martedì 8 agosto 2017

Canzoni per l'estate [Suggestioni uditive]

La musica bella è quella che rimane.
Ma anche quella brutta. Anzi, soprattutto quella brutta. Ci sono canzoni che ho ascoltato, magari per caso,  solo una volta- che so? nel 2009 -durante una triste serata in qualche balera estiva o in qualche rassegna di bassa lega e che non mi toglierò mai dalla testa. Mai, almeno fin quando vivrò, purtroppo: e non parlo solo dei neomelodici, dei soliti aborti pop-rock, o della musica indie detestabile sotto ogni forma, ma anche di semplici, patetici tentativi heavy/grunge/pseudopunk il cui testo e la cui melodia fastidiosi e ridicoli non ho mai più potuto dimenticare. E ripensarci fa male. Ricantarsele in un gesto masochistico atto a placare chissà quali sensi di colpa fa male, troppo male.
D'estate poi la musica brutta rompe gli argini, arriva ovunque, tutti ne parlano, tutti la promuovono, tutti- o almeno così sembra -la ascoltano. Ma sarà vero? Ad esempio, di recente mi sono accorto che nè io nè un altro paio di persone avevamo mai sentito Despacito. Per chi non lo sapesse, Despacito è la canzone più ascoltata di sempre su internet, avendo superato i tre miliardi di visualizzazioni (perchè, ormai da un pezzo, il "clic" è il nuovo metro del successo e se non ti cliccano, non esisti). C'è qualche passaggio che mi sfugge in questo incessante obbligo al deterioramento.
E se la musica, come il caldo, raggiunge picchi di orrore (il famoso "orrore a 33 giri" che ha dato il nome anche a un simpatico sito web), gli approfondimenti, le notizie, o anche solo il gossip che le gravitano attorno non sono da meno. 
Prendiamo una giornata come oggi: un banale sette agosto. Ecco, proprio oggi compie gli anni Caetano Veloso. L'uomo di Santo Amaro spegne settantacinque candeline, equivalenti a tre quarti di secolo spesi su un pianeta che gli ha regalato non poche soddisfazioni. Non è la prima volta che, scrivendo, accenno al mio amore per la musica brasiliana, che considero una miniera senza eguali. Senza obbligo per nessuno, ma tirando in ballo Veloso si vola alti, altissimi. Al di là del genere e di uno stile che potrà piacere o meno, questo cantautore ha inciso dischi come nessun altro. Oltre al celeberrimo disco ao vivo inciso in coppia con Cico Buarque, vanta un curriculum assai parco di mediocrità. Prendetevi qualche minuto e immergetevi in Transa (1972), un manuale portatile di come incidere e produrre un disco, valido ieri come oggi. Bellezza micidiale, bellezza che oggi poteva essere ospitata, trattata, consigliata sulle pagine dei giornali, che però hanno preferito confrontarsi con la consueta "epica" locale, regalandoci notizie che- diciamocelo -aspettavamo con ansia. Questa, per dire, sempre datata sette agosto, arriva dalla pagina che si dovrebbe occupare di musica sul Fatto Quotidiano:


Per quanto male se ne possa dire, Panorama si è dimostrato l'unico rilevante organo di stampa italiano che oggi si è scomodato e ha speso un cronista per augurare a Caetano Veloso un buon settantacinquesimo compleanno. Fate voi.

Rimanendo su Tommaso Paradiso, quella del 2017 sarà ricordata come l'estate del primo tormentone di matrice indie, ovvero Riccione. E Riccione non è Despacito: Riccione  l'ho ascoltata in maniera sistematica e mi sono chiesto, sinceramente, perchè i pezzi di Bello Figo (o i brani degli artisti scovati a giro per lo Stivale negli anni dall'avvocato Andrea Diprè, o Le focaccine dell'Esselunga, per quanto un po' in troppi stiano abusandone letture critiche e inutili esagerazioni semantiche) vengano liquidate come spazzatura sonora e una canzone come Riccione no. La mia teoria- che non è originale, ma poco importa-è che il business musicale esiste da sempre e da sempre, che piaccia o no, si preoccupa di creare degli utili. La differenza fra ieri e oggi, fra Italia e resto del mondo, è che, soprattutto un tempo, questi utili venivano garantiti da gente del calibro di John Hammond Sr. Ahmet Ertegun, David Geffen, George Martin, Marshall Chess, Rupert Lowenstein, uomini ricchissimi, imprenditori, affaristi, squali dell'industria discografica che però avevano orecchio, sapevano produrre gli artisti che ingaggiavano, sapevano scegliere cosa dare al pubblico e, magari inconsapevolmente, arrivavano a pubblicare arte. Oggi le canzoni le scelgono gli addetti marketing, basandosi su mera idiozia, likes di Facebook e gusti musicali deprecabili. Non bisogna stancarsi di sottolineare il fatto che ad una fetta sempre più cospicua di popolazione della musica non gliene importa un beneamato (e no, quelle cacate fruibili nei talent non fanno testo). Tutto ciò che passa ossessivamente alla radio piace e piacendo fa sì che l'alternativa venga sempre più messa in
disparte, fino all'azzeramento.


