lunedì 19 giugno 2017

Chuck Berry, "Chuck" [Suggestioni uditive]

Chuck Berry,
Chuck
(Decca Records, 2017)
★1/2















Iniziava il 2010 e sullo stereo della mia Volkswagen Lupo girava a ripetizione una cassetta di R&R anni '50. Una compilation redatta dal sottoscritto. Niente Elvis, però: piuttosto, si susseguivano divinità autentiche, gente del calibro di Eddie Cochran, Bo Diddley, Jerry Lee Lewis, Buddy Holly, Bill Haley & His Comets, gli Everly Brothers e, ovviamente, Chuck Berry. Era un periodo in cui mi stavo riprendendo da una grossa sbornia per il brit-pop e, in generale, per i gruppi inglesi, perciò, con quelle canzoni da due minuti secchi e la sezione ritmica precisa come un bisturi, la Cassia diventava una statale di qualche ridente cittadina "tutta rugby e cheerleader", la mia macchinina a diesel si tramutava in una Cadillac di grossa cilindrata, e io, di colpo, mi trovavo ad abitare poco fuori Chicago o St. Louis. Erano canzoni che descrivevano una società mitologica, un'era irripetibile, per molti versi perfino contraddittoria: tutto il rock è ormai un qualcosa che si nutre di un'epica destinata all'immortalità, ma quello degli anni '50, così selvaggio, eccitante e inconsapevole, è un qualcosa che continua a fare storia a sè.
Chuck di Chuck Berry- album che chi segue la musica aspettava da molto prima che il suo autore ci lasciasse lo scorso marzo -mi riporta a quei giorni e a quelle emozioni. E' l'opera finale di un genio della chitarra che seguiresti ancora in capo al mondo, con la passione e l'ingenuità di un quattordicenne. Dieci brani per trentotto minuti scarsi di musica. Le canzoni sono belle, intense, vissute, gli arrangiamenti essenziali, nudi, energici. Qualche fraseggio di armonica e pochi tocchi di pianoforte qua e là. La voce di Chuck ricca di cuore e di anima, come non si sentiva dagli anni '60. I pezzi che preferisco sono i più oscuri: il jazz di You go to my Head, il blues di Darlin', Dutchman, Eyes of Men e, ovviamente, Big Boys. Ospitati in un angolo, giovani leoni come Gary Clark Jr. o Nathaniel Rateliff (a cui mi sono avvicinato recentemente, scoprendo un talento davvero notevole) se ne stanno buoni, al soldo (è proprio il caso di dirlo, dato che anche il disco in questione è prodotto da lui medesimo) di un semidio come Chuck. 
Saltando i convenevoli e lasciando che sia la musica a parlare, posso dire che siamo al cospetto di un artista che anche da morto mette tutti in fila, sempre e comunque. Chuck è un bel sentire per noi e un bell'andare a ritroso per chi lo ha pensato, suonato, cantato e perfino prodotto: un viaggio nei suoi giorni verdi, in un universo utopistico popolato da teenagers forti, ottimisti e forse anche un po' ingenui. Un disco da ascoltare in macchina guidando verso l'orizzonte di questi primi giorni estivi belli afosi.


domenica 11 giugno 2017

Guns N'Roses live @ Imola, 10/06/2017 [Extra]


"Giugno che sei maturità dell'anno/ di te ringrazio Dio/ in un bel giorno, sotto al tuo sole caldo/ ci sono nato io, ci sono nato io", cantava il Vate nella straordinaria Canzone dei mesi.
Ora, io non solo non sono nato a giugno, vengo da tutt'altra stagione e ho visto la luce sotto altri segni zodiacali, ma non per questo non ho delle affinità con questo mese fantastico. Non è un caso che, per tornare in Italia dopo cinque anni, i Guns N'Roses abbiano scelto proprio giugno, il mese dell’equinozio estivo, dei campi di grano, delle gialle spighe al vento, del cielo sempre blu. Il mese in cui, nel mio quartiere, si organizza la Festa di Liberazione. L’ouverture all’estate, l’erba alta e il granoturco che arrivano ormai al ginocchio, le Tennent's bevute con gli amici mentre si contemplano le stelle, e il blues. Il blues al limone da tenere in freezer, il blues di quello portatile, potabile, possibilmente ad alta gradazione alcolica. 
Io e Sofi partiamo per Imola con tutta calma, intorno alle 14:00. Niente corse, che non servono a niente. L'ora di inizio riportata sul biglietto è 19:15, ma i Guns non saliranno sul palco prima delle 20:45. Niente radio, perchè le radio sono ormai insopportabili. Quelle locali trasudano provincialismo, mentre i network famosi di frequente trasmettono musica scadente e usano quei jingle insopportabili, recitati in quel finto angloamericano intollerabile. Gli speakers sono speakers, ovvero gente mediamente antipatica che sa poco di musica e deve badare a intrattenere i radioascoltatori raccontando barzellette discutibili, pettegolezzi trovati su internet ed elemosinando pillole di filosofia "da strada". La radio è noia, ed è per questo che in auto attacco il mio iPod Classic alla presa AUX o infilo la mia selezione settimanale di cd: è l'unico modo di trovare un po’ di pace lontano dalle immondizie musicali che ci propinano le radiostazioni sparse lungo lo stivale.
Per il viaggio scelgo due capolavori stampati a cavallo fra il 1978 e il 1979. Si parte alla grande con Highway to Hell e penso che son già passati due anni da quando gli AC/DC sbancarono l'autodromo Enzo e Dino Ferrari. Io non c'ero, ma il Nikke non mancò di raccontarmi nel dettaglio le gesta dei fratelli Young in terra emiliana. Bella esperienza, specie dopo l'eccellente Rock or Bust, ma quella che rituona nell'abitacolo è un'altra storia. Siamo al cospetto della band di quarant'anni fa, quella con Bon Scott alla voce, dei dischi fatti uscire in doppia versione boreale e australe e delle milionate di copie vendute. 

Imboccando l'A1, facciamo un balzo indietro di un anno appena. Sono un paio di settimane che sto consumando di nuovo Some Girls (1978) e tutto quello che gli ruota intorno (il secondo disco di outtakes del 2011 è quasi altrettanto bello, così come Some Girls- Live in Texas '78). Musica fresca, spensierata, modernissima. Davvero l'ultimo capolavoro che i Rolling Stones regalarono al mondo. Un caso eclatante di opera d'arte consegnata alle masse nel modo giusto al momento giusto. Con Sofi riflettiamo sulla canzone che dà il titolo all'album, sul suo ritornello volgare e irriverente ("le ragazze bianche sono molto simpatiche/ a volte mi fanno incazzare,/le ragazze nere vogliono solo essere scopate tutta la notte") e sul fatto che, se uscisse oggi, Mick Jagger dovrebbe fare i conti con chissà quali assurdi, ipocriti comitati per la preservazione del politically correct. Da lì, mi sovviene un assurdo parallelismo con un caso analogo: Colpa d'Alfredo ("è andata a casa con il negro, la troia!"). Altro pezzo spettacolare che oggi non vedrebbe neanche la luce.


