberghi, per bere un tè. Scegliamo un locale tipico, con i tavoli che si affacciano su una piazza che ho visitato anche stamani, ma che a quest'ora della notte è assai diversa. Dopo un fiume in piena di parole, ci zittiamo un attimo, sorseggiamo la bevanda calda e speziata. Cerco di osservare me e il Giove dall'esterno. <<Ma tu guarda questi due coglionauti, questi due ex-liceali che si ostinano a giocare ai compagni di banco, questi due vagabondi del Dharma...>>. Ci sorridiamo vicendevolmente, entrambi ancora meravigliati dalla natura lievemente surreale di un incontro tenuto in un paese tanto lontano da quelli dove viviamo (io da sempre in Italia, mentre lui, da qualche anno, ha piantato le tende in Europa dell'Est). La teiera si svuota, i minuti si rincorrono sull'orologio e io, sentendo che il momento del commiato si avvicina, mi rifugio in pensieri più solitari. Sono qui, so che sto vivendo un'esperienza indescrivibile, di quelle che mi riempiono l'anima. ma una fitta di consapevolezza non tarda ad attraversarmi il petto: credevo di vivere, in realtà stavo già ricordando. Ero già tornato e ancora non lo sapevo. E infatti eccomi qua, neo-ventottenne, con una domanda antica quanto il mondo stesso: esiste o no il presente?

venerdì 10 novembre 2017

L'uomo giusto nel posto giusto al momento giusto [Extra]

George Martin (il produttore e baronetto, non lo scrittore) scrive nelle sue memorie che Paul Buckmaster, scomparso lo scorso 7 novembre, era il più bravo di tutti.
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Paul Buckmaster è stato un buon direttore d'orchestra, ma soprattutto un impareggiabile arrangiatore. In Italia lo ricordiamo principalmente per due motivi. Il primo, è che lui stesso aveva origini italiane da parte di madre (la signora veniva da Napoli), il secondo è che la sua abilità, il suo mestiere sono stati fondamentali in almeno due o tre bei dischi pubblicati nel nostro paese. Sul primo omonimo LP di Angelo Branduardi Paul Buckmaster figura come musicista, autore e produttore; suoi sono i synth e il missaggio nello stratosferico Rosso napoletano di Toni Esposito; sua buona parte dell'opera di arrangiamento di un disco forse poco ricordato e uscito a firma di Teresa de Sio, Toledo e regina, anno 1986.