E a cosa servono le parodie di una canzone come Riccione? Assolutamente a nulla. Quando i Thegiornalai (band fittizia creata dal collettivo "satirico" denominato Le Coliche) se ne sono usciti con la loro presa di giro, le considerazioni da fare sono state più d'una, ma principalmente potremmo riassumerle nei seguenti punti:
1- Non si fa una parodia di ciò che è già di per sè parodistico. Riccione, oltre che brutta, nasce come un brano grottesco e caricaturale, dunque non necessita di una ulteriore presa di giro.
2- Dietro la mossa "satirica" delle Coliche si cela- ma nemmeno troppo -una mossa di paraculismo finalizzato a cavalcare l'onda della musica scadente facendole un'indiretta pubblicità.
3- La critica (e con essa la satira, che è una forma di umorismo critico) deve essere radicale, strutturata e non volta a un colorato sfottò, utile tutt'al più a racimolare "mi piace" su YouTube. Altrimenti, si fa la fine di Crozza, che imita tutti senza mai pisciare in faccia a nessuno.


Forse mi sbaglio, ma più che un'estate di uscite a me sembra più un'estate di anteprime. Rimanendo in zona rock e affini, quanta bella (o presunta tale) robina uscirà a settembre? Parecchia. Chissà, per esempio, cosa verrà fuori da questa raccolta di covers targate Motorhead, e da Villains, ritorno attesissimo dei Queens of the Stone Age, e ancora da Sleep Well Beast degli amici The National? Personalmente, ho aspettative altissime per Southern Blood di Gregg Allman, il cui nuovo singolo è s-t-r-e-p-i-t-o-s-o, commovente, splendido. 
Lo trovate qua: https://soundcloud.com/rounder-records/my-only-true-friend-gregg-allman-southern-blood, mentre è già disponibile su Amazon per il pre-ordine nei consueti cinquemila formati diversi (irrinunciabile, per il sottoscritto, la formula cd+DVD contenente il making of del disco). Per il resto è un momento di ri-ascolto, di ri-scoperte, se non addirittura di ri-valutazioni, ma non me la sentirei di dire che le novità siano fioccate. Certo, gli Stones hanno teso un bel colpo basso con la pubblicazione in cd di Ladies and Gentlemen (Eagle Rock, 2017 ), uno di quei live che ti fa correre al supermercato più vicino a comprare una cassa di birra e, con 40° fuori, ti fa girare la manopola dell'impianto verso volumi pericolosamente alti, ma ormai nulla è paragonabile a Brussels Affair, a cui quest'ultima perla si avvicina per più motivi senza però raggiungerne la medesima, cristallina perfezione.
Sempre a proposito di Rolling Stones: ma quanto fan schifo le due canzoni che Mick Jagger ha pubblicato in rete il giorno del suo 74esimo compleanno? Io capisco che certe ricorrenze ti possan prendere la mano, ma così è eccessivo! Se in questo momento un comune fruitore di rock vuol udire un cantante solista al suo peggio, Jagger è un perfetto esempio. La meno peggio delle due, Gotta Get a Grip, la si può ascoltare sia nella sua veste originale che in uno dei tre, quattro remixes in cui è stata resa disponibile, ma il risultato non cambia. Dall'inizio alla fine si è colti dalla netta impressione che Mick ha ormai definitivamente bisogno di Keith Richards (o di Charlie Watts, o di Ron Wood) per tirare su musica non per forza splendida, ma almeno decente. E che, per quanto ci provi da un trentennio buono- mi riferisco, per fortuna, solo alle sue disavventure in solitaria -, non sarà mai David Bowie.