All'imbocco della tangenziale a Casalecchio troviamo coda, mentre, a seguire, iniziamo una lunga processione i cui protagonisti sono migliaia di bolognesi che stanno partendo per il mare con mezzi dotati di due, tre, quattro ruote. Ne approfitto per buttare un occhio fuori dal finestrino e osservare il mondo col mio fare da antropologo contemporaneo da due soldi. Percorriamo in queste condizioni dodici chilometri, poi il navigatore del Samsung di Sofi ci segnala un incidente che comporterebbe un ritardo ulteriore. La voce della Signorina Misteriosa consiglia di uscire quanto prima dalla tangenziale e così facciamo. Attraversiamo stradine di periferia e borghi pianeggianti. C'è anche qualche tratto di campagna miracolosamente scampato all'espansione urbana. Ed è allora che iniziamo a venire superati da motociclette custom e ad avvistare gruppi di persone con addosso t-shirt dei Guns. La meta è vicina e noi arriviamo a Imola alle 16:30, con mezz'ora di ritardo rispetto a quanto pronosticato. Parcheggiamo comodamente in una zona residenziale vicina all'autodromo. C'è pochissimo traffico, ma le strade, tutte le strade, sono piene di persone. Ci fermiamo a un bar  che sorge all'inizio (o alla fine, dipende) della provinciale 610, la strada che parte da Imola e, risalendo le colline, arriva a Firenze. Un vero e proprio accampamento di gunners di ogni età, razza, e credo. Sono più di trenta gradi, ci mettiamo in fila e ordiniamo due birre gelate. La signora alla cassa, dall'accento marcatamente simpatico, indossa una t-shirt del Nightrain Club e ci spiega che, dalla mattina alle 10, il suo e altri bar del quartiere hanno bisogno di continui rifornimenti. Per il bagno facciamo una fila in confronto a cui quella successiva per l'ingresso all'autodromo sarà una passeggiata di salute. Poco prima di tagliare l'agognato traguardo incontro "il Piero", un conoscente sangimignanese più grande di me. Ha dei pantaloncini corti, una bandana rossa in testa e veste la divisa di ordinanza (una maglia che ritrae la copertina di Appetite for Destruction). Un fan sfegatato, nonchè uno dei pochissimi italiani presenti alla prima data del Not in This Lifetime Tour a Las Vegas lo scorso anno.

Espletati i bisogni fisiologici, camminiamo per un quarto d'ora, facendo lo slalom fra fastidiosissimi bagarini, assistendo a compravendite di biglietti vergognose e perfino a un paio di sequestri di merce illegale. Segno evidente che, in realtà, certi fenomeni sono ben lontani da essere debellati, al contrario di quanto vorrebbero far credere questi programmi scova-ladri-di-polli quali Striscia o le Iene. Perfino un piccolo stand di cibo fritto, vista la prontezza con cui i due gestori se la danno a gambe, sembra non avere nulla a norma, ma a me non interessa. Se c'è una cosa che ho imparato in tutti questi anni è che la migliore mossa che puoi compiere prima, durante e dopo un concerto è il digiuno. Combattere la sete, specie con questi primi caldi, magari è un po' più complicato, ma esistono degli efficaci rimedi. All'ingresso dell'autodromo troviamo, infatti, i primi controlli. Io ho uno zaino con due tasche separate: in quella davanti ho i biglietti, un documento, qualche spicciolo, due magliette di ricambio (una mia e una di Sofi), le chiavi di casa, mentre in quella dietro ho infilato una felpa e sotto a questa ho debitamente occultato una bottiglia d'acqua da un litro e mezzo e due tranci di schiacciata. La fila per i settori A (il cosiddetto Gold Circle) e B (il nostro, erroneamente definito Prato visto che troveremo posto sullo stesso bollente asfalto su cui si corre il Gran Premio) è la stessa, mentre gli sfortunati avventori della temibile collina Rivazza (distante un chilometro e mezzo dal palco) arrivano da tutt'altra parte. Ai tornelli fanno a tutti la scansione dei metalli: suona a tutti e tutti passano senza alcun approfondimento. Un bodyguard mi fa aprire lo zaino. Tiro giù la zip della tasca in cui ho le magliette e le chiavi di casa senza, convinto che mi chieda di aprire anche l'altra, quella incriminabile. Neanche se ne accorge. Rido e passo accanto a decine di persone che si sforzano di bere un litro d'acqua in pochi secondi solo per non dare soddisfazione a questi farlocchi vigilantes che non accettano cibo e bevande ma che farebbero circolare comodamente anche coltelli, pistole e bombe molotov. 
Appena sopravvissuto agli "infallibili" sistemi di sicurezza

Passati i primi due check-in respiriamo un po'. Costeggiamo le tribune del circuito, passiamo sotto al traguardo, nei pressi del quale hanno sistemato due piadinerie ambulanti e due punti vendita di merchandise ufficiale. Cifre faraoniche per alcune delle più orrende magliette mai prodotte per questo gruppo. L'unico gadget contemplabile sarebbe il poster che ho visto sulla pagina Facebook dei Guns, ma che, ovviamente, non viene venduto da questi strozzini. Giungiamo così all'altezza del podio (oggi sembra un anonimo terrazzino rosso su sfondo bianco), dove le strade di chi è nel Gold Circle e chi nel generico Prato si dividono. Non mancano i furbetti che, seppur privi del braccialetto apposito, tentano la scavalcata, ma il servizio d'ordine funziona fin troppo bene e nessuno riesce a infiltrarsi. Sono quasi le 18. Ci facciamo spazio in mezzo a gente che è lì dalla mattina. Chi gioca a carte, chi beve, chi dorme. Mai visto un pubblico così eterogeneo a un concerto prima d'ora. Seppur a piccoli passi, riusciamo ad avvicinarci il più possibile alla transenna che separa i due settori. La visuale è buona e, in barba alle maledizioni e a certi aneddoti su Imola, posso dirmi più che soddisfatto del posto in cui passerò le prossime cinque ore abbondanti. 


Un gruppetto di tre, quattro maschietti sulla quarantina va su di giri dopo aver visto passare un paio di femmine in costume da bagno. Iniziano a scalmanarsi un po' troppo. Sembrano tori castrati ma carichi di cocaina, urlano, bestemmiano, si annoiano. Subito dietro di me, una comitiva di ragazzi di Milano molto simpatici e di poco più grandi di noi. Lui ha una t-shirt degli Stones, li segue dai tempi del Forty Licks Tour e ci mettiamo a chiacchierare di Musica, merce rara di questi tempi. A un certo punto, una voce ci interrompe, catalizzando l'attenzione delle ottantamila e passa persone già arrivate. <<Imolaaaaa!>>: si tratta di quello scemo di Ringo, il tipo di Virgin Radio. Ha così inizio un teatrino terrificante. Ci sono tutte le voci di quel covo di caproni a passare in rassegna sul palco, viene annunciata una diretta radiofonica del concerto (in realtà la diretta, scoprirò in seguito, durerà solo un'ora e dieci e convincerà mezza Italia che i Guns abbiano suonato pochissimo). Cerco di mandare i pensieri altrove, faccio mia una delle tante lezioni del Conte di Montecristo, quella secondo cui, a volte, l'unica evasione contemplabile è quella mentale. Rifuggo questi dieci minuti di pura spazzatura, mentre un d.j. non ben identificato mixa casualmente tutta una serie di pezzi banalotti e imbolsiti, canzoni ormai insopportabili che partono da Joan Jett e arrivano ai Kiss. In tantissimi ridono e cantano, si sperticano quando il Dr. Feelgood  chiama una a una le regioni d'Italia e applaudono quando Ringo impreca contro il terremoto che ha devastato il centro-Italia. Cosa c'entra lo sanno solo a Virgin Radio. <<Chi di voi c'era quando i Guns sono venuti l'ultima volta in Italia? Quanto tempo è passato... siamo vecchi!>>, prosegue Ringo, dimostrando un'ignoranza- è proprio il caso di dirlo -plateale. Sì, perchè i Guns N'Roses, solo negli ultimi dieci anni, hanno tenuto ben tre concerti nel nostro paese: a Roma e Milano, rispettivamente il 4 e 5 settembre del 2010, e il 22 giugno 2012 di nuovo a Milano. E il fatto che il d.j. di punta della principale (e ormai, purtroppo, unica) emittente di musica rock italiana non ne sia a conoscenza, beh, dice molto. Per fortuna riesco a concentrarmi. Ripasso mentalmente un paio di passaggi di Money Jungle, il disco che Duke Ellington incise con Max Roach e Charles Mingus per dimostrare come fosse perfettamente in grado di interagire con una nuova generazione di musicisti.