Il primo pezzo che ho ascoltato consapevole che fosse stato lui ad arrangiarlo è Sway degli Stones, roba che ancora dopo tanti anni continua a spalancare le porte a suggestioni emotive molto profonde. 
Col tempo, ho scoperto che l'apporto di Buckmaster è stato fondamentale anche in tante altre canzoni che amo e che da anni ho consegnato a quell'archivio mentale dove stanno riposti i capolavori. Ora che non è più fra noi, sembrano scritti apposta per lui i versi di Dress Rehearsal Rag "Where are you golden boy/Where is your famous golden touch?".
La sera, a cena, mi abbandono alla circumnavigazione di alcuni pensieri. Guardo i lampioni gialli accesi fuori, nella nebbia. Ce ne ha messo di tempo, ma è finalmente arrivato il momento dell'anno che meteorologicamente e visivamente associo al mio compleanno. <<Che fava!>>, mi dico, <<Quasi trent'anni su questo pianeta e me no sto qui, a pensare se You're so Vain sarebbe stata la stezza canzone senza l'arrangiamento di Paul Buckmaster... mah, dove andremo a finire?>>.
Poi mi viene in mente che forse, alla fine, la persona fortunata sono io. Conosco gente che è rimasta impantanata in un pressapochismo davvero dannoso e da lì non vuole muoversi, amici con cui abbiamo viaggiato lungo le stesse strade ma che hanno imboccato uscite differenti dalla mia (alcune sicuramente migliori, ma su altre non ci scommetterei troppo), persone ripiegate su se stesse, intente a coltivare un individualismo senza freni e ad allungare il brodo della loro autoreferenzialità, conoscenti spettatori di X-Factor Italia a cui non puoi neanche provar a spiegare cos'è la sindrome del melisma italo-giorgiano di seconda discendente senza che questi ti offendano accusandoti di supponenza, saccenza e intellettualismo, ragazze che non vedo e non sento da anni ma che sono comunque convinte di aver migliorato la loro esistenza passando da Guccini a Brunori Sas, dai Metallica ai Cigarettes After Sex e a cui vorrei solo dire <<Tesoro, mi dispiace per te, questa non è maturità, ma deterioramento>>. Al netto di incertezze, insicurezze, vizi e incorreggibili difetti, mi sento fortunato, anche perchè per onorare la memoria di Paul Buckmaster metto su Terrapin Station (edizione espansa e rimasterizzata su HDCD). Quando i Dead si trovarono a dover sovraincidere la lunga parte centrale della suite omonima, pensarono di confrontarsi con una vera orchestra e i nastri volarono a Londra, per finire fra le mani di Buckmaster, che dal canto suo definì "perfetto" il drumming di Bill Kreutzmann adottato nel brano. E, in effetti, come dargli torto?
Ma perchè poi non fare un salto indietro fino al 1969 per lasciarsi incantare dall'arrangiamento adottato su The Greatest Discovery di Elton John (arrangiamento di cui avrebbe conservato a lungo memoria anche "Ciccio" De Gregori)?
Oppure perchè non rispolverare una fra le grandi ballads vergate negli anni Duemila, ossia quella Drops of Jupiter dei Train che a Buckmaster valse pure un Grammy nella categoria "miglior arrangiamento"? Musica che non sentivo, letteralmente, da anni e che non ha perso un'oncia della propria grazia.
E poi come dimenticare il suo fondamentale apporto in quattro dei quattordici brani di Chinese Democracy, che non mi stanco mai di ricordare, con ogni probabilità, come il disco più citato e meno ascoltato di tutti i tempi? Portano la firma di Buckmaster numerosi interventi in ambito di arrangiamento e orchestrazione di Street of Dreams, There Was a Time, Madagascar e Prostitute. Il suo ingaggio, di poco successivo a quello di Marco Beltrami, risale al periodo 2005-2006, quando la Geffen aveva già imprudentemente diffuso una data di uscita dell'album (6 marzo 2007, puntualmente rimandata), e fu tenuto, ovviamente, segretissimo. Ciò nonostante, si prese cura di due pezzi già molto famosi in sede live e mutò non di poco la forma sia di TWAT che di Prostitute. E dal momento che considero TWAT una delle dieci canzoni dei GNR più belle di sempre e che non ho mai mancato di tributarle i giusti onori qui sul blog, ritengo oggi più giusto diffondere un'altra perla di questo magico, conturbante album:

Concludo, tanto per dare un'idea della trasversalità (non necessariamente un sostantivo a cui apporre una denotazione negativa e jovanottiana) del personaggio vorrei raccomandare un ascolto che mi esporrà pericolosamente all'abisso della contraddizione. Sì perchè, pur da amante di Miles Davis, On the Corner l'ho sempre digerito poco. Recentemente, avevo mostrato questa mia carenza su Facebook e un paio di amici sono prontamente e gentilmente (e chi ne possiede un account sa quanto rara sia la gentilezza su Facebook) intervenuti a riguardo, invitandomi ad un nuovo ascolto dell'album. Penso proprio che li darò retta, anche perchè puoi chiamarti Miles Davis quanto vuoi, ma se perfino tu, giunto a un certo punto della tua carriera, hai bisogno di un Paul Buckmaster, un motivo dovrà pur esserci. No?


lunedì 6 novembre 2017

Bob Dylan, "The Bootleg Series vol. 13: Trouble No More 1979-1981" [Suggestioni uditive]

Bob Dylan,
The Bootleg Series Vol. 13: Trouble No More 1979-1981
(Columbia Records, 8 Cd+ DVD)



