Dave Lemieux arriva al 23esimo appuntamento con i suoi Picks in maniera piuttosto sfilacciata e irritante. Se si esclude lo stratosferico concerto di Boulder registrato a dicembre del 1981 e pubblicato solo lo scorso novembre, ha tirato fuori ben poco di eccitante dagli archives in questi ultimi mesi. Concerti datati 1971 e 1973 compressi in cofanetti tripli e quadrupli, performances uguali a cento altre e una certa sbrigatività nell'apparato critico (da sempre uno dei punti forti di questa serie, assieme alla stratosferica operazione di remastering su HDCD) sono costate alla Rhino più di una critica da parte dei deadheads americani. Qua, ovviamente, la faccenda è un'altra: da noi europei la Dave's Picks neanche esce nei negozi e chi, come il sottoscritto, ne ascolta i frutti lo fa, per forza di cose, piratando. Non esistono alternative. Quando la pagina Facebook del gruppo- in questo periodo spesso attivissima, causa diffusione del megalomane documentario di oltre quattro ore A Long Strange Trip che in Italia, temo, non vedremo mai -ha pubblicato copertina e scaletta del Vol. 23 mi sono sentito male: ancora un concerto di inizio 1978! Come se ci fossimo già dimenticati dello splendido Red Rocks uscito a primavera dell'anno scorso. Tuttavia, questo concerto tenuto il 22 gennaio di quello stesso 1978 a Eugene, Oregon, vanta svariati momenti unici. In particolari, contiene una St. Stephen che basta e avanza a riabilitare Lemieux, a perdonargli gli ultimi scialbi esiti della sua rispettabilissima ricerca filologica e a far guadagnare un posto di tutto rispetto al cofanetto deadiano dell'estate 2017.
Altrettanto rispetto lo merita una vera e propria novità, uscita però dalla famiglia Robinson: sto parlando dei Magpie Salute, mega-gruppo (dieci elementi) diretto da Rich Robinson, il fratello che dei due mi ha sempre ispirato meno simpatia e che di rado ha prodotto- come solista o facente parte di altri progetti -qualcosa che mi smuovesse. Beh, devo ricredermi: questo omonimo esordio della sua nuova band suona pulito, compatto, sincero come poco altro in giro. Covers splendide, pezzi propri (Omission) convincenti, insomma non un capolavoro, ma un disco che potrà piacere sia a chi ha amato i Black Crowes (la cui impronta caratteristica viene maggiormente ripresa rispetto a quanto accaduto nei CRB, che però il sottoscritto continua nettamente a preferire) sia a chi si sta avvicinando ora alla musica americana e che magari è alla disperata ricerca degli eredi della Band, di Delaney & Bonnie (Coming Home è nella tracklist del cd, per l'appunto) e di altre divinità.
Per il resto, come ho già scritto, è un'estate di riscoperte e rivalutazioni. Mi viene in mente il caso di Somewhere in Time degli Iron Maiden, un disco che non ho mai troppo tenuto in considerazione, ma che, con agosto alle porte, è rientrato prepotentemente nella mia vita (assieme a vari pezzi firmati Elton John, Ryan Adams, My Morning Jacket, Fabrizio de Andrè, Count Basie, ecc.). L'estate si fa matura, le vacanze, salvo brevi intervalli marittimi, sono ancora lontane, eppure c'è qualcosa di magico nell'aria che mi fa amare questo album come mai prima d'ora. Un disco di cui si è detto tutto e il contrario di tutto (per alcuni fu un capolavoro incompreso sin dal principio, per altri è l'inizio della fine), inciso da un gruppo ancora provato dalla promozione di Powerslave. Non è un mistero che il continuo alternarsi fra studio e tour avesse logorato gli animi di Steve Harris e Bruce Dickinson, ma il contratto con la EMI fino a quel momento aveva parlato chiaro: quattro album in quattro anni. Sembra che, inizialmente, il materiale fosse poco e l'ispirazione faticasse ad arrivare, almeno stando a quanto emerse dalle sessions tenute agli storici Compass Studios di Nassau, dove avevano visto la luce sia Piece of Mind che Powerslave. La vena compositiva, specie quella di Harris e Smith, aveva bisogno di più tempo per riattivarsi, così a fine 1985 la band si trasferì in Olanda, dove il concept di Somewhere in Time vide definitivamente la luce e dove Martin Birch optò- coraggiosamente -per l'adozione delle synth guitar. Pur non ripetendo i risultati precedenti, il disco (uscito il 29 settembre 1986) vendette molto bene in tutta Europa e anche Oltreoceano. Personalmente, amo molto i Maiden dei primi anni e ben poco mi piace la loro produzione da Seventh Son (compreso) in poi, ma è anche vero che, nel crescere, è aumentata la mia fascinazione nei confronti di dischi un po' obliqui e imperfetti, quelli che nascono dopo la sbornia del successo mondiale, quelli scaturiti da anni di capolavori infilati uno dietro l'altro e che magari aiutano un artista a meglio avviarsi lungo orizzonti meno gloriosi (anche se, nel caso dei Maiden, nulla ha scalfito notorietà e successi dopo gli anni Ottanta, e le cifre parlano chiaro), ma non per questo meno interessanti e coinvolgenti. Non potevo dunque non finire col riscoprire Somewhere in Time, anche dopo così tanto tempo.

Per concludere, sempre con parecchio ritardo, arrivo ad un appuntamento lontano dai sentieri dell'heavy metal, ma, come si dice, meglio tardi che mai. Lungo è il cammino che mi conduce a Don Pullen, pianista nativo della misteriosa isola di Roanoke, Virginia, sbocciato negli anni Settanta (quando, a detta di una lettura jazzistica alquanto superficiale, i giochi erano già stati fatti) e scomparso nel 1995, dopo una lunga militanza in ambienti piuttosto "avanguardistici" del genere. Il mio primo incontro con Pullen- un incontro del tutto casuale -avviene un paio di anni fa, quando porto a casa Mingus Moves di Charles Mingus. Rimango colpito più dalla band che non dal disco in sè, ma non approfondisco, fino a quando, sempre per caso, mi imbatto in delle registrazioni su YouTube. Roba dei primi anni Novanta incisa non con la Atlantic, ma con la Blue Note (ebbene sì, sono uno che nota queste cose), in compagnia di un complesso di musica brasiliana. <<Ma non sarà quel jazz di merda da fricchettoni?>>, mi sarei domandato in altri momenti. Certi luoghi comuni mi hanno più volte allontanato da certi artisti che poi, per ironia della sorte, mi sono ritrovato entusiasticamente intento a scoprire. Non dico che il jazz etnico dell'ultimo Don Pullen sia uno di questi casi: semplicemente, mi sembra materia di ascolto per chiunque ami la bella musica. Dietro di lui una band banalmente rinominata African-Brazilian Connection, ma che di brasiliano vede giusto il percussionista Guilherme Franco e il bassista Nilson Matta, mentre alle voci ospita il percussionista senegalese Mor Thiam e i figli dello stesso Pullen, e all'alto sax il panamense Carlos Ward. Una musica che fa bene, leggera e al contempo in grado di saziare l'anima. Un disco del 1991 è il disco della (mia) estate 2017.

lunedì 31 luglio 2017

La ragazza di Brownsville (per Sam Shepard, 5/11/1943-31/7/2017) [Extra]

Sam Shepard alla corte di Bob Dylan (periodo Rolling Thunder Revue, fine 1975)
E' morto Sam Shepard.
(Lo so, oggi è morta anche Jeanne Moreau e su Facebook le ho dedicato due righe e (I Love You) 'Till the End of the World dalla colonna sonora dell'omonimo film in cui, guarda caso, recitava una piccola parte.)
Ma Sam Shepard...
Sam Shepard era uno dei miei eroi. Ha scritto Zabriskie Point e, soprattutto, Paris, Texas, ovvero una di quelle cose da isola deserta (possibilmente come parte integrante di uno smartbox che comprenda anche Nastassja Kinski versione 1985 e la colonna sonora di Ry Cooder). 
Ha scritto un paio di libri che mi hanno segnato profondamente. A tal proposito, è di neanche due anni fa la raccolta di racconti Diario di lavorazione, ancora perfettamente rintracciabile nelle librerie italiche. Un qualcosa di unico per quanto riguarda la narrativa americana degli ultimi tempi.