Quando il carrozzone di Virgin toglie le tende, inizio ad avere sete. Mi passano di fronte agli occhi un paio di lattine di Heineken grondanti, ma cinque euro per 33cl. di birra chiara sono un'offesa alla vita, e così prendo in mano lo zaino e centellino minuziosamente la mia scorta acquifera. Attorno alle 18:30 compare sul gigantesco palco il primo dei due gruppi spalla. Per un fan dei Motorhead come il sottoscritto l'emozione è totale: a qualche metro da me c'è quel gran figlio di buonadonna di Phil Campbell, l'uomo che per trentuno anni ha guardato le spalle e il culo di Lemmy Kilmister e che, in seguito alla dipartita della Leggenda, ha deciso di abbracciare la carriera solista con una propria band (i Bastard Sons). L'omonimo EP è uscito, in sordina, lo scorso novembre, prodotto dalla UDR/Motorhead Music. Nulla di speciale, ma un singolo come Spiders ha un bel tiro e tutto sommato funziona. 


Purtroppo, però, la dimensione live di Chris Campbell e dei suoi Bastard Sons andrebbe rivista. I volumi fanno schifo, la band suona a un livello dilettantistico imbarazzante (specie se si pensa che, oltre all'ex-chitarrista dei Motorhead, dietro la batteria siede Chris Fehn, percussionista degli Slipknot) e assai lontano da quanto ci si potrebbe aspettare dall'apertura di una gig come quella dei Guns. Sei pezzi per una mezz'ora davvero difficile da attraversare, complice anche il malumore generale del pubblico, il caldo e un impianto audio che nulla di buono lascia presagire. Purtroppo, Campbell riesce a conquistarsi un minimo più di attenzioni sul finale. Domanda se qualcuno conosce la canzone seguente e il gruppo parte in una spompatissima versione di Born to Raise Hell. Che, insomma, se si esclude il funzionale ritornello, non è mai stata propriamente un capolavoro:


Prego svariate divinità che il supplizio sia finito e invece no: devono prima demolire una delle poche certezze che ho nella vita e che risponde al nome di Ace of Spades. Un'interpretazione penosa, la riprova che le canzoni dei Motorhead non andrebbero fatte cantare a nessun altro da che Lemmy se ne è andato. Eppure la gente si è ripresa: tutti a cantare intorno a noi, mentre nel Gold Circle un paio di coglioni accennano a qualche pogata. Tiriamo un sospiro di sollievo, mentre l'odore acre del fumo scadente inizia a farsi spazio fra le mie narici. <<Meno male che arrivano i Darkness!>>, dico a Sofi.

E certo che arrivano i Darkness. La band dei fratelli Hawkins è strettamente connessa ai primi anni in cui scoprivo la musica rock. Ho ascoltato fino allo sfinimento il loro album di debutto, Permission to Land (2003), e lo stesso posso dire del successivo One Way Ticket to Hell... and Back (2005), dischi come non se ne fanno più. Un gran bel AOR che già all'epoca rimandava agli antichi fasti di Moot the Hopple, Slade e Nazareth. Inutile dire che i Darkness dal vivo sono esattamente come uno se li aspetta: degli inglesi istrionici e scherzosi, soprattutto Justin, il cantante e chitarrista, vestito con un completo blu elettrico fuori dal tempo. Dopo un brusco scioglimento dovuto, all'epoca, alla sua brutta dipendenza dalla cocaina che lo aveva ridotto sul lastrico, la band è tornata in pista nel 2012 con l'efficace Hot Cakes. Un lavoro non semplice quello dei Darkness, specie se si pensa a tutto ciò che, nel periodo in cui sono stati inattivi, è diventato moda e tendenza prima di sfiorire nell'arco di pochi anni. L'ultimo album, quel Last of Our Kind pubblicato un paio di anni fa, non è andato per niente bene e adesso i fratelli Hawkins si devono accontentare di aprire a colleghi più illustri. Sul palco, i quattro si presentano in modo diverso dal sontuoso tour mondiale di One Way Ticket to Hell: assistiamo da subito al ritorno a un rock basico e privo di orpelli, essenziale, diretto. Basta con pianoforti e organetti. Perfino il sitar di One Way Ticket to Hell o le chitarre acustiche di Love is Only a Feeling vengono rimpiazzati dal robusto sound delle Les Paul dei due Hawkins. Morale della favola? Un'ora di secco, adrenalinico e viscerale hard rock, sospeso fra qualche velleità glam e assoli chitarristici veloci e concisi. E, finalmente, riusciamo a godere decentemente del mastodontico impianto audio installato all'autodromo. Tutto compreso nel prezzo.