Non sono un patito della cosiddetta musica spiritual. In generale, non do troppo importanza al lato spirituale dell'esistenza, e quando lo faccio me ne guardo bene dal partire da una prospettiva cristiana o- peggio mi sento -cattolica. Per dare un'idea, l'altro giorno ho parcheggiato la macchina nell'area esterna della Coop del mio paese, e nello scendere mi è caduto l'occhio sull'abitacolo della Ford Escort blu parcheggiata di fianco alla mia: un rosario appeso allo specchietto retrovisore e un'effige di Padre Pio saldamente incollata al cruscotto. Sono sceso, ho chiuso e ho tirato una bestemmia. 
Mentre la letteratura musicale (e non solo) era ricolma di studi, citazioni, approfondimenti e descrizioni della "voce di una generazione", della svolta elettrica, dell'incidente in moto, della cantina a casa della Band, delle incursioni altalenanti nella giurisdizione del country, di Blood on the Tracks, di Desire, della conseguente Rolling Thunder Revue, io facevo una gran fatica a capire cosa fosse successo dopo il 1976. La mia (allora) esigua discografia dylaniana subiva una brusca interruzione con l'esaltante Hard Rain e riprendeva dall'impagabile Infidels, datato 1983. Poi un giorno mi capitò fra le mani un'intervista di terza o quarta mano a Bono Vox degli U2: doveva essere roba risalente alla fine degli anni Ottanta, se non addirittura successiva. Parlava dell'America, parlava del blues, di Dio e di Bob Dylan. A proposito di quest'ultimo, riusciva nell'intento di spiazzare l'intervistatore citando, fra le proprie maggiori influenze, non tanto The Freewheelin', Highway 61 o Blonde on Blonde, bensì un certo Shot of Love, che definiva bellissimo (più avanti, nello stesso articolo, descriveva anche Brownsville Girl, canzone del 1986, come una delle vette di tutta la produzione di Dylan). Quando Bono parla di fame nel mondo, va lasciato perdere, ma quando dice che un certo disco è molto bello, bisogna credergli. Non trovandolo nelle vicinanze, me lo feci scaricare e masterizzare da Checca, ma non rimasi molto colpito: era un disco gospel con sonorità soul e pop, non aveva la credibilità di Desire è l'incredibile omogeneità tematico-musicale di Infidels. In seguito capii che razza di occasione sprecata fosse stata Shot of Love: scarti come Angelina, Caribbean Wind e Need a Woman testimoniavano che Dylan e i suoi produttori dell'epoca avevano sbagliato molte cose. Per molti potrà già essere iscrivibile nel "rock di plastica anni Ottanta", ma non per il sottoscritto. Property of Jesus, The Groom's Still Waiting at the Altar, Lenny Bruce simboleggiano un gospel rock tosto e risoluto, musica e testi permeati da un gran gusto e da una bella grinta. Heart of Mine e In the Summertime presentano dinamiche eleganti e assoli chitarra-armonica davvero strabilianti. Non bastò, all'epoca, l'ottimo lavoro di Cuck Plotkin come co-produttore per proiettare l'album oltre la trentatreesima posizione della classifica Billboard, ma poco importa.
Non tutto è da buttare della "trilogia Cristiana", ma nemmeno può essere tutto rivalutabile. Senza dubbio Slow Train Coming è scritto e suonato da gente che sa il fatto proprio. Un disco apocalittico, di gospel come si fatica a ritrovarne, un disco che- al netto delle criticità religiose che un ascoltatore può decidere o meno di muovere -ha conservato intatta la credibilità del messaggio di un Bob Dylan cristiano rinato. Niente musichetta da chiesa, niente giri rompipalle, niente preghierina annacquata da mandare a Pomeriggio Cinque. Fare un disco così dopo aver provato, inventato e influenzato tutto poteva sembrare un passo indietro nel 1979, ma non lo era. Gotta Serve Somebody è indimenticabile, Precious Angel contiene una delle più belle parti di chitarra mai incise da Mark Knopfler (che, guarda caso, tornerà a lavorare con Dylan proprio suonando e producendo Infidels, il capolavoro del decennio), God Gave Names to all the Animals è un reggae alla "porcamadò" in tutto e per tutto simile agli arrangiamenti proposti At Budokan, durante l'ultimo tour laico.