Ha recitato in mille pellicole che amo e, a intervalli più o meno regolari, rivedo: I giorni del cieloBaby Boom, Black Hawk Down, Non bussare alla mia porta, e, in tempi più recenti, Mud, Il fuoco della vendetta, Cold in July
(Non nascondo di non aver mai avuto modo di vedere le sue due prove come regista, ma poco importa.)
Con Richard Gere ne I giorni del cielo di Terrence Malick
Sam Shepard, che, giovanissimo (si parla del 1967), prestò volentieri i suoi servigi di batterista nell'assurdo album Indian War Whoop degli Holy Modal Rounders.

Sam Shepard e Patti Smith. Che coppia. Una di quelle con cui uscire la sera per locali, teatri e soprattutto cinema.

Sam Shepard, del quale vado ora a condividere quella Brownsville Girl co-scritta con Bob Dylan. Un premio Pulitzer che incontra di nuovo, a metà anni Ottanta, a dieci anni dai fasti della Rolling Thunder Revue un (prevedibile?) premio Nobel e ne viene fuori un capolavoro di undici minuti, costretto a coabitare lo spazio del più osceno, mediocre album di Dylan. Roba che, comunque, Alessandro Baricco, Massimo Gramellini e altri amichetti faziosi neanche in ulteriori nove vite potranno lontanamente concepire. La trovate su Vimeo (https://vimeo.com/183524348), perchè su YouTube non c'è. 

"Dunque, una volta ho visto un film
che parlava di un uomo che attraversava il deserto ed era interpretato da Gregory Peck.
Veniva ucciso da un ragazzo assetato di gloria che cercava di farsi un nome.
La gente del paese voleva linciare quel ragazzo ed appenderlo per il collo.
Allora lo sceriffo picchiò a sangue il ragazzo mentre il pistolero morente giaceva steso al sole e boccheggiava col suo ultimo respiro.
Lasciatelo libero, lasciatelo andare, che dica pure di avermi battuto in duello leale.
Voglio che provi come ci si sente ad affrontare la morte ad ogni istante.
Bè, stavo guardando tutto questo e ne ero avvinto
e, sai, era come essere colpiti da una palla ed una catena.
Sai che non riesco a credere che abbiamo vissuto così a lungo e siamo ancora divisi.
Il tuo ricordo mi risuona alle spalle come un treno in corsa.
Mi ricordo ancora il giorno in cui sei venuta da me sul deserto dipinto
con la tua Ford truccata ed i tuoi tacchi con la piattaforma alta.
Non ho mai capito perchè tu avessi scelto proprio quel posto per vederci,
ma avevi ragione. E' stato perfetto quando mi sono messo al volante.
Guidammo l'auto per tutta la notte fino a San Anton'
Dormimmo nei pressi di Alamo, la tua pelle era morbida e delicata.
Giù in Messico andasti a cercare un dottore e non sei più tornata.
Sarei venuto a cercarti ma non me la sentivo di prendermi una pallottola in testa.
Guidiamo l'auto ed il sole sta salendo sulle Rocky Mountains.
Adesso so che lei non è te ma è qui ed ha quel ritmo oscuro nell'anima,
e io mi trovo sul filo del rasoio e non sono più dell'umore di ricordare i vecchi tempi, quando ero il tuo uomo.
E lei non vuole che io lo ricordi. Sa che perderemmo il controllo dell'auto.
Ragazza di Brownsville con i tuoi riccioli di Brownsville, i tuoi denti sono perle splendenti come la luna.
Ragazza di Brownsville, mostrami il mondo tutt'intorno, ragazza di Brownsville sei il mio dolce amore.
Bè, attraversammo il Panhandle e ci dirigemmo ad Amarillo.
Ci fermammo dove Henry Porter viveva abitualmente. Possedeva un lotto di terreno abbandonato circa un miglio fuori della città.
Ruby era nel cortile sul retro a stendere i panni, con i suoi capelli rossi legati dietro
Ci vide arrivare in una nuvola di polvere.
Disse: <<Henry non c'è, ma entrate pure, arriverà tra poco>>.
Poi ci disse di come i tempi erano duri e di come lei stava prendendo in considerazione l'ipotesi di strappare un passaggio e ritornare da dove era partita.
Ma sai, cambiava argomento ogni volta che il discorso cadeva sul denaro
Disse: <<Benvenuti nella terra dei morti viventi>>. Sembrava così triste.
Disse: <<Persino i posti dove si va a barattare la roba stanno diventando piuttosto loschi>>.
<<Quanto lontano siete diretti?>> ci chiese Ruby in un singhiozzo.
<<Continueremo ad andare finchè le ruote non andranno a fuoco.
Finchè il sole non scorticherà la vernice ed i sedili si scoloriranno e la vipera di fiume infine morirà>>.
Ruby sorrise dicendo: <<Ah, si sa che certi bambini non imparano mai>>.
Eppure qualcosa a proposito di quel film non mi va proprio via dalla mente.
Però non riesco a ricordare perchè fossi in quel film o quale ruolo si presume che dovessi interpretare.
Mi ricordo solo che c'era Gregory Peck e il modo in cui la gente si muoveva,
e un mucchio di persone sembravano guardare nella mia direzione.
Ragazza di Brownsville con i tuoi riccioli di Brownsville, i tuoi denti sono perle splendenti come la luna.
Ragazza di Brownsville, mostrami il mondo tutt'intorno, ragazza di Brownsville sei il mio dolce amore.
Allora cercavano qualcuno con un ciuffo sulla fronte.
Io attraversavo la strada quando risuonarono i colpi.
Non sapevo se abbassare la testa o darmela a gambe, così scappai.
<<Lo abbiamo intrappolato nella chiesa>>, gridò qualcuno.
Beh, vedesti la mia foto sul Corpus Christi Tribune.
La didascalia recitava: Un uomo senza alibi.
Tu facesti una deposizione a mio favore, dicesti che ero con te.
Poi, quando ti vidi di fronte al giudice piangere lacrime vere,
è stata la miglior recita che abbia mai visto fare a qualcuno.
Ora, io sono sempre stato il tipo di persona che non ama andare oltre il limite,
ma alle volte capita che ti ci ritrovi senza volerlo.
Oh, se c'è un pensiero originale là fuori potrei usarlo giusto ora.
Sai, mi sento abbastanza bene ma questo non vuol dire molto. Potrei sentirmi molto meglio,
se solo tu fossi qui al mio fianco a mostrarmi come fare.
Sono in coda sotto la pioggia per vedere un film con Gregory Peck.
Già, ma non è quello che avevo in mente,
ne è uscito uno nuovo suo, non so nemmeno di che parla,
ma andrei a vederlo in qualsiasi film, così resterò in fila.
Ragazza di Brownsville con i tuoi riccioli di Brownsville, i tuoi denti sono perle splendenti come la luna.
Ragazza di Brownsville, mostrami il mondo tutt'intorno, ragazza di Brownsville sei il mio dolce amore.
Sai, è strano come le cose non vadano mai secondo i tuoi piani.
L'unica cosa certa che sapemmo di Henry Porter è che il suo nome non era Henry Porter.
E sai che c'è stato qualcosa di te, bimba, che mi piaceva e che era sempre troppo buono per questo mondo.
Così come tu hai sempre detto che c'era qualcosa di me che ti piaceva e che io avevo lasciato nel Quartiere Francese.
Strano come le persone che hanno sofferto insieme abbiano legami più saldi di quelle più felici
Non ho rimpianti, potranno parlare di me a volontà quando sarò morto.
Hai sempre sostenuto che le persone non fanno quello in cui credono ma solo quello che più conviene, e poi se ne pentono.
Ed io ho sempre detto: <<Aggrappati a me, piccola, e speriamo che il tetto regga>>.
Una volta ho visto un film, credo di averlo visto due volte di fila.
Non mi ricordo chi fossi o dove fossi diretto
Mi ricordo solo che era interpretato da Gregory Peck, portava una pistola e gli spararono alle spalle
Mi sembra sia passato un mucchio di tempo, molto prima che le stelle cadessero a pezzi.
Ragazza di Brownsville con i tuoi riccioli di Brownsville, i tuoi denti sono perle splendenti come la luna.
Ragazza di Brownsville, mostrami il mondo tutt'intorno, ragazza di Brownsville sei il mio dolce amore."