Sono le otto e mezza. I monitor si riempiono di proiezioni 3D. Il palco, che fino a poco prima è stato solo un'enorme struttura nera con qualche luce sparsa qua e là, prende vita. Colpi di mitra, spari, la sigla dei cartoni animati dei Looney Tunes: i tre segnali che i Guns N'Roses stanno per salire sul palco. Una base elettronica, la stessa che utilizzano come intro da più di un anno, accompagna l'arrivo di Melissa Reese, Frank Ferrer e Dizzy Reed. Sono le 20:43 e la band ritardataria per antonomasia è arrivata con due minuti di anticipo sulla tabella di marcia, che piaccia o meno. Poi un secondo di silenzio che sembra dilatarsi all'infinito e infine l'attacco di basso di It's so Easy riporta tutto a casa, a trent'anni prima, a L.A., ad Hollywood Boulevard, al Whiskey-a-go-go, a quel dannato 1987. Non ero nato, ma non importa. Sono passati più di quattordici anni da quando, una mattina di marzo, ascoltai in un lettore cd portatile quella musica: ero su un bus turistico diretto verso Torino, avevo compiuto quattordici anni da neanche sei mesi e di fronte a me si apriva un continente sterminato e tutto da scoprire. I Guns N'Roses e molto, troppo altro ancora.
L'entrata in scena di Axl e Slash avviene in simultanea, la canzone è troppo breve perchè la gente possa placarsi, il frastuono delle urla copre la voce del cantante. Qualche aggiustamento al volume sarebbe gradito, visto che la Gibson di Slash e l'ugola di Axl sembrano confondersi e accavallarsi in più punti. Due minuti e mezzo di fuoco cedono il passo a Mr. Brownstone. Che bravo che è Frank Ferrer: il migliore batterista che i Guns abbiano mai avuto e che goduria guardare- seppur nel monitor -il dettaglio della Converse di Slash fare su e giù sulla pedalina wah-wah. Axl è in gran forma, sembra davvero divertito, ammicca al pubblico, guarda l'orologio, scherza, cede volentieri le attenzioni delle telecamere a Richard Fortus, che dal canto suo avrà il suo paio di ottimi momenti nell'arco di questa serata. Chinese Democracy è accompagnata da un superbo lavoro di visual che si riappropria di simboli e immagini legate all'album omonimo. La gente si rilassa, smette di cantare, ascolta: per molti potrebbe essere la prima volta in cui si ritrovano ad avere a che fare con il disco del 2009 e la cosa un po' mi infastidisce. Anche io ne approfitto per guardarmi intorno: realizzo che i cellulari alzati al cielo sono un migliaio almeno, tendo l'orecchio per sentire i pettegolezzi, i commenti, la gioia e il disprezzo. Una coppia attempata è stata a vedere la prima data europea in Irlanda, lo scorso 27 maggio. Dicono che sia stato un concerto superbo e che se questo sarà bello anche solo la metà di quanto andato in scena al castello di Slane, andremo comunque via soddisfatti. C'è da sperarlo, visto che in Welcome to the Jungle Axl non è che faccia esattamente un gran figura, nonostante il ritmo incalzante di Ferrer e Reed e la solida, nuova base effettistica tessuta da Melissa. Chi però sin dall'inizio continua a lasciarmi meravigliato è Duff. Duff McKagan è uno di quei signori del rock, uno che si è tirato fuori da grossi casini senza far troppo rumore, si è costruito una famiglia senza approfittare del suo ruolo di star, si è laureato in economia come un normale studente un po' fuori corso e ha pure pensato bene di avviare un secondo lavoro nel mondo della finanza (un lavoro che pare portargli guadagni addirittura maggiori di quelli, già generosi, che ha ottenuto grazie alla musica). Ha anche scritto il miglior libro che potrete mai leggere legato ai Guns, "It's so easy" e altre menzogne. Sarà che mi è sempre stato simpatico, che amo il suo esordio da solista (Believe in Me) e ritengo So Fine uno dei migliori brani rock mid-tempo mai scritti, che ho un debole per il sottobosco grunge da cui arriva (è di Seattle) e a cui non ha mai disdegnato tornare nel corso degli anni e che è il mio rivale in amore (la mia ragazza è pazza di lui), ma vederlo suonare quei primi quindici minuti col basso all'altezza delle ginocchia, una bombetta in testa e tanta maestria mi ha davvero entusiasmato.
Il primo, vero colpo all'anima arriva quando Slash e Frank danno il via a Double Talkin' Jive, una canzone particolarissima su disco e che dal vivo ha sempre conosciuto una seconda vita. Uno dei tanti apici del concerto filmato a Tokyo nel 1992 è rappresentato proprio da questa canzone, quasi totalmente improvvisata e dilatata in sede live. Siamo a Imola nel 2017, ma nulla è cambiato: Double Talkin' Jive rimane un capolavoro, uno di quei pezzi che messi in mano a Slash possono solo arricchirsi. Difficile fare di meglio. Anzi, no: perchè a seguire parte Better in un arrangiamento ancora diverso da quello del tour americano del 2016. Un singolo da suonare con almeno tre chitarre, ostico e commercialmente fallimentare viene riportato a nuova vita grazie all'intreccio chitarristico di Fortus e Slash, ai cori di Duff e Melissa e alla superba voce di Axl. Già, perchè un po' è vero: il ragazzo non ha più la voce del 1985, ovviamente, e nemmeno quella del 1992; ma nemmeno ha conservato l'eccezionale resistenza canora mostrata nei difficili e chilometrici concerti orientali del 2006. E' vero: la scelta di far uscire Chinese Democracy troppo tardi può esser stata sbagliata anche perchè, contemporaneamente e dal vivo, la voce di Axl era comprensibilmente cambiata rispetto a quella udibile su quel disco. Perciò, il ragazzo ha capito una cosa e una sola: doveva cambiare approccio nei confronti delle sue stesse creature. Certe volte i risultati possono essere encomiabili, altre no, ma nessuno può affermare che questo cinquantacinquenne dell'Indiana non stia continuando a cercare nuove, ottime soluzioni per dare grande musica a chi va a vederlo esibirsi. E sinceramente, dopo averlo sentito ieri, faccio fatica a capire come ancora ci sia gente che lo definisce non più in grado di cantare. Sarà anche ingrassato (sempre meno di quanto lo è Slash e poi la musica non è una disciplina in cui il peso conta per forza qualcosa, grazie a dio), ma non ho mai visto nessuno tenere un palco in questa maniera.
Se Better suona come mai prima d'ora, Estranged (e chi mi conosce sa che forse è proprio questa la mia canzone dei Guns preferita) le fa compagnia. Un capolavoro che durante gli Illusion Tour veniva sempre affrontato con cautela, e di rado funzionava (complice il fatto che lo suonavano spesso nella seconda parte del set, con l'ugola di Axl già ampiamente provata). Che bellezza vedere il signor Rose- che nel frattempo si è cambiato già otto volte -annunciare a novantamila persone <<Ladies and Gentlemen, on the piano, mr. Dizzy Reed...>> e, soprattutto, che bellezza gli assoli di Slash, che non si lascia strappare manco un sorriso, non si toglie il cilindro, non batte ciglio di fronte alla prima, autentica standing ovation del pubblico osannante. Seguono una Live and Let Die d'ordinanza e una Rocket Queen assurda, tutta incentrata sul basso di Duff e su un suono di chitarre cavernoso come mai prima d'ora. Un approccio quasi grunge rispetto a cui il cantato di Axl, sulle prime, rimane indietro. L'esibizione al talkbox di Slash- al contrario delle decine che ho avuto modo di sentire e vedere nell'arco degli anni-non è nulla di chè, ma quando afferra un anello e si abbandona ad un secondo assolo di slide guitar pura e cruda viene voglia di inchinarsi. La parte finale della canzone, che è uno dei vertici creativi del gruppo, è splendida. Il pubblico batte le mani a tempo, Dizzy pesta sull'organo e Axl sembra avere di nuovo vent'anni. Poesia.
Così come è poesia veder ricomparire Slash con una B.C. Rich Mockingbird a tracolla. Non sono nato ieri: so bene cosa suona il gruppo quando il ricciolone torna con quella sei corde rossa in braccio. <<Ora fanno You Could Be Mine!>>, urlo a Sofi, e infatti You Could Be Mine parte. Mai stata una delle mie preferite, l'ho sempre trovata un po' troppo lunga e prolissa, sistemata quasi a caso in fondo al secondo Illusion, eppure stasera la canto a squarciagola dalla prima all'ultima nota come non fanno neanche i fans di Ligabue. Mi sento un ragazzino senza cervello, ma non importa. Dopodichè Axl passa a presentarci il signor Duff McKagan e sparisce. Duff ci saluta e il sound si distende. Gli accordi di You Can't Put Your Arms Around a Memory fanno breccia nel mio cuore. "Non puoi abbracciare un ricordo", cantava Johnny Thunders e canta ora Duff. Ed è vero. La cosa brutta dei ricordi è che vivono solo nella nostra mente, ma non esistono più in nessuna parte del mondo fisico. Inutile viaggiare per trovare un ricordo: ci sarebbero solo fantasmi. <<Tu sei andato avanti, lei è andata avanti>>, sembra volerci dire Duff prima di cambiare diametralmente stile, battere il <<One, two, three, four...>> e scatenarsi con la sua celeberrima cover di Attitude dei Misfits. Fidatevi: pochi minuti di Duff McKagan solista lasciano il segno.

This I Love è invece il momento assoluto di Axl, o meglio "dovrebbe essere": già, perchè purtroppo questa bella canzone continua a fare una gran fatica se si tratta di trovare una forma live decente, specie sul piano del canto. A pochi metri da me, dei ragazzi parlano di una gita che hanno fatto allo spaccio della Woolrich a Modena, dove pare ci siano degli enormi sconti in questo periodo. Peccato che non siano rimasti a comprare parka in saldo invece di venire a rubare ossigeno a Imola. L'arrangiamento e l'assolo comunque risultano buoni, Richard Fortus (che indossa una buffa maglietta di Diabolik) ha cucito addosso al brano un gran bel cappottino, ma finora è la canzone che Axl ha cantato peggio. Un vero peccato che viene agilmente spazzato via da Civil War. <<Oh cristodiddio ma quanto tempo è che non sento Civil War?>> mi domando. E' vero: non ascolto questo pezzo da mesi, se non da almeno un anno e mi do del cretino da solo, perchè dal vivo rimane un qualcosa di prodigioso, una canzone che vorresti durasse anche venti minuti. E se i Guns avevano già calato un asso sorprendente con Double Talkin' Jive, un'altra sorpresa ancora più grossa risulta essere la successiva Yesterdays. Canzone memorabile e giustamente inserita anche nel glorioso Greatest Hits del 2004, Yesterdays è un altro di quei brani anomali del gruppo, scarsamente tenuti di conto da Slash o Duff nei tour storici e poi totalmente abbandonati da Axl per oltre quindici anni. Esiste una registrazione inclusa in Live Era 87-93 che è probabilmente irraggiungibile per bellezza e intensità, ma già che abbiano deciso di presentarla al pubblico italiano rappresenta una mossa coraggiosa. Così come coraggiosa è la scelta, ormai divenuta standard, di includere nella scaletta Coma, il brano più lungo mai registrato dal gruppo e uno di quelli su cui Axl deve maggiormente applicarsi quando si tratta di cambiare radicalmente modo di cantare. Quasi uno spartiacque della serata.
Rimaniamo soli con Slash, che rispetto ad Axl o Duff, finora, mi ha meravigliato relativamente. Non che non mi sia piaciuto, ma a livello di sorprese è stato abbastanza avido ed è uscito di rado dal personaggio. Quando insisto nel dire che i Guns del 2017 dovrebbero affidare a Slash un maggior numero di canzoni di Chinese Democracy (oltre, magari, a degnarsi di presentarne un paio totalmente inedite, visto che c'è materiale per almeno un doppio album già missato e finito), mi riferisco a questo: lo show su un piano chitarristico potrebbe, a lungo andare, risultare monotono. Tuttavia, sia la parte di assolo blues che un rock&roll in omaggio a Chuck Berry sono meravigliosi. Non si può dire altrettanto della colonna sonora de Il Padrino, suonata a mo' di mandolino e davvero urticante.
In Sweet Child O'Mine manco riesco a sentire la voce di Axl, ma una cosa è certa: nessuno suona l'assolo di questa canzone come lo suona Slash. Non so se è un discorso di paternità, di sangue, ma è così: non c'è nulla da fare. Me ne rendo conto nonostante sia uno dei brani più anonimi e caciaroni eseguiti finora. Inizio a sentirmi stanco e questi ultimi dieci, quindici minuti non mi sono piaciuti affatto. Ma è allora che dal buio totale in cui il palco è piombato parte l'arpeggio con cui si apre My Michelle. Come tornati a nuova vita, i Guns si scatenano, il pubblico, tutto il pubblico, perde la testa. Sento il terreno mancarmi sotto i piedi e sul ritornello potrei quasi pensare che la collina di Rivazza si stacchi e crolli su tutti noi.

Come dopo un temporale estivo, seguono alcuni secondi di quiete interrotti solo dalla chitarra di Slash. Arpeggi in libertà, come ai tempi in cui lui e Gilby partivano con Wild Horses e Axl e Duff li raggiungevano con le loro voci. Si inizia a riconoscere Wish You Were Here, una canzone con cui ho litigato. Una di quelle che è passata dall'essere "solo" una ballata sulla nostalgia a un brano sul disastro esistenziale, sul naufragio assoluto, sulla rovina sentimentale. Il mondo è pieno di belle canzoni che parlano di chi non ha saputo dire le parole giuste al momento giusto, forse Wish You Were Here è una di quelle, ma nonostante dia il titolo ad uno dei due album dei Pink Floyd che amo maggiormente non ce la faccio a volerle bene. Neanche se messa in mano- e con un certo stile -al mio gruppo preferito.
Ancora silenzio. Poi un pianoforte a coda irrompe sulla scena. Axl Rose al piano intona una musica che conosco bene, anzi benissimo, ma che non mi aspettavo. Un rospo in gola mi assale e mi lascia frastornato, eppure lucidissimo: è la seconda parte di Layla dei Derek & The Dominoes. Se avete presente quel giochino dei dieci dischi da portare sull'isola deserta, ecco nella mia selezione Layla and Other Assorted Love Songs è onnipresente: non è mai mancata e mai mancherà. Il fatto che i Guns N'Roses la stiano suonando e rielaborando fa riaffiorare momenti e ricordi di una vita e no, non riesco ancora a spiegare cosa provo quando sento quel pianoforte e le chitarre di Duane Allman ed Eric Clapton che si mischiano. Una volta ho anche provato a guardare lo spezzone di un documentario in cui il produttore Tom Dowd spiegava come aveva registrato e mixato il pezzo all'epoca, pensando che questo potesse spiegare razionalmente ciò che mi si scatena da quando, tanti anni fa, sentii per la prima volta questa canzone. Ma la razionalità è nemica delle emozioni da sempre e, nel bene o nel male, questo vale per tutti noi. Ed è in momenti come questo che me ne rendo conto perfettamente. Deglutisco e penso a cosa questa straordinaria american band può ancora avere in serbo per noi.

Come è che dicono? "Nulla è più bello dell'amore"? Può darsi. Ma facciamo così: nulla è più bello dell'amore, tranne November Rain. November Rain è anche meglio. Al pari di altre hits storiche, pure questa è molto diversa da come veniva rappresentata negli anni Novanta: oggi è inglobata in un gigantesco visual concept che, in alcuni momenti, è perfino stucchevole. Ma Axl la canta talmente bene che nulla potrebbe andare per il verso sbagliato. E invece, sul finale, nel secondo assolo, Slash scazza. Non di brutto e nulla di male, si riprende. E' un essere umano, non un extraterrestre, però l'errore è stato lampante, tutti lo hanno sentito. C'è perfino chi ridacchia. Io mi limito a rimanerci male, anche perchè November Rain è un climax continuo e di indiscutibile bellezza, e vederla venire giù così un po' ferisce. Io e Sofi ci guardiamo perplessi. Nonostante il caldo e l'umido, la abbraccio. Senza di lei, non sarei qui stasera. Ripenso a quella mattina di inizio dicembre in cui ero a letto con la febbre e me la sono vista piombare a casa coi biglietti appena comprati.

Il ricordo di Layla mi sta ancora risuonando nelle orecchie, quando la mia anima viene messa di nuovo, duramente, alla prova: Slash è solo, con ancora a tracolla la doppio manico che ha usato negli ultimi venticinque minuti. Già lo so che intenzioni ha. Lo ha sempre fatto, ma tutte le volte, che sia in televisione, su disco, sul monitor di un pc o perfino dal vivo, riesce a commuovermi con Only Women Bleed. Ti saluto, mondo! Il suo madornale e grossolano errore sull'assolo precedente sparisce. Mi torna in mente un pomeriggio a casa di Marco, di quando dopo una versione di latino infilammo nel lettore il secondo DVD del concerto al Tokyo Dome. Parlavamo, commentavamo, scapellavamo, eravamo degli autentici, giovani appassionati e quella musica era tutto ciò che avevamo. Ma quando Slash e Duff si sedevano spalle contro spalle, con due belle Marlboro ciondolanti dalle rispettive bocche, e attaccavano quel giro che oggi canticchio banalmente sotto la doccia, tutto sembrava decollare verso lidi ultramondani. Anche noi finivamo trasportati nel Giappone del 1992 a vedere la più grande band del mondo cantare Knockin' on Heaven's Door come mai prima di allora.

La Knockin'on Heavens' Door del 2017 è molto meno bella di quella suonata dalla precedente formazione a Milano nel 2012. Slash sembra svogliato, Fortus si difende e per un attimo vorremmo quasi che si invertissero i ruoli, per rendere tutto l'amalgama più interessante e coerente. E' perfino sparito l'intermezzo reggae che rese leggendaria per sempre la versione presentata a Wembley durante il tributo a Freddie Mercury (un arrangiamento che però non è mai stato farina del sacco dei Guns, ma dello stesso Dylan, e se mai avete sentito il doppio At Budokan sapete di che parlo). Il pubblico ci mette del suo, il pathos che emerge dal momento in cui Axl mostra il microfono per far ripetere il ritornello ai novantamila di Imola è davvero palpabile, ma questo rito orgiastico, dionisiaco, non sembra funzionare come dovrebbe. I ragazzi suonano da oltre due ore, le luci si spengono. Axl tira fuori il suo secondo <<Grazie>> della serata (sotto questi punti di vista educazionali il cantante è pressochè irriconoscibile) e i Guns scompaiono.
Li richiamiamo a gran voce. Perfino io, che non sono un urlatore da stadio nè mi piace finire la voce, bercio a squarciagola. Confido che suonino Patience, e invece parte Don't Cry, la peggiore esecuzione della serata da parte di tutti, pubblico compreso. Sì, perchè a me tutta questa gente che sbraita tanto e che poi, al posto degli accendini, tira fuori i cellulari fa cacare. Ci vuol poco però per far tornare l'asticella su livelli qualitativi di eccellenza: dapprima Black Hole Sun dedicata a Chris Cornell e finalmente, stasera, giunta a una forma definitiva. Bellissima, quasi da desiderarne una versione in studio quanto prima. Segue, a ruota, The Seeker degli Who. La gente la confonde con You're Crazy, ma io in realtà aspetto solo che arrivi Kevin Spacey a dire <<Ricordate quei poster con la scritta "Oggi è il primo giorno del resto della tua vita? Beh, questo è vero per tutti i giorni tranne uno: il giorno che muori!>>. Ditemi come può un fan dei Guns N'Roses, degli Who e anche di American Beauty non perdere completamente la testa in un momento come questo.

Siamo agli sgoccioli. Axl sta dando le ultime unghiate, davvero ben assestate. Senza perdersi in un secondo (e assai più auspicabile) omaggio pinkfloydiano (mi riferisco a Mother), Slash apre le danze finali. Paradise City risuona nello spazio dell'autodromo, partono fuoco, fiamme, fuochi di artificio, coriandoli tricolore vengono sparati su tutto il Gold Circle e per poco non arrivano fino a noi. Faceva bene Keith Richards, quando i Rolling Stones iniziarono a fare ciò che li contraddistingue a livello concertistico da ormai ventotto anni, a dire che "gli occhi sono le puttane dei sensi", mettendo così in guardia i fans. Lui lo sapeva. Sapeva che la gente avrebbe assistito a tour mastodontici, concerti dominati dagli effetti speciali e dalle trovate sceniche e che, per questa serie di motivi, la musica- per lui la cosa più importante -rischiava di rimanere indietro rispetto al resto. Tuttavia, ieri sera, mi è risultato impossibile non farmi catturare da quella baraonda di luci, suoni e colori che ha degnamente concluso un concerto di quasi tre ore. E la musica? Sarà stata all'altezza? Posso dirvelo sinceramente: lo è stata.

sabato 3 giugno 2017

Foo Fighters, "Run" [Suggestioni uditive]

Foo Fighters,
Run
(RCA, 2017, singolo)















D'accordo, cominciamo con una bella domanda: quanto ha pagato la Feltrinelli per comparire come main sponsor sulla copertina dell'ultimo singolo dei Foo Fighters?
Non è la prima volta che recensisco musica dei Foo Fighters, ma dopo Sonic Highways (2014) mi son sempre peritato a farlo perché, visto che non mi piacciono granchè, ho sempre saputo che ne avrei parlato in termini non proprio lusinghieri. Non che mi faccia problemi (una delle caratteristiche di un buon blog è quella di essere schietto e sincero), ma far sempre la parte di chi va contro corrente non è il massimo, e inoltre, nel 2017, il fastidio di leggere commenti del tipo <<Ma tu nn capisci i FF, e se nn li capisci allora nn capisci il rok!>> non è più, purtroppo, una vaga ipotesi. Potevo però far finta di niente circa il nuovo singolo di uno di quei gruppi per cui la gente si strappa i capelli sempre e a prescindere, quando, in realtà, sono dieci anni che non pubblica nulla di valido, serio o anche solo lontanamente rappresentativo?
L’idea di questo nuovo singolo Run non è malaccio, ovvero pubblicare una canzone di vecchio solido noise rock non troppo consunto, ma già il genere non aiuta e il fatto che duri cinque minuti e più e che sia costruita come The Pretender non rende il tutto molto variegato. Certo, mi si dirà, è questo il bello dei Foo Fighters: una musica non originalissima ma che però suona viva, palpitante, sporca, vibrante, spontanea. Sarà, ma a me non dà emozioni particolari e mi sembra che qua tutto trovi posto al di fuori proprio della spontaneità. Troppo cazzeggio, troppo "pensata per" il videoclip diretto dallo stesso Grohl. Sì, va bene, questo è il mood da cazzari a cui i Foo Fighters hanno abituato il loro pubblico di bocca buona, ma a me sembra che ci sia qualcosa che non va se la gente si accontenta di quattro vecchietti che pogano in un ospizio per considerare una canzone bella se non addirittura bellissima. Il perchè è presto detto: cercate su YouTube o su Spotify la traccia audio di Run e ascoltatela senza guardare alcun video. Sembra solo a me di sentire un gruppo di amici impiegati di banca che si ritrovano in una sala prove o in un garage a casa di uno di loro la domenica pomeriggio per strimpellare e fare un po' di heavy metal? La voce di Grohl, come sempre dolce ai limiti del patetico nell'apertura e sguaiata fino al ridicolo nel ritornello, ha davvero esaurito anche quella poca naturalezza che era riuscita a mantenere fino al tour di Wasting Light. Il trio di chitarre Grohl-Shiflett-Smear appare sempre più anacronistico, la batteria di Taylor Hawkins è fredda come un sorbetto, la produzione non si accontenta solo di essere approssimativa (il che è già un dato inaccettabile da una band americana che, comunque, gli stadi li riempie senza problemi), ma perfino fastidiosa. Sì, perchè, oltre a tutti i difetti finora elencati, Run è masterizzata altissima, la compressione vergognosa: il primo ascolto fatto stanotte in cuffia è stato ostico, visto che come toccavo il volume andava in saturazione. Comunque non ci sono stati problemi: l'ho ascoltata solo una seconda volta e me ne guarderò bene dal riprovarci.

venerdì 2 giugno 2017

"Celebration Day" per Alberto Radius

Alberto Radius nel 1981 con Franco Battiato, Francesco Messina, Giusto Pio e Donato Scolese

Settantacinque anni di Alberto Radius.
A questo, parlando di musica, pensavo ieri.
Settantacinque anni di Alberto Radius e nessuno che si sia troppo scomodato a porgergli i dovuti auguri. E pensare che tanti cazzoni (fra cui mi inserisco anch'io) amano le canzoni di Lucio Battisti proprio per le musiche che Radius era solito comporre assieme al cantautore e suonare coi mitici Formula 3. Sono gli stessi che, alla fine, finiscono sempre a fare i soliti discorsi, a scannarsi sui social sul chi abbia ragione fra Manuel Agnelli e tale Tommaso Paradisi (che mi dicono capitana una band chiamata Thegiornalisti e no, non è uno scherzo, si chiama davvero così) nel sostenere che "il peggiore Venditti è meglio dei migliori Afterhours" (per me, non si pone il problema, visto che nè gli Afterhours nè, immagino, i Thegiornalisti vedranno mai manco col binocolo la possibilità di scrivere brani quali Compagno di scuola o Modena, due dei pezzi di Antonello che prediligo).
E allora adattiamoci: non facciamo i soliti discorsi. Parliamo di Alberto Radius senza scomodare Battisti e l'avventura dei Formula 3?
Va bene.
Alberto Radius, Lucio Battisti e i Formula 3
Radius è un professionista da ben prima di conoscere Lucio alla Ricordi. Chitarra turnista già nel 1959, musicista fuoco e fiamme, inizia prestissimo a marchiare in maniera incandescente la canzone popolare italiana. Suona, arrangia, scrive i quattro dischi di Franco Battiato fra il 1979 e il 1982. Ho usato l'articolo "i" perchè quegli album sono effettivamente i dischi di Franco Battiato. Opere che rispondono al nome di L'era del cinghiale bianco, Patriots, La voce del padrone e L'arca di Noè sono marmo nella storia della musica italiana.

Eppure basta prendere quotidiani cartacei e online a caso (la Repubblica, Corriere, La Stampa, Rockol, Avvenire, La Gazzetta dello Sport ecc.) per leggere dei 50 anni del Sgt. Pepper's (che poi parliamone che sia il più bel disco rock mai uscito, quando trovo che solo nel 1967 uscivano cose nettamente più belle e importanti e che ci sono almeno altri tre, quattro dischi degli stessi baronetti notevolmente più riusciti e seminali). Articoli scopiazzati in maniera imbarazzante dai colleghi esteri firmati da cronisti che, anno dopo anno, si rivelano sempre più disponibili a celebrare e scrivere di ogni refolo di Morgan, di qualunque sfiatata di Adriano Celetano,  di ogni foto postata su Facebook da Gianni Morandi, lasciando perdere chi davvero ha superato i settant'anni con una carriera unica alle spalle. Bene, a questi "celebratori" comprovati e smemorati consiglio l'acquisto di Cosa sei (1976), il migliore degli spesso eccellenti dischi in studio pubblicati da Radius. E sempre a loro lasciatemi dedicare, per l'appunto, Celebrai:
Celebrai la millesima scopata con lei/
Rose rosse e notte in bianco/
Da quel giorno, cosa vuoi,/
più nemmeno un'erezione tra di noi.


domenica 28 maggio 2017

"One more silver dollar": in gloria eterna di Gregg Allman (1947-2017)

Ad ogni morte "illustre" mi dico che devo evitare di scivolare nel sentimentalismo da strapazzo, di sprofondare nel rimpianto di artisti più o meno celebri che per altro non ho quasi mai conosciuto personalmente, di incappare nella solita ragnatela della retorica, ma, di fondo, il mio essere un rocker con un innato senso del blues non mi permette niente di tutto questo. 
E così, all'infuori di un breve omaggio scritto in ricordo di Chris Cornell una decina di giorni fa sulla mia pagina Facebook, ho evitato di buttare giù fiumi di inchiostro più o meno lunghi o di sparar cazzate sulla "maledizione del grunge" (cosa che, purtroppo, è spettata ad una massiccia fetta dei quotidiani, i cui cronisti si sono dimostrati, come al solito, vergognosi). D'altra parte, tanti e bellissimi sono stati gli articoli, i post, i pensieri dedicati a Cornell: ne ho letti di splendidi scritti da fior fiore di critica e pure molti, perfino più accorati e commossi, redatti dai fans.
Ma quando stanotte, intorno alle 02:00, ho appreso della scomparsa di Gregg Allman, non ce l'ho fatta: ho aperto il portatile e iniziato a battere sui tasti per dare l'ultimo saluto a chi, assieme al fratello maggiore, ha regalato al mondo una delle band più influenti del rock di ogni epoca e il cui culto- parimenti a quanto accaduto nell'area psichedelica coi Grateful Dead -dura tuttora.
Gregg Allman (8/12/1947-27/05/2017)
Da ormai un anno gli appassionati erano in attesa del nuovo album solista di Gregg, quel Southern Blood che la Rounder Records aveva annunciato già nella primavera del 2016 e di cui si vociferava l'uscita a gennaio. La sua pagina Facebook, mai avida di contenuti e aggiornamenti, tendeva però a pubblicare sempre meno notizie sulla lavorazione del disco e di contro, sempre più frequentemente, notizie di annullamenti di concerti dovuti ai problemi di salute del cantante. Nonostante l'epatite C contratta nel 2007, alcuni problemi di cuore risolti con un defibrillatore e un operazione alla gola nel 2013, il Gregg degli ultimi anni sembrava comunque in gran forma: sia il tributo a lui dedicato nel 2014 (All my Friends) che l'ultimo doppio live Back to Macon, GA (2015), mostravano un anziano leone circondato da musicisti giovani e affiatati. Uno strenuo difensore della propria ultraquarantennale carriera solista con ancora unghie affilate e un'ugola in ottimo stato. Tuttavia, gli eccessi di una vita possono piombarti addosso tutti insieme: il cancro al fegato con cui lottava già da un po' ne è stato la prova, e Gregg Allman, una delle più belle voci di tutti i tempi, è morto ieri nella sua tenuta sulle colline di Savannah, in Georgia.
Gregg in studio pochi mesi fa con Don Was,
produttore di Southern Blood (la cui uscita è avvolta nel mistero).
Quale occasione migliore per riascoltare le sue canzoni più belle in questa domenica di fine maggio? E quale occasioni migliore per maledire un po' il destino, magari pensando che, sì, è un vero peccato non aver mai visto gli Allman dal vivo (anche solo per la loro quasi totale latitanza nel vecchio continente), ma è un peccato ancora più grande essersi persi anche Gregg in solitaria, dato che appena due anni fa, in un'inusuale trasferta olandese, aveva promesso al pubblico stipato dentro il club Paradiso un ritorno in terra europea. Chissà se fra quelle date avrebbe trovato spazio anche la nostra Italia. Non lo sapremo mai. 
Così come non sapremo se e quando, a questo punto, Southern Blood uscirà. Come per il precedente Low Country Blues (il più bel lavoro solista di Gregg dai tempi del formidabile esordio Laid Back del 1973) non ho aspettative, ma visti i frutti recenti sarebbe molto bello udire per un'ultima volta quella voce calda alle prese con un pugno di canzoni inedite incise- oh signore! -ai Muscle Shoals sotto la direzione di Don Was (che potrebbe, fra l'altro, cogliere l'occasione di tornare a occuparsi, finalmente, di un disco serio). 
Ha attraversato tanti inferni, Gregg Allman: la morte del fratello maggiore, la scomparsa dell'altro "fratello" acquisito Berry Oakley, la dipendenza da cocaina e alcool, i travagliati matrimoni e i conseguenti divorzi, due scioglimenti della band di cui, dal 1973 al 2000, ha condiviso la leadership con Dickey Betts, una carriera solista composta maggiormente da passi falsi che lo hanno più volte portato sulla strada della depressione e della disperazione, Ma come lui stesso ripeteva nella canzone che meglio di ogni altra ne rappresenta l'intera opera (e che fu scelta anche come titolo di un'antologia da consigliare ai neofiti, semmai ce ne fossero fra coloro che leggono il blog di un allmaniano docg quale è il sottoscritto), "the road goes on forever...": e così sia, Gregg.
Grazie delle tante, troppe canzoni che hai scritto, che ci hanno accompagnato lungo il cammino e che restano saldamente ancorate ai nostri cuori. E lo so, it's only Southern Rock, ma è la mia anima.



venerdì 5 maggio 2017

Miscela (Pt. 1) [Suggestioni uditive]

UN PASSO INDIETRO, POI SEMPRE AVANTI.
Comincia ad essere del tempo che non aggiorno il blog. Ho appena finito di cancellare una lunga lista di bozze che cominciavano a starmi strette, compresa la mia cronaca del concerto milanese della Tedeschi Trucks Band (un eventone, per quel che mi riguarda). Da febbraio a ora solo due persone mi hanno chiesto cosa fosse successo al blog, alle recensioni, a me e a ciò che scrivo. Gente che magari, fino a qualche mese fa, aspettava o almeno poteva contare sulle mie ricondivisioni di Facebook.
Va tutto bene, solo che io non cerco per forza consensi. Non sono a caccia di like: a dimostrazione di ciò, il fatto che non scriva mai nulla di ammiccante, modaiolo o simpatico, preferendo quasi esclusivamente l'invettiva, la critica, le riflessioni su argomenti che conosciamo in quattro gatti. Certo, anche io ogni tanto mi abbandono alla battuta di spirito, al turpiloquio, se non direttamente alla bestemmia, ma è solo per poco: anche perchè il bacchettone buonista è sempre dietro l'angolo, pronto a segnalarti alle autorità, così come la gente che commenta nelle bacheche di Facebook solo per il gusto di rompere le palle e far perdere tempo. Con questi ultimi c'è solo una misura da adottare: l'insulto, perchè per il ragionamento o Mark Zuckerberg inizia a pagare o nulla.