Saved è il più integralista della triade: quando uscì, nel giugno del 1980, tutti rimasero sconvolti dalla interminabile trafila di seghe mentali e dogmi cristiani contenuta in ogni suo singolo verso. Gospel rock dalle velleità moderniste, vecchi standard di chiesa rifatti maluccio, fallimento commerciale clamoroso ovunque (fece eccezione l'Inghilterra, dove conquistò senza difficoltà la terza posizione), ostico e faticoso come pochi altri album di Dylan, Saved conserva un paio di bei momenti (Pressing On e In the Garden), ma è davvero tutto troppo prigioniero di un'ossessione religiosa nociva: produzione Muscle Shoals non ai suoi massimi storici, musicisti sommersi da una voce indemoniata ma assai poco convincente. Quando lo comprai per soli sei euro in un negozio di Siena, non conoscevo ancora Knocked Out Loaded e Down in the Groove, quindi per me divenne istantaneamente il disco più brutto dello zio Bob. Tentai un paio di ascolti, ma la mia anima atea e irrimediabilmente perduta soffriva; una sensazione indefinita mi ottenebrava, sposandosi a fastidio e insoddisfazione.
E' molto strano che i concerti di questo periodo (1979-1981) siano stati talmente tanto bisfrattati da non essere citati nemmeno in buona parte dei numerosi saggi dedicati a Dylan nel corso degli ultimi trent'anni. E' ancora più strano ascoltarli oggi, privati della loro veste di prediche incessanti, e realizzare quanto siano inesorabilmente fondamentali per i fans e parimenti splendidi per chiunque: un po' quello che successe nel lontano 2005, quando venne pubblicata, come quinto volume della BS, la selezione della Rolling Thunder Revue. So che Dylan e la Columbia ci hanno abituati al meglio, ma questo box di otto cd e un DVD è stato assemblato in maniera davvero superlativa. L'apparato fotografico è il migliore che si sia mai visto su questa collana, perfino superiore a quello di Another Sel Portrait. I primi due cd ospitano brandelli di serate americane ed europee, canzoni che sondano le sfumature di quel gospel-rock che la band di accompagnamento (composta dalla formidabile combo Muscle Shoals Band/Queens of Rhythm) padroneggia impeccabilmente. Trenta pezzi, fra cui tre mai uditi prima d'ora (Ain't Gonna Go to Hell for Anybody, Ain't No Man Righteous, No Not One e Blessed is the Name) e molti altri che, grazie alla veste live, acquistano una forza e una bellezza insospettabili. Singolari e intriganti risultano le alternate takes e le prove confluite nel terzo disco, outtakes talvolta segnate dalla chitarra di Knopfler, materiale in minima parte già affiorato nel terzo volume della serie (si parla, comunque, del 1993) e ben sei canzoni inedite (almeno su vie ufficiali). Thief on the Cross e City of Gold, rispettivamente destinate a Shof of Love e Saved, sono con ogni probabilità due delle dieci migliori canzoni che Dylan ha scritto come cristiano rinato. Superfluo chiedersi come mai non fossero state incluse negli album già allora. Di altrettanto spessore sono le ulteriori inedite incluse nel quarto disco: Making a Liar Out of Me è la classica, riuscita ballata dylaniana anni '80, una sorta di apripista per le molte altre che avrebbe composto basandosi sul medesimo schema. L'intreccio organo-chitarra è sublime, Jim Keltner (possiamo sentirlo nel novanta percento della raccolta) è uno dei più grandi batteristi mai venuti al mondo. Yonder Comes Sin è un gospel più ritmato, costruito sul tema di Jumpin' Jack Flash. Lo shaker che entra in gioco dal secondo minuto in poi è piuttosto inusuale e carica ulteriormente il brano. A chi lo voleva morto o prossimo al farsi prete e ritirarsi dalle scene, il Bob Dylan dell'autunno 1980 aveva da dire un mondo di cose. Con Cover Down, Pray Through (inedita presentata dal vivo a Buffalo il 1 maggio 1980) si torna ad una dimensione più negroide, la stessa che permea- fino all'abuso -tutto Saved. Nelle puntualissime note interne, si citano Curtis Mayfield e gli Impressions fra i principali ispiratori della canzone. Rise Again, standard della musica cristiana che era confluito perfino in un album di Elvis, è un momento intimo e dolce in cui Dylan abbraccia la chitarra acustica e duetta con Clydie King, un capolavoro di tre minuti di cui riparleremo ancora fra molti decenni. La Ain't Gonna Go to Hell for Anybody registrata il 2 dicembre 1980 a Salem è perfino migliore di quella ospitata sul secondo cd, mentre la alternate di Caribbean Wind con Ben Keith alla pedal steel è... beh, è Caribbean Wind con Ben Keith alla pedal steel: non occorre aggiungere altro. Come spesso capita con Dylan, i suoi scarti finiscono sempre, ironicamente, per offrire