sabato 1 ottobre 2016

I magnifici 7 [Recensione]

Come sarà il remake di un remake? Una buona domanda da porsi prima di vedere I magnifici 7 di Antoine Fuqua (regista di Training Day, Shooter e- prevalentemente -di sonore strombolate). Una domanda che sorge spontanea in chi ha visto decine di volte l'omonimo cult di John Sturges e l'altrettanto leggendario I sette samurai. Una domanda pregna di curiosità ulteriori: come saranno questi cowboys interpretati da un cast multietnico e variopinto? Come saranno i dialoghi della sceneggiatura co-firmata Nic Pizzolatto (romanziere e già autore, così per dire, di True Detective)? Come sarà questo cattivo politicamente corretto (come piace fare tutte le cose ad Hollywood al giorno d'oggi) e  dunque inevitabilmente bianco, protestante e immerso nel business?
Le risposte non si sprecano. Intanto, vale la pena di specificare che sotto il sole non c'è niente di nuovo: la storia dei sette pistoleri un po' antieroici (ma non troppo, come già scelse Sturges) che si mettono in gioco per salvare una comunità rurale da un tiranno non ha subìto modifiche. Stavolta, nel ruolo di protagonista, c'è Denzel Washington (notevole); a reclutare la squadra troviamo una bella vedovina (Haley Bennett) che, ovviamente, spara meglio di Calamity Jane e non ha bisogno di niente e di nessuno; ad ammiccare al personaggio che fu di Bronson troviamo il messicano Manuel Garcia-Rulfo, mentre quello di Coburn si incarna nella fisicità affusolata di Lee Byung-Hun, un cinese abile con le lame; c'è spazio perfino per un nativo americano, un guerrieri comanche interpretato da Martin Sensmeier. Straordinari davvero Vincent d'Onofrio nei panni del trapper timorato di Dio ed Ethan Hawke in quelli del cajun ex-cecchino sudista che soffre di attacchi di stress post-traumatico e che, nel suo angolino, è il dettaglio più smaccatamente pizzolattiano di tutto il film. 
La regia di Fuqua è classica, impostata, rispettosa della tradizione e attenta a non mancare di rispetto a nessuno. Questo eccesso di buonismo e di eroismo finisce col gravare un po' su certe scene e induce ad una precisa retorica. Si prenda il cattivo proprietario terriero Bogue (Peter Sarsgaard), ad esempio: quanta anonima mediocrità confluisce in un ruolo geniale e leggendario che, nel 1960, spettò ad Eli Wallach? Difficile dire da quanto tempo non usciva al cinema un western così immobilizzato nei dettami del genere. I magnifici sette del 1960 non era un film rivoluzionario, nè rappresentò il miglior risultato artistico di Sturges sul cinema di frontiera (per chi non li avesse mai visti, Sfida nella città morta e Il giorno della vendetta sono i suoi veri due capolavori), eppure è rimasto nella Storia del cinema e ha finito col soffrire, nel corso degli anni, perfino di un eccesso di sopravvalutazione. I magnifici 7 del 2016 non correrà questo rischio, ma verrà sicuramente ricordato per essere stato uno dei primi re-remake di un genere tragicamente fuori moda da trentacinque anni suonati. E tutto questo nonostante un paio di scelte davvero moderne e coraggiose e nonostante una battaglia finale che oscilla fra Leone e Peckinpah, mandando in culo, seppur momentaneamente, una certa smania di imbolsita neoclassicità che tanto aggrada Antoine Fuqua.

sabato 17 settembre 2016

17 settembre 1991-17 settembre 2016: 25 anni di illusioni [Extra]