Auguriamo buon viaggio, a questo vecchio cowboy. E che quella ragazza di Brownsville gli sia di compagnia, ovunque egli sia diretto.

venerdì 28 luglio 2017

Arcade Fire, "Everything Now" [Suggestioni uditive]

Arcade Fire,
Everything Now
(Columbia Records, 2017)
1/2















"L'avanguardia alternativa non fa sconti comitiva/
l'avanguardia è molto dura e per questo fa paura."
                                                              Skiantos, Largo all'avanguardia (1978)

Non ne ho molti, in verità, ma alcuni conoscenti che mi invitano ad ascoltare in misura maggiore musica alternativa e che mi consigliano gruppi di tendenza, nomi dell'indie (straniero o, peggio ancora, italiano) in cui pare che si intraveda il futuro ogni tanto si fanno vivi. Sono gli stessi che perseverano nel consigliarmi di installare nuovamente- stavolta abbonandomi -Spotify. Ma mentre sul secondo punto non transigo, ogni tanto mi presto volentieri a certi esperimenti. A volte va bene, altre va male. Recentemente mi è andata bene, specie con le ultime cose di Peter Rowan, Marty Stewart, Ginevra di Marco, Mark Eitzel, CRB, Eric Andersen, Nathaniel Rateliff e, uscendo dai sentieri prettamente rock o derivanti da esso, Ambrose Akinmusire (un trombettista scoperto grazie a un amico di Facebook di cui consiglio fortemente il recente A Rift in Decorum). Non sto, ovviamente, a sottolineare che i Gov't Mule hanno da poco pubblicato uno dei più bei dischi in studio della loro carriera, che Chuck di Chuck Berry continua a girare che è una bellezza, che i Rolling Stones continuano a farci dei bei regali (si fa per dire) tirando fuori materiale dagli archivi (l'ultimo grande colpo lo hanno fatto col cd di Ladies and Gentlemen, furiosa cronaca di una serata texana del tour di Exile già riemersa in formato video quattro anni or sono).
Ma può anche andar male. Ad esempio quando, per tre quarti d'ora, dedido veramente di essere alternativo, indie e di tendenza ascoltando Everything Now, quinto album degli Arcade Fire che aspettavo con una certa curiosità e di cui mi sono interessato essenzialmente per tre motivi: il primo, la copertina, molto nelle mie corde; il secondo, la co-produzione di tre dei miei miti che rispondono ai nomi di Thomas Bangalter (Daft Punk), Steve Mackey (Pulp) e Geoff Barrow (Portishead); il terzo è che io i dischi degli Arcade Fire li ho sentiti tutti, ho sempre trovato tempo per ascoltarli da cima a fondo (come, del resto, tutti dovremmo fruire la musica) e mi sono sempre sembrati un gruppo interessante ma paralizzato, prigioniero di una confusione di intenti che, dopo tutto questo tempo, mi pare li abbia condotti a una pochezza di idee sconcertante.
Quattro anni fa, avevo recensito Reflector affibbiandogli due stelle, ma questo Everything Now è davvero peggio: un'accozaglia di suoni, di quelli che ti fanno subito correre a metter mano a South of Heaven degli Slayer o a una compilation di Coleman Hawkins, di quelli che ti fanno domandare come sia possibile non tanto intravedere del buono in questa musica (io sono prevenuto, quindi è normale che finisca col sembrarmi merda), ma anche solo perderci tempo recensendola e scrivendone scomodando termini desueti perfino per gli standard dell'Accademia della Crusca. Alla fine di tutto, gli Arcade Fire rispettano uno schema che, per me, condividono coi Radiohead: sono trendy (ovvero, ad ogni cureggia se ne parla sempre tanto e più del dovuto), ma ormai mi basta l'ascolto di metà di uno qualsiasi dei loro dischi (un disco di quarantasette minuti, non un doppio album) per farmi domandare come può tanta gente- gente che la musica la segue pure -impazzire per delle palle simili. Sono passati dal Visarno di recente e pure di quel concerto ho letto recensioni completamente stordite: perchè ditemi voi se non è da storditi gridare al miracolo ad ogni nota suonata in ogni concerto di Arcade Fire, Tame Impala, Sufjan Stevens, ecc.? Poi, ci mancherebbe, queste persone fanno benissimo a coltivare i propri gusti e le proprie tendenze, ma un ripassino di musica seria sarebbe auspicabile. E non lo dico nè per partito preso, nè per retromania (la detesto), ma perchè un disco dei Led Zeppelin cancella l'intera carriera di uno a caso dei gruppi citati.