all'appassionato o al semplice ascoltatore nuovi motivi per amarlo. Come già si poteva evincere dal suo ascolto su TBS Vol. 3You Changed my Life, al di là del messaggio permeato di fanatismo gesuita, non avrebbe sfigurato sul disco cui era destinata (Shot of Love): il cantato di Dylan del 1981 comincia a virare verso il pop, si percepisce la volontà di tornare a scalare le classifiche di vendita, senza, ovviamente, dimenticarsi di Dio. Più in generale, non esiste versione alternativa dei pezzi di Shot of Love a non suonare migliore di quelle definitive mixate da Plotkin e finite sul cd tanto amato da Bono Vox. Per quanto la sbornia religiosa fosse agli sgoccioli, la ricchezza e il fascino Dead Man, Dead Man (registrata a Los Angeles il 24 aprile 1981) fa accrescere non di poco la stima che si può avere di un autore come Dylan. Quando da un cassetto escono canzoni del genere, non si può rimanere indifferenti. Il quarto cd di rarità si conclude con la prima versione di Every Grain of Sand, che più che una canzone è una sorta di opera maxima, il brano che- a detta dello stesso Dylan nella celeberrima intervista rilasciata a Cameron Crowe -descrive in maniera più profonda e viscerale il proprio artefice. Per molti, è la più bella canzone degli anni Ottanta e, vi dirò, per un attimo, verso i 4'27'', me ne sono quasi convinto. Poi, per carità, mi sono tirato uno schiaffo e ho detto <<Va' là, che c'è sempre Welcome to the Jungle!>>, però sono anche momenti come questo che ci fanno sentire vivi.
Non nascondo che dopo tanta bellezza, si torna un po' malvolentieri sulla terra. Il concerto di supporto a Slow Train Coming e Saved (cd 5 e 6) registrato alla Massey Hall di Toronto (e chi dimentica quale capolavoro della musica del Novecento è stato inciso là dentro è complice!) non offre nulla di più rispetto a quanto udito nei quattro dischetti precedenti, mentre la serata londinese del 27 giugno 1981 (cd 7 e 8) è, semplicemente, una delle più belle testimonianze live della carriera di Dylan. TBS Vol. 13 sarebbe potuto uscire tranquillamente sotto forma di doppio cd con queste canzoni e basta per poter risultare il capolavoro che è. Mentre il concerto canadese è un riuscito predicozzo da cristiano rinato, a Londra Dylan porta in scena, con la band, sia il repertorio gospel (e, mamma mia, cosa non sono i pezzi di Shot of Love anche qui!) che i grandi classici: una Like a Rolling Stone che, coi suoi cori marcati, anticipa di un ventennio la cover degli Articolo 31 ma recupera, nel ritmo, la versione di Before the Flood (1974), Maggie's Farm al vetriolo, una incredibile I Believe You (direttamente da quello che, nel 1981, era un disco comodamente dimenticato, ossia Another Side of Bob Dylan), Girl from the North Country rivistata in perfetto stile Dire Straits (mancherebbe solo Knopfler a rinforzare la sezione "sei corde"), Ballad of a Thin Man macchiata del soul di Muscle Shoals, Mr. Tambourine Man suona finalmente come avrebbe dovuto fare qualche anno prima (mi riferisco all'improponibile versione finita in At Budokan), e se Just Like a Woman non è stratosferica come decine di altre volte, Forever Young ha una forza che- almeno dopo il 1981 -non le ho più sentito addosso. E se Blowin' in the Wind finisce spesso con essere la canzone di Dylan che i dylaniani odiano maggiormente, viene da dire <<Beh... non questa volta!>>: correte alla dodicesima traccia del cd 8 e capirete perchè. It's all Over Now commuove, Knockin' on Heaven's Door è un ibrido fra l'arrangiamento reggae del Budokan e l'incidere più solenne dei primi anni '80. Fino ai 3'20'' è anche noiosetta, ma poi entra in gioco l'armonica e tutto assume la giusta forma.
Uno pensa che sia finita qui, e invece no. Perchè prima c'è il DVD di Trouble No More, film diretto e interpretato da Michael Shannon (nei panni del predicatore) e presentato proprio qualche sera fa a Roma. Il sermone, in realtà, si alterna alle riprese di un concerto che, a sua volta, raggiunge vette così struggenti da sistemare l'anima per anni interi. La maestosità degli arrangiamenti, lo spaventoso fascino di un messaggio tanto reazionario quanto totalizzante, il gospel continuo e ininterrotto sono tutti gli ingredienti che fanno di questo tredicesimo volume l'ennesimo vertice della carriera di Dylan. Il più grande di tutti: fatevene una ragione.