1.
IL RECORD STORE DAY.
Complice il Record Store Day di fine aprile, c'è stato un bel (si fa per dire) fiorire di discussioni sulla musica nel nostro paese. Le lamentele maggiori arrivano dagli operatori del settore: in dieci anni (il primo evento analogo si registrò nel 2007) l'appeal commerciale del RSD sembra drasticamente calato. Da cosa dipende?
a) I più danno la colpa agli hipster (ormai hanno la colpa di tutto).
b) Per forza "ripassano tutto in padella"; ormai tutto è già stato creato, di queste cose non importa più niente a nessuno, ormai o ci abbandoniamo all'emulazione o nulla. Fingo di credere alla prima affermazione, sono straconvinto della seconda, ma di fronte alla terza devo puntualizzare: "l'arte è emulazione", ovvero lo slogan che sta facendo grande il 70% della musica "alternativa" italiana e internazionale, non solo non rispetta la verità, ma può essere scaturito solo da chi non ha mai avuto neanche mezza idea propria in un'intera, inutile vita.
c) Solo in pochi si limitano a sfogliare la lista dei dischi destinati ai negozi e a notare un allarmante vuoto qualitativo. Tanta frittura rifritta nello stesso olio e cara dannata ha portato, evidentemente, a una crisi di questo piacevole evento. L'unico disco di quella fantomatica lista che a me interessava (Betty's Self Rising- Southern Blends Vol. 3 dei CRB) non sembra mai arrivato in Italia e così me la sono cavata con qualche acquisto casuale e il DVD di Rogue One.
Un piccolo inciso: per chi fosse comunque interessato, Betty's Self Rising- Southern Blends Vol. 3 dei CRB è comunque uscito, su doppio cd, oggi in tutto il mondo.

2.
LA FUFFA PRIMAVERILE TARGATA GRATEFUL DEAD.
E' passato un anno dalla pubblicazione di Red Rocks, triplo live album dei Grateful Dead registrato in Colorado nel 1978 e fortuitamente giunto fino a noi. A mio avviso, il migliore messo in cantiere dai tempi di Sunshine Daydreams (non gli si avvicina comunque, essendo quest'ultimo la testimonianza diretta del più bel concerto del gruppo e su ciò non transigo), datato 2013. Come accaduto per il 2015, questo 2017 è un anno che ruota molto attorno ai Dead: complice l'uscita di Long Strange Trip (documentario di oltre quattro ore prodotto, fra gli altri, da Martin Scorsese per Amazon Studios), i cinquant'anni dall'uscita del primo album e non so più bene neanche io cosa. Quindi, cosa fa la Rhino? Intanto, pubblica Cornell, 5/8/1977, un concerto insipido, transitorio, a tratti perfino inutile. Da non credere che negli archivi sterminati della più grande american band di ogni epoca non fosse presente nulla di meglio da restaurare e presentare. Che davvero anche in casa GD stiano iniziando a raschiare il fondo del barile? Non che la ATO si stia comportando meglio nei confronti del lascito di Jerry Garcia solista (gli ultimi due volumi dei GarciaLive erano robetta se paragonati anche solo al 6), ma davvero c'è puzza di cacca nell'aria.
E le cose non migliorano neanche se ci spostiamo nel tempio del piacere, ovvero quel continente sempre meno accessibile che risponde al nome di Dave's Picks. Dopo lo spettacolare ventesimo appuntamento contenente l'intera serata del nove dicembre 1981 a Boulder, Colorado, ci siamo dovuti sorbire una copia sbiadita di Sunshine Daydreams registrata a Boston il 2 aprile 1973 e, adesso, un altro concerto del tutto dimenticabile: quello al Felt Forum di New York del 7 dicembre 1971. Bah...
3.
UN AUSPICIO PER CHI VA A VEDERE CAETANO VELOSO A PADOVA DOMENICA PROSSIMA.
Avendo una sola vita e non essendo propriamente ricco, non andrò a vedere Caetano Veloso al Pala Geox domenica 7 maggio (mi sarebbe piaciuto molto sentire la Marcus King Band esibirsi due sere fa in un locale grande quanto il circolo ARCI sotto casa mia, alle porte di Milano, ma il tutto era improponibile). Non ci sarò, ma mi farebbe piacere leggere, il giorno dopo, una recensione che racconta di come abbia presentato tutto Cores Nomes (1982), uno dei suoi grandissimi dischi che, ultimamente, sono tornato a consumare. Facciamo così: anche concedesse solo Queixa, beh, sarebbe il massimo:





domenica 12 febbraio 2017

Un consiglio e qualche pensiero nel giorno dei 45 anni dall'uscita di "Eat a Peach" [Extra]


Oggi, così per dire, la pagina Facebook della Allman Brothers Band ha pubblicato una breve nota in cui si sottolineava una ricorrenza molto importante: i 45 anni di Eat a Peach.
E' chiaro che tenere il conto di quanti dischi importanti, per non dire essenziali, del 1972 è un'impresa impossibile, ma Eat a Peach per me non è solo un bellissimo documento della musica rock di quell'anno. No.
Eat a Peach contiene One Way Out, e One Way Out è stata la canzone con cui ho scoperto la banda dei fratelli Allman. Ero al cinema a vedere The Departed e c'era questa scena incredibile in cui Leonardo di Caprio siede al banco di un bar irlandese di South Boston e ordina un succo di mirtillo. E' una serata complessa: lui è un poliziotto sotto copertura e deve farsi strada nella malavita della città. Ha deciso di accompagnare suo cugino, uno spacciatore da quattro soldi che però ha conoscenze e agganci che lo potranno inserire nel giro di Frank Costello, il capo dei capi. Uno degli scagnozzi di Costello va a sedersi a fianco del nuovo arrivato e, giudicando troppo "effeminato" l'ordine effettuato da Leo, lo prende in giro dicendogli che il succo di mirtillo è un diuretico naturale e che la sua ragazza lo beve nel periodo del ciclo. <<Anche tu hai le mestruazioni?>>, gli domanda. Leo aspetta che il barman gli porga il bicchiere sul banco, scrolla due volte la sigaretta nel posacenere, la ripone fra le labbra e con un gesto fulmineo fa esplodere, letteralmente, il bicchiere di succo nella tempia del mafioso. Ed è allora che le Gibson di Duane e Dickey Betts iniziano ad intrecciarsi, la doppia sezione ritmica di Jaimoe e Butch Trucks (recentemente scomparso) si intensifica e gli altri mafiosi accorrono in soccorso dell'amico ferito. Il più grande e cattivo fra loro, il signor French, invita il giovane impetuoso a calmarsi, lo blocca un paio di volte e, dopo averlo minacciato di strappargli via i testicoli, gli consiglia di darsi una calmata, di rinunciare alla vita da spacciatore (non fa per lui, troppo impulsivo e permaloso) e di tornare a sedersi composto. Non prima però di avergli chiesto <<Che stavi bevendo?>> e, alla sua risposta, replica con un sarcastico <<Perchè? Hai le mestruazioni?>> e Leo, stavolta, non reagisce. Tutto questo dura una ventina di secondi.
Eat a Peach è il primo disco che ho comprato degli Allman, prima del concerto al Fillmore e  molto prima di Brothers and Sisters. E' un disco spartiacque, ma pure un'opera nata dal dolore, il dolore della perdita di Duane, morto durante le registrazioni di nuove canzoni per quel terzo album in studio che, al momento della sua dipartita, nemmeno aveva un nome. In realtà, Eat a Peach rappresenta al cento percento le molteplici anime della band: in parte dal vivo, in parte in studio, nasce come doppio LP (su cd lo potete comodamente acquistare su disco singolo, anche se dieci anni fa circolò una edizione deluxe espansa), contiene la più lunga canzone mai pubblicata dal gruppo (Mountain Jam) e una delle più brevi (la splendida ninnananna strumentale Little Martha, che lo conclude). Ci sono i capolavori rimasti fuori dal Fillmore, uno dei manifesti poetici di Dickey Betts (Blue Sky), due possenti cavalli di battaglia usciti dal canzoniere di Gregg (Ain't Wastin't Time No More, Stand Back) e la sua lovesong più nota (Melissa). In tanta bellezza, c'è spazio pure per uno strumentale destinato a rimanere "minore" fra i molti incisi dal gruppo (Les Brers in A Minor).
Eat a Peach non è nè "il disco di Duane", nè "il disco di Dickey" (odiose diciture adottate dalla critica dalla metà degli anni Settanta in poi, come se esistessero più Allman Brothers Band), ma se non lo avete mai sentito, non avete idea di cosa vi siete persi.
Un disco a cinque stelle in cui immergersi, senza mai abbandonarlo del tutto.