USA LA TUA ILLUSIONE*

 I due volumi di Use Your Illusion sono fra quanto di più affascinante, vario e misterioso abbia prodotto la storia del Rock.
Vertice di creatività, meno grezzo dei precedenti album, pieno di lati oscuri, non ammaestrabile, Use Your Illusion non ti fa sentire subito ''a casa'', non ti restituisce il gusto street di Appetite o la perfezione semiacustica di Lies. Ti spiazza e ti avvolge nella sua dimensione, e nonostante contenga cinque grandiose hits da classifica ci vogliono mesi di ascolti per districarsi nei suoi labirinti sonori.
Credo sia il disco- anzi, i dischi -che ho ascoltato di più in vita mia. Ci arrivai già da comprovato fan della band; mi ero costruito un immagine di loro e del loro mondo con i primi due album e col Greatest Hits uscito ad inizio 2004, per cui ascoltare i due Illusion fu come accedere ad un'inesauribile fonte di segreti: trenta pezzi quasi tutti belli o bellissimi, ma di non facile presa. Mi perdevo nella maestosità di Estranged e November Rain, ma le sensazioni che arrivavano erano diversissime da Welcome To The Jungle o Sweet Child O'Mine. Il suono del disco era differente, più pulito e raffinato, meno corrosivo ma più profondo e misterioso. You Ain't The First, con quelle voci catturate in presa diretta che mi sembrava di essere in giardino coi Guns, la forza riottosa del punk di Right Next Door To Hell, Perfect Crime e Shotgun Blues. Ma poi ascoltavo The Garden, Breakdown, Coma, So Fine e mi chiedevo che razza di musica fosse questa. Non gli sapevo dare un nome, e- specie da ragazzi -abbiamo bisogno di dare un nome alle cose, di classificarle per sentirci più tranquilli e al sicuro. Tutti i miei amici parlavano dei Guns N'Roses come di una band hard'n'heavy, ma nei due Use Your Illusion di heavy metal- per lo meno di quello che intendevano loro -se ne udiva assai poco. 
E poi la copertina. Bellissima. Fra quelle dei Guns, la più bella in assoluto, con quel particolare della Scuola di Atene ingigantito, muralizzato e reso sfrenatamente pop da Mark Kostabi, e ancora quei collages interni di quadri astratti, immagini di repertorio e foto di tutti coloro che avevano preso parte più o meno attivamente alla produzione del disco. L'immagine di copertina, molto forte e piena di suggestioni, lasciava spazio ad una galleria scollegata da ogni logica e gusto dell'epoca ma vincente nel suo insieme, proprio come la musica a cui si accompagnava. Quanto tempo ho passato a guardare i volti e a leggere i nomi di tecnici e musicisti, a scorgere i significati dei brani e i loro segreti. Non aveva proprio nulla a che fare con la grafica dei primi due album o coi simbolismi stradioli di tutto il movimento hair-street-sleaze-glam-metal di fine anni Ottanta. Nel corso degli anni, man mano che ascoltavo questi dischi, vedevo accrescere l’immagine della rock band isolata dal resto del mondo, in una casa grande e decadente, dove magari era stato allestito un gigantesco studio di registrazione: alla fine, i Guns di Use Your Illusion, così eclettici e già così divisi sul piano delle decisioni (basta leggere l'autobiografia di Slash per capirlo), si ritrovarono liberi di esprimere la propria creatività senza limiti e costrizioni, un po' come accaduto agli Stones di Exile on Main Street, ai Beatles del White Album o agli Zeppelin di Physical Graffiti. Tutti grandi doppi, tutti grandi fratelli-gemelli, tutti capolavori monumentali. E un'opera monumentale è anche Use Your Illusion, composta di mille piccole sfumature che hanno resistito benissimo al passare di due decenni. E' un disco che non ha mai finito con annoiarmi e di cui riesco ancora oggi a godere pienamente, un'altra isola di quel piccolo arcipelago nel quale ancora veleggio felice, quando nessun'altra esplorazione sonora riesce a portarmi via.



[* titolo orribile provvisorio]

lunedì 29 agosto 2016

Paradise Beach [Recensione]

Deve essere scattato qualcosa, in un determinato momento, nel cervello del regista spagnolo Jaume Collet-Serra. Dopo anni di lavoro spesi per filmacci di cassetta (Unknown), stupidate premestruali (Goal II), horror destinati al pubblico di MTV (La maschera di cera e mediocri thriller scritti per Liam Neeson (da Non-stop al recente Run all night), il regista di Orphan (per inciso, la sua unica pellicola degna di una menzione un po' più onorevole) deve essere stato colto dalla smania di mandare tutti a quel paese. E così, eccolo tornare in sala con un beast-movie incredibile, inaspettato e, per molti versi, unico. Paradise Beach è un film di vendetta, ma anche di sfogo. Collet-Serra prende infatti la meravigliosa Blake Lively e la trasporta- con tutto quel futile mondo fatto di chat, smiles e perbenismo a buon mercato -su una spiaggia messicana, una spiaggia senza nome dove non vengono troppi gringos. Una spiaggia che è, in primo luogo, la rappresentazione della vita della protagonista Nancy, oltre al punto geografico in cui sua madre- da poco scomparsa -realizzò di essere incinta di lei. Nancy ha venticinque anni, è texana, ama il surf e ha già attraversato e speso il primo quarto di secolo della propria esistenza. Ha da poco abbandonato gli studi di medicina, è un'anima depressa, senza stimoli, senza fidanzato, senza futuro. Tutte informazioni sciorinate nei primi venti minuti del film, gli stessi dove, sul piano formale, si gioca con gigantesche videochat griffate Sony Ericsson che ingombrano lo schermo e dove il montaggio scimmiotta tutta l'iconografia del surfismo 2.0: del resto, perchè omaggiare Un mercoledì da leoni e i Beach Boys quando si può buttare- con maggiore compiacimento -una biondina fra le fauci di uno squalo al ritmo di odiose canzonette post-skrillexiane? La fase Gossip Girl finisce dopo mezz'ora, quando la bestia (realizzata in una CGI superba e assolutamente realistica) attacca e Paradise Beach decolla, trasformando completamente quella che per i primi venti minuti era parsa una sitcom oceanica in molto di più. Tutto funziona: il thrilling è superbo, la Lively perfetta, la drammaticità incessante, lo scavo psicologico riuscito, l'azione filmata magnificamente e musicata perfino meglio dall'instancabile Marco Beltrami. Gossip Girl Vs. Shark Attacks si sarebbe chiamato se fosse stato un film Asylum, ma a Paradise Beach non interessa passare per mockbuster (regia e fotografia sono eccellenti), nè prendersi troppo sul serio. La finezza osata da Collet-Serra risiede proprio in questo: l'unica componente trash di questo film non è l'esagerazione dello scontro, le dimensioni della bestia, l'esasperazione dei danni inflitti agli altri (anzi, è preoccupantemente tutto molto autentico), bensì la presa di giro- volontaria -delle pellicole di genere che mirano a inglobare al proprio interno componenti sentimentali, familiari e drammatiche del tutto estranee al canovaccio iniziale. E Paradise Beach non è un pregevole beast-movie solo perchè inizia con i toni (e i colori) di una pubblicità della Hollister e diviene presto un incubo (realizzando, parallelamente, il sogno di chiunque sparerebbe a vista al famoso gabbiano ricamato su felpe e magliette degli over 20), ma perchè è oggettivamente uno dei migliori film del genere usciti negli ultimi anni. Provateci voi a buttare una bionda nell'acqua e a metterla contro uno squalo bianco riuscendo a far apparire il tutto genuino, originale e riuscito. Poi ne riparliamo.

martedì 23 agosto 2016

Suicide Squad [Recensione]

Di un'estate che per i più è stata votata alla visione compulsiva di serie tv, Olimpiadi, recuperi, ecc. Suicide Squad doveva essere l'evento cinematografico assoluto. Già, facile essere l'evento quando, nell'unico paese al mondo ancora prigioniero del concetto di ferie d'agosto, la concorrenza è pressochè inesistente. Tuttavia, non capitava dai tempi del terzo Batman nolaniano che un film DC fosse atteso a gloria: dunque, si può dire che l'unico vero evento sia stata l'aspettativa di Suicide Squad e non il film in sè.
Attenzione però: il film in sè non è nulla di straordinario, ma non è nemmeno lo schifo che tanti hanno millantato negli USA. Ci sono buoni attori, ottime scene di azione, una grande colonna sonora che passa dagli Animals ad Eminem con brillante naturalezza, un moderato umorismo. Il problema di Suicide Squad non è rappresentato da Jared Leto che interpreta il Joker o da Margot Robbie che veste i panni di Harley Quinn in maniera piuttosto inappropriata (chi ama, possiede, ha letto o anche solo sfogliato Mad Love capirà), ma dalla volontà di essere più politicamente corretto del previsto. E questi personaggi, invece, dovrebbero incarnare quanto di più scorretto e irriverente esista nel mondo DC. Invece, sembra quasi che l'unica ansia degli autori (e, in maniera anche maggiore, dei produttori) sia stata quella di girare un cinecomic umoristico che somigliasse il più possibile a quanto creato dalla concorrenza. <<Disney è andata in una certa direzione con Deadpool? Anche noi andiamo in là!>>, oppure <<Disney fa la scena dopo i titoli di coda? Noi dobbiamo farla almeno durante!>>.
Come al solito, tutti hanno puntato il dito su paragoni, incongruenze, nemici, problemi di continuity, ma nessuno ha notato che certe figure professionali (e, immagino, ben pagate dai fratelli Warner) stiano disimparando il proprio mestiere. E' già successo in quasi tutti i film di Snyder e succede anche in Suicide Squad, ad esempio, che i montatori incappino in errori vergognosi. Finchè si parla di Snyder, non c'è da meravigliarsi (visto il cattivo gusto che mette nei suoi film, ci sta che scelga di proposito un montaggio sbagliato), ma anche Suicide Squad ha i suoi campi e controcampi sballati, i suoi stacchi bruschi, i suoi raccordi sull'asse buttati là a caso. Va bene che anche a Hollywood non sono tutti Thelma Schoonmaker e che David Ayer non è Stanley Kubrick e pretenda il final cut, ma con 175 milioni di dollari di budget potevano trattarsi e trattare un po' meglio il film, no? Poi è chiaro: di fronte a 585 milioni di dollari di incasso ogni commento sembra di troppo, però, in DC come anche a casa Marvel/Disney, si pone ormai grande attenzione a scrittura e scelta degli attori (Suicide Squad è una collezione di marchette assurda, in tal senso), mentre di fondo c'è quasi sempre una ricorrente sciatteria e una gigantesca omologazione a livello tecnico e registico. Al pubblico sta bene, perchè ormai- complice anche questa ingente quantità di "tele-visioni" -ci occupiamo soltanto della cura dei personaggi, della coerenza di una trama, della forza evocativa dei film e tralasciamo completamente regia, messa in scena, stile. Se a questo si aggiunge il fatto che l'utente cinefumettaro medio non ha mai lavorato su una lettura formale di quanto è andato a vedere negli ultimi quindici anni il gioco è fatto.

lunedì 22 agosto 2016

Motörhead, "Clean Your Clock" [Suggestioni uditive]

Motörhead,
Clean Your Clock
(UDR Music, Cd + 1 DVD, 2016)















Se si dovesse dare una definizione del sentimento che pervade la musica dei Motörhead, si potrebbe parlare di "rabbia esistenziale"; una questione all'apparenza facile e ricorrente nella quasi totalità della musica heavy. Tuttavia, una gran quantità di epigoni, figliocci, nipoti e bisnipoti della band di Lemmy si sono bruciati le ali tentando di perseguire quel modello di riferimento e fermandosi soltanto alla buccia, ovvero al lato che concerne gli eccessi alcoolici e sessuali, accompagnati da eguali dosi di droghe e cazzeggio. Ma i Motörhead hanno fatto molto di più. Lemmy aveva recuperato e divulgato, già negli anni Settanta, il linguaggio libero e spezzato del rock&roll di Chuck Berry, Jerry Lee Lewis ed Eddie Cochran- tutti cattivi ragazzi, ribelli per diritto di nascita, ex-galeotti afflitti da vizi di ogni genere -e con quello aveva iniziato ad occuparsi di ogni tema della terra, dalle donne al bere, dalla guerra alla crisi economica. La "rabbia esistenziale" partiva dal singolo ma finiva con l'investire, tramite le canzoni, l'intera collettività. Il senso del mondo, nella loro musica, è andato frammentandosi per decine di canzoni da tre minuti, numerosi album e quarant'anni di onorata carriera. Dicono che nella giornata dei Motörhead un concerto fosse soltanto un impegno in più sull'agenda, ma guardando il DVD che accompagna il nuovo live postumo Clean Your Clock si realizza subito che questa semplificazione poteva valere forse per gli anni d'oro (gli "anni d'oro" dei Motörhead non sono quelli dei Rolling Stones o di Bruce Springsteen e vanno, grossomodo, dal 1975 al 2013) e non di certo per gli ultimi tempi. 
Frutto di due serate bavaresi di fine novembre, Clean Your Clock è un progetto apprezzabile su un piano tecnico e sentimentale, ma molto discutibile su quello morale e musicale. Se da una parte è infatti comprensibile la volontà di rendere omaggio al mito (già dalla copertina, molto bella e per la prima volta privata dello Snaggletooth), dall'altra è giusto domandarsi se il modo migliore per farlo fosse pubblicare lo spettacolo di un uomo anziano, visibilmente malato, prossimo alla morte (sarebbe sopraggiunta un mese dopo questi shows) e gravemente compromesso sul piano lavorativo. La macchina ritmica e scenografica è impeccabile, i Motörhead suonano davvero bene, la tracklist è perfetta, forse la migliore scaletta di un loro live, ma Lemmy sta male, nel canto, nel suono, nello spirito e questo nulla può cancellarlo e giustificarlo. Non voglio accusare i produttori della UDR di aver lucrato sul dolore altrui, ma una punta di malignità in questo disco (con accluso DVD arricchito di tre pezzi) io la intravedo. Dei sedici pezzi, tutti o quasi tutti grandi classici del gruppo, non ce ne è mezzo dove la performance di Lemmy non sia irrimediabilmente compromessa dalla malattia. Perfino nelle interviste presenti fra gli extras del DVD si fa enorme fatica a comprendere cosa il cantante dica. 
Dicono che sia difficile ricordare i morti, che a volte i ricordi, specie quelli di rockstar famose, si confondano: in effetti, se il mezzo deve essere un disco come questo, è preferibile lasciar perdere commemorazioni, ricordi e tributi. E poi i necro-dischi non mi sono mai piaciuti, sarà perchè ho sempre creduto che chi se ne va se ne va, e nessuno torna più indietro. 

domenica 21 agosto 2016

Summer days, summer nights are gone... [Suggestioni uditive]




"... Summer days and summer nights are gone", "i giorni d'estate e le notti d'estate sono finiti", diceva una grande canzone consegnata ai posteri l'11 settembre 2001, quasi quindici anni fa. Il protagonista è un contadino che vive sulla cima di una collina, con i maiali che sguazzano nel fango e una donna dai lunghi capelli e nelle cui vene scorre sangue reale indiano. Summer Days non è una canzone estiva, ma una canzone di mezza, se non di fine estate. Lo stesso si può dire dei dischi di cui voglio scrivere.
Nel mondo della musica rock si raccontano tante storie su hits perdute, album dimenticati, demo rubate, nastri bruciati, cartelle Pro Tools smarrite nel cyberspace, dischi annunciati e mai pubblicati. Già più rari sono però quei dischi mai annunciati, mai fatti uscire, mai menzionati e, tuttavia, effettivamente registrati e rifiniti a quasi tutti i livelli. Potrebbe apparire quasi ovvio che una mosca bianca- anche in questa occasione -si sia rivelata essere Bob Dylan. Al giorno d'oggi, ormai, complici internet, i biografi, gli amici, i parenti e i colleghi, siamo in grado di ricostruire abbastanza bene cosa (e quanto) della carriera di Dylan sia rimasto fuori dai canali di pubblicazione ufficiali. Come sanno anche i sassi, il cantautore e la CBS, nel 1991, hanno creato una collana su misura per tutto ciò che di inedito, alternativo e mai udito prima era rimasto tagliato fuori dai circuiti più o meno legali, e la Bootleg Series promette di durare ancora a lungo, oltre ad essere un qualcosa che continua sempre a soddisfare tutti e a rivelarsi una fonte inesauribile di interesse, capolavori, belle canzoni e sorprese. 
Ma la vera sorpresa, in quest'estate, non l'ha tirata fuori lo stesso Dylan con la sua casa discografica, bensì la piccola, olandesissima Rattle Snake, nota ai dylaniani per essere stata la prima, nel 2001, ad aver pubblicato le registrazioni dal vivo al Gaslight. After The Empire (Rattle Snake Records, ) non è la millesima raccolta di alternate takes, outtakes e pseudo-inedite non ufficiale, costosa e inascoltabile, nè un bel soundboard curato e mixato con dovizia da qualche tecnico specializzato, ma un vero e proprio disco con dodici canzoni inedite di cui nessuno- pare -aveva mai saputo nulla. 
Bob Dylan intervistato per Rolling Stone (1986)
Sembra infatti che nella primavera del 1985, con Empire Burlesque fresco di stampa e di stroncature più o meno gratuite (con questo non voglio assolutamente farlo passare per un bell'album, perchè non lo era all'epoca e non lo è manco oggi), Bob Dylan abbia già del nuovo materiale  a disposizione. Non dice niente ad Arthur Baker, il produttore pop con cui ha condiviso la console negli ultimi mesi, nè alza il telefono per contattare i grandi nomi con cui ha passato gli ultimi anni in studio (da Knopfler a Ringo Starr, passando per Ron Wood, Mick Taylor, Sly&Robbie, ecc.). Prenota i Cherokee Studios ad Hollwood, un paio di turnisti R&B per la sezione ritmica (Vito San Filippo al basso, Raymond Lee Pounds alla batteria), le fidate Queens Of Rhythm ai cori e dei musicisti "in attesa di identificazione" (si stima che alla sei corde trovi spazio Mike Campbell e dunque tutto questo materiale inedito altro non potrebbe esser stato che una lunga prova per il tour del 1986 con gli Heartbreakers). A Los Angeles prendono forma dodici canzoni le cui registrazioni si protraggono per tutta l'estate e parte dell'autunno. Settanta minuti di musica mai udita prima e sulla quale lo stesso Dylan non ha battuto ciglio, permettendone la diffusione senza render conto di questo disco perduto e a cui è stato affibbiato un titolo semplicistico e approssimativo (da bootleg, per l'appunto). 
After The Empire non è un secondo Empire Burlesque, nè un ulteriore riassunto dell'abbandono religioso progressivamente intrapreso dopo il 1982. Anzi, al massimo poteva essere un quarto album gospel senza però la componente cristiana. Rifare qualcosa che ha già fatto è insopportabile per Bob Dylan, eppure i "rinnovanti" esperimenti synth-pop cui è approdato lavorando con Baker non hanno dato i frutti sperati. Sono anni bui, quelli del disgelo. Non dimentichiamoci che in Chronicles vol. 1 Dylan per primo fissa l'inizio della sua depressione proprio a metà anni Ottanta. Una graduale perdita di ispirazione e fiducia in se stesso che sarebbe culminata nei pessimi Knocked Out Loaded e Down in the Groove e nella disgraziata turnè coi Grateful Dead (chi l'avrebbe mai detto?). Ma sorprendentemente, in questo bootleg, non c'è traccia di depressione. Di certo non è un album facile e gioioso (ma quale disco di Dylan, alla fine, lo è?), ma non soffre della freddezza, del distacco e della disomogeneità tipici di quel periodo. Baby Coming Back From The Dead è uno strepitoso, lungo rockabilly che con qualche limatura qua e là sarebbe potuto passare tranquillamente alla radio o su MTV, La presenza delle Queens può essere equiparata a quella della voce principale e non manca qualche ammiccamento al blues vecchia scuola: Bring It Home to Me rappresenta un netto miglioramento delle atmosfere che avevano contraddistinto pezzi come Groom's Still Waiting at the Altar, che odora quasi di lato B di quella hit datata 1982. Notevoli anche I'm Ready for Love e Nothing Here Worth Dying For, momenti gospel di ottima caratura. Lo volete sentire prima o scaricarlo? Niente da fare. Introvabile, almeno per ora, a livello di anteprime su YouTube (per non parlare dei siti audio streaming) o in download.
Sempre parlando di cose introvabili, sapete quante copie usciranno nei negozi delle 16.500 stampate del diciannovesimo volume della collana più ambita, rincorsa e desiderata fra quelle appartenenti alla scuderia dei Grateful Dead? Manco mezza. Le copie di Dave's Picks Vol. 19 sono già state esaurite nella fase pre-sale svoltasi su internet. Nulla a cui chi segue- anche marginalmente -i Dead e il mondo ad essi connesso non sia abituato, però per un europeo come me, italico, ateo e con l'anima sempre in viaggio su qualche blue highway dello spirito, son cose difficili da credere. Di recente, scambiavo punti di vista con un amico sul recente cofanetto di Red Rocks, sulla piega che la ATO sta facendo prendere alla Garcia Live e sul tour americano che stanno intraprendendo i Dead & Company, la superband voluta da Weir, Hart e Krutzman e nella quale sono stati "arruolati" militanti del calibro di John Mayer (che a me non è mai sembrato così bravo come con loro, poi non so), Oteil Burbridge (ex-bassista della Allman Brothers Band "mark IV") e Jeff Chimenti (già tastierista nei RatDog, nei Dead e nei Furthur). E nulla, ci confrontavamo su questi argomenti e io cercavo di fargli capire che, al di là della mole di uscite che continua ad affollare i negozi fisici e virtuali (e che è spesso volta soltanto a svuotare le tasche dei deadheads, che sono un caso a parte nel panorama dei fanatici musicali di tutto il mondo oltre a risultare un fenomeno che, in Europa, continuiamo a comprendere solo marginalmente), i Grateful Dead e le loro innumerevoli diramazioni rappresentano forse meglio di tutto l'idea culturale, spirituale e filosofica che ho sempre ricercato nel rock. Sì, perchè comunque una ricerca alla radice dell'idea del rock può affaticare la vita mia e di molte altre persone ogni giorno, ma alla fine, sebbene dispiaccia non poter mettere le mani su questo e i precedenti volumi della Dave's Pick, si approda sempre e comunque ad una placida consapevolezza di sè.
Se si è un po' emuli delle deadheads, tuttavia, ci si può consolare con la nuova Garcia Live Volume Seven (ATO Records, 2 cd, ½), che riprende tutto il concerto tenuto dalla Band di Jerry a Palo Alto, in un locale chiamato Sophie's, l'otto novembre 1976.  Per quanto attiva da solo un anno e mezzo, la Jerry Garcia Band è già alla sua terza incarnazione, una delle più deadiane, con Keith e Donna Jean (colei che, fra l'altro, conservava i nastri originali di questa serata) rispettivamente alle tastiere e ai cori, e col batterista Ron Tutt prossimo ad abbandonare la carovana. Del resto, nessuno ha mai nascosto che lavorare con Garcia fosse dura. Genio, durezza e sregolatezza, una sregolatezza per cui pagò tutto salatissimo, alla fine. Ogni concerto, ogni canzone, ogni accordo della sua chitarra sono rimasti e rivivono, ogni tot mesi, in queste fedeli cronache della ATO Records. Un miscuglio insondabile di rimandi, influenze, suggestioni che conteneva il bluegrass, il reggae, l'underground, la beat generation, il jazz, l'R&B e infiniti altri umori che lui soltanto riusciva a mescolare, facendo a pezzi la canonica, rigorosa separazione fra gusto pop e musica d'autore. Va detto, però, che questo Volume Seven, contrariamente a quelli che lo hanno preceduto, non riesce del tutto a restituire la magia di un concerto "d'epoca" della Jerry Garcia Band. Sarà che almeno qua deve ancora smettere di girare il sesto, bellissimo, volume con Merl Saunders ascoltato a giugno, ma a me questo capitolo sette sta dicendo il giusto. Un primo cd che, ancora ancora, regala qualche sorpresa, ma un secondo che davvero sembra soffrire di ansia da prestazione nei confronti di quanto proponevano, nello stesso periodo, i Grateful Dead. Non che sia un concerto sempliciotto, ma sembra quasi un'antologia introduttiva all'arte di Jerry. Nulla di male, d'accordo, ma quante antologie migliori e più curate potrebbero essere maggiormente incisive (e più economiche) rispetto a questa? Se a uno che non ha mai ascoltato certa musica (e non mi riferisco necessariamente ai Grateful Dead) mettete in mano un doppio come questo, ci capirà poco e quasi di sicuro finirà con l'annoiarsi (già oggi è difficile far ascoltare un disco dall'inizio alla fine, figuriamoci un concerto di Jerry Garcia!). Molto bella, comunque, la maglietta venduta assieme ad una delle cento edizioni limitate.

sabato 30 luglio 2016

Red Hot Chili Peppers, "The Getaway" [Suggestioni uditive]

Red Hot Chili Peppers,
The Getaway 
(Warner Music, 2016)












A un certo punto ci deve essere stato qualcuno nei Red Hot Chili Peppers (presumibilmente, Anthony) che ha deciso che la più famosa formazione crossover di tutti i tempi sarebbe dovuta diventare la versione alternative di qualsiasi boy band in voga negli anni Novanta. Il bancone di prova di questo aggiornamento arriva- con lieve ritardo rispetto alle mode imperanti -nei primi anni Duemila, con By the Way, un lavoro bello furbo, che cerca di sancire il passaggio dal rock radiofonico e meraviglioso di Californication ad un pop privo di ogni pretesa. Lo stesso Stadium Arcadium, se da una parte faceva riguadagnare ai Red Hot dignità e credibilità, poteva tranquillamente stare in un solo disco. Poi Frusciante esce dal gruppo per la seconda volta, quella buona. Kiedis e Flea dissimulano il panico, ma non vogliono ripetere l'errore del passato: non ci deve essere un secondo Dave Navarro, nè tantomeno un secondo One Hot Minute. C'è bisogno di qualche giovanotto che suoni la sei corde come la avrebbe suonata John e che sia in grado di comporre la melodia giusta per gli stornelli di Anthony. Tali necessità si rispecchiano in Josh Klinghoffer, un allievo- nel verso senso del termine -dello stesso Frusciante con cui registrano e pubblicano, dopo cinque anni, I'm With You, il loro disco peggiore dai tempi dell'esordio omonimo (un esordio che, vale la pena ricordarlo, fu essenzialmente rovinato dalla produzione di Andy Gill).
Altri cinque anni separano I'm With You da questo The Getaway, uscito lo scorso maggio. Non è brutto in quel modo, ma è comunque brutto. Il destino dei Red Hot somiglia davvero tanto a quello dei R.E.M.: entrambi attraversano con destrezza gli anni Ottanta nell'underground americano, entrambi trionfano negli anni Novanta con i loro immensi capolavori, entrambi iniziano a perdere pezzi e credibilità nel nuovo millennio. La grande differenza? Michael Stipe e i R.E.M. hanno ascoltato a mente fredda i dischi che hanno venduto al loro pubblico dal 2002 in poi e hanno pensato bene di finirla lì, dopo trentuno anni di onesta professione; Anthony e i RHCP non hanno ancora raggiunto questo livello di consapevolezza ed è un peccato. Perchè sono fatti, cotti e bolliti da un pezzo. Non è solo per l'assenza di Frusciante (in dischi come Freaky Styley e The Uplift Mofo Party Plan Frusciante nemmeno c'era, eppure...) o per il deterioramento dei rapporti con Rick Rubin (l'uomo a cui, che piaccia o meno, devono tutto) o per il conseguente arrivo di Danger Mouse nella poltrona di producer. Qua il problema è proprio la musica, e i testi, e il gruppo, e il fatto che i biglietti per le due date italiane siano finiti in una mattinata senza che la gente avesse ascoltato le canzoni che- si presume -i Red Hot suoneranno. A chi importa che le cose migliori questi tizi le abbiano fatte vent'anni fa? Poi se anche in concerto suonano Dark Necessities, We Turn Red, Go Robot o Detroit, pazienza. Facciano pure. Intanto ci si rolla un altro cannone e si aspetta Scar Tissue.