sabato 22 luglio 2017

Il mio, il suo, il nostro appetito di distruzione [Extra]

UN APPETITO DI DISTRUZIONE.

''Quando ero piccolo, la sera me ne stavo sul letto, ascoltando mio padre che continuava ad ubriacarsi mentre urlava contro a mia madre. 
Louis Jordan, T-Bone Walker, Big Joe Turner, queste persone mi hanno salvato la vita. Adesso parlo con altri ragazzi e per loro c'è Elvis, c'è Little Richard, c'è Bill Haley.
Ogni generazione è piena di ragazzi sperduti che hanno bisogno di sentirsi dire che non sono soli.''
                                 Richie Finestra (Bobby Cannavale), Vinyl, stagione 1, episodio 10

Mi corico che ormai è scesa la sera. Sono in quell'età strana in cui non si è nè carne nè pesce, i muri della mia camera sono  intonsi. Neanche mezzo poster di una moto da cross, sicuramente lo sguardo vigile di Tex Willer veglia da qualche parte, eroi dei videogiochi, due mazzi di Magic e nessuna squadra di pallone. Non posso immaginare che tra non molto quei muri non saranno sufficienti a ospitare tutti i poster di gruppi rock che avrò modo di ascoltare.
Domani a scuola chissà se il Paz interroga. Non ho studiato tanto e un po' questo ginnasio mi preoccupa. Ripenso alla terza declinazione greca, prima che la mente si liberi e voli via. Chissà come sarà andato il compito in classe, chissà quando avrò finito di mettere da parte i soldi per un nuovo compact degli Iron, chissà se e quando diventerò davvero amico di alcuni compagni di classe. Poi arriva un ''chissà'' che non conosco, quello che mi fa stare con gli occhi aperti, quello di cui mi sfuggono i reconditi significati. Anche solo quattro, cinque anni dopo lo avrei definito un blues, ma intanto io del blues non so niente e i miei ''chissà'' rimangono lì. Non riesco a comprendere che, probabilmente, è il ''chissà'' di come sarà la mia vita quello su cui sto fantasticando; certo, intuisco già il senso del blues, ma ancora non lo capisco.
Sono già passati alcuni mesi dal mio ingresso al Liceo e fra pochi giorni partiamo per la gita. Due giorni a Torino, città da poco insignita dell'onere di ospitare le prossime Olimpiadi invernali e dunque venuta di gran moda. Il programma prevede visite al Museo Egizio e alla Mole Antonelliana, una puntata al Lingotto e una girata alla biblioteca comunale, dietro una delle cui teche è custodito l'autoritratto di Leonardo. Ci accompagna il Paz, persona che sto vedendo quasi più spesso dei miei genitori (diciotto ore alla settimana) e che un po' somiglia ad un secondo babbo. Entrambe le quarte ginnasio della sezione classica del Liceo ''A. Volta'' partecipano alla gita, ma sono classi diverse: composta e obbediente la B, anarchica e spontanea la A. Io, ovviamente, sono nella A. Le circolari in cui la scuola si esonera da ogni responsabilità sono state firmate, la quota dell'autobus e del pernottamento è stata versata e il giorno della partenza è vicino. Per l'occasione, mi regalano uno zainetto blu Invicta, tanto pratico quanto anonimo (lo personalizzerò nell'arco dei due anni successivi), ma non importa: mi basta che possa contenere il mio lettore cd portatile Panasonic nuovo di zecca (continuo a chiedermi perchè, quando sono andato a comprarlo in negozio a Firenze, abbiano voluto regalarmi a tutti i costi una miniatura della nuova Ducati Monster), l'acqua e qualche schifezza da mangiare. Non fumo, non bevo e non mi drogo. Almeno, non ancora.
Una sera di metà marzo sto facendo zapping. La fase Tele+ a scrocco è già superata; nessun buon film su ''mamma Rai'' (e il digitale terrestre è ancora soltanto un sogno); le reti filogovernative del governo più filotelevisivo della storia della Repubblica vengono saltate a pie' pari. Mi soffermo su MTV, dove nessuno pronuncia la parola ''Iron Maiden'' nell'arco di sei minuti: provo pena per l'intero network e cambio di nuovo canale, approdando all'esotico e libero continente delle reti commerciali. Mi soffermo sul diciottesimo canale, Europa 7, dove Charles Bronson sta sparando a dei tipacci in una piazza di qualche paesello mediterraneo. Le revolverate vengono interrotte soltanto dalla pubblicità, ed è allora che succede.
Succede che nel salotto di casa mia irrompe una voce stridula, incazzata, rabbiosa, indimentciabile, apocalittica. Non una voce rassicurante, come quella del cantante dei Nickleback, nè pulita come quella di Bruce Dickinson, così perfetta nella dizione da professorone di Sua Maestà. Un tizio con una bandana e dei capelli rossi- a sequenze lisci, a sequenze cotonati -salta su un palco a colori e danza in una stanza in bianco e nero. Ho da poco imparato la differenza fra una chitarra e una Gibson Les Paul e quel tale con il cilindro in testa e una cofana di riccioli neri sta, giusto appunto, suonando una Les Paul. Un batterista biondo platino e un bassista che sembra suo fratello vengono ripresi da più angolazioni. Un altro chitarrista, con una strana sei corde bianche e una postura che ricorda Keith Richards, ondeggia qua e là. Il cantante nuota con dei delfini mentre il montaggio sonoro passa due, tre, quattro canzoni di fila e quella stessa voce cambia sensibilmente e si interrompe. Il ricciolone esce da una chiesetta con i Ray-Ban infilati nella zip del suo chiodo di pelle nera e il suo cappello vola via. Impugna la chitarra e suona un assolo che mi sconvolge. Cerco brevemente mia madre per dirle che, se mai un giorno mi sposerò, sarà in quella chiesa nel deserto. Il volume si abbassa e lascia spazio ad una voce che somiglia a quella fuoricampo dei documentari di Quark e che- mentre sullo schermo si staglia un quadrato argentato con al centro due pistole incrociate e delle rose -bofonchia qualcosa del tipo <<I Guns N'Roses... la leggenda raccolta in un unico cd... Guns N'Roses, Greatest Hits... in tutti i negozi a partire dal 24 marzo>>. 
Tutto questo dura una quarantina di secondi. Pareti, divano, televisore e salotto spariscono. Rimango solo col nuovo scopo della mia vita: cercare e comprare tutto ciò che la band che ho appena visto in quello spot ha prodotto.
Il pomeriggio del giorno prima della partenza per Torino, accompagno i miei a fare la spesa. Insisto perchè parte dei loro risparmi vengano devoluti alla Ferrero, poi mi rompo e decido di andare a fare un giro per conto mio. Uscendo dall'ingresso principale della Coop, attraverso la strada e in tre minuti sono al negozio di dischi, a spulciare la fila dei compact corrispondente la lettera ''G''. Non guardo neanche quanti dischi dei Guns N'Roses trovano spazio negli scaffali: per me, possono averne pubblicati anche una quarantina; tanto conto di passare il resto dell'esistenza a comparli. Una copertina nera con una croce e cinque teschi simpatici e molto particolari disposti alle estremità e al centro della croce stessa è la prima cosa che vedo. Dieci eurini e Appetite for Destruction è mio per sempre.
Arrivo a casa che è già ora di cena, dopodichè scarto l'ultimo acquisto, sfoglio il libretto e rigiro fra le mani il cd più e più volte. Ho una sorellina di sei mesi e già alle nove e mezza non potrei mandare lo stereo al volume desiderabile. Tutta la musica va ascoltata alta, ma la musica nuova va ascoltata altissima. Poco male. Domattina presto parto per Torino: lo sentirò in viaggio.

Sono le sei e mezza ed è ancora buio. Un sontuoso autobus da turismo Mercedes sosta nel piazzale di fronte alla scuola. Dei quarantadue allievi delle due quarte ginnasio partecipano alla gita in quaranta. Ci accompagnano tre professori. Abbiamo tutti zainetti più piccoli e pratici di quelli che siamo soliti portare durante l'anno. Alle solite raccomandazioni (inutili) dei genitori fanno eco le solite rassicurazioni (altrettanto inutili, ma doverose) degli insegnanti. C'è chi, a dispetto dell'ora, è già vestito di tutto punto, in particolare fra le ragazze. La nostra compagna Chiara ha addirittura cambiato acconciatura e per l'occasione sfoggia una frangetta inedita e un capello doviziosamente piastrato. La professoressa tutor della sezione B- una sezione composta da diciannove femmine e due maschietti -arriva con leggero ritardo, anticipata dal proverbiale rumore dei suoi tacchi. Lei e il nostro anziano docente di matematica, consumato velista che ama definirsi prossimo alla pensione, si concedono il piacere di una Rothmans slim, mentre il Paz, uomo dai gusti semplici e lontano dai vizi, fa l'appello per entrambe le classi. Lasciamo la scuola che non sono ancora scoccate le sette, mentre i genitori salutano, si sbracciano e quasi rincorrono l'autobus.
Io e Marco ci mettiamo accanto: una regola che osserveremo in ogni gita, scolastica e non. Chiacchieriamo a voce non troppo alta per una quarantina di minuti e più o meno a Firenze Certosa ci zittiamo. Lui sonnecchia, io guardo la coltre di nebbia lasciare spazio al sole mentre l'autobus si immette sull'A1. Tiro fuori dallo zainetto il lettore cd portatile, le cuffiette e la cd bag Tucano Urbano riempita solo in minima parte. Infilo Appetite for Destruction e lascio che il riff con cui si apre Welcome to the Jungle mi sconvolga per sempre la vita.

Nati nel 1985 dall'incrocio fra gli Hollywood Rose e gli L.A. Guns, due complessi piuttosto noti nel panorama underground losangelino, i Guns N'Roses della prima ora sembrano essere stati prelevati da una camionetta della nettezza urbana che, senza neanche ripulirli, li ha portati di filato in sala di registrazione a incidere uno dei più grandi capolavori della musica rock. La voce meravigliosa di Axl Rose si sposa magnificamente sia con la maestria chitarristica di Slash, sia con una sezione ritmica potente e pulsante come un treno notturno (un Nightrain, per l'appunto); le melodie di Izzy Stradlin si rifanno alla grande lezione del punk e ai Rolling Stones di Sticky Fingers. Un disco che è la messa in scena della Los Angeles periferica degli anni '80, delle sue contraddizioni e dei suoi eroi emarginati, di un'America a metà strada del secondo mandato di Reagan, piena di dubbi ed eccessi. La vita dei bassifondi di Welcome to the Jungle, le prostitute di It's So Easy, i festini estremi di Nightrain, l'esperienza carceraria e il rifiuto dell'istituzione di Out Ta Get Me, le cronache eroinomani di Mr. Brownstone, l'epica preghiera sospesa fra sacro e profano, fra santi e peccatori, fra Capitan America e un hobo qualsiasi, di Paradise City, l'esilio dalla normalità apparente di un'intera famiglia in My Michelle, le pulsazioni di un amore giovane, masturbatorio e spensierato di Think About You, la poesia dedicata ad un angelo venuto da un altro mondo di Sweet Child O'Mine, lo scherzetto dal vago sentore sadomaso di Anything Goes, la follia rassicurante di You're Crazy e l'inattesa, disperata implorazione con cui si conclude quell'estremo atto di libidine che è Rocket Queen:
''Non lasciarmi mai/dì che sarai sempre lì/ tutto ciò che ho sempre voluto/ era per te/ per farti sapere che io ci tengo".



[tratto da Gli anni selvaggi, libro che pubblicherò prima dei miei trent'anni.]

mercoledì 28 giugno 2017

Natura viva con motocicletta (e la totoscaletta di un concerto a cui non vado)


Non ricordo se stanotte o stamani, ma mi sono alzato per andare a pisciare e mi è venuto in mente che manca davvero poco al concertone modenese di Vasco. Così ho iniziato a rimuginare su questo grande artista che ha deciso di festeggiare i quarant'anni di attività con un evento che ha già polverizzato un paio di record passando attraverso un vespaio di critiche e polemiche che nemmeno un presidente del consiglio a fine mandato conosce. 
Vasco è- e forse è sempre stato -un'anomalia, perchè a tutti gli effetti è il rocker italiano per eccellenza, un cantante ufficialmente riconosciuto come un vero e proprio fenomeno di massa da oltre tre decenni, ma, al contempo, vanta una schiera di haters e di prese per il culo da far paura. Insomma, divide e divide molto. Il suo corrispettivo di Oltreoceano (Bruce Springsteen), per dire, a confronto mette molto di più tutti d'accordo. 
E poi ci sono io. Io che quando Vasco ricorre nei discorsi ho sempre un po' di timore a difenderlo entusiasta, a zittire i miei interlocutori spiegando che almeno i suoi dischi compresi fra il 1977 e il 1989 (anno di Liberi, liberi) non si discutono ma si amano in toto, o ancora che dopo di quelli ci sono stati almeno un'altra ventina di grandi pezzi e un ulteriore, splendido album di fine millennio (Canzoni per me), e che lui è davvero il più grande rocker italiano di sempre. Non lo faccio, perchè si finisce sempre a discutere: c'è chi lo disprezza perchè non ha mai cantato Bandiera rossa nelle Feste dell'Unità, e c'è chi lo odia perchè riempire gli stadi è un esercizio troppo poco intellettuale agli occhi dei fans di Brunori Sas. A proposito, se volete far emergere i veri subumani fra i vostri contatti di Facebook, scrivete un post critico su Brunori Sas: altrochè offendere Padre Pio! Il risultato è garantito e avrete modo di fare un po' di pulizia virtuale.
In molti, infine, si domandano se questo mastodontico live autocelebrativo rischi di risultare l'ennesimo esercizio di potere e denaro fine a se stesso. E se anche fosse? L'epica scaturita da questa musica promette comunque di durare per sempre, perciò c'è ben poco di cui lamentarsi e ancora meno su cui recriminare. I miei complimenti dunque a chi andrà a Modena. Io non ci sarò, anche se Vasco Rossi mi ha aiutato a capire che amare una persona dovrebbe significare aiutarla a volare e non ad annegare nel letame della sua stessa esistenza. Rispetto ad ogni cantautore venuto dopo di lui e totalmente in contrapposizione rispetto alle odierne "nuove leve" (che non hanno nulla da dire e non muoiono), Vasco è un essere umano che piano piano ha aiutato una fetta consistente del suo pubblico a trovare una voce e un minimo di pace e a risparmiare qualche soldo di psicoanalisi, e lo ha fatto ben prima di cominciare a riempire gli stadi ad inizio anni Novanta. E va bene così. Va bene che in questi quarant'anni abbia pubblicato album mediocri come Stupido Hotel o addirittura insulsi come Buoni o cattivi e Sono innocente (e di contro devo dire che Vivere o niente ha il suo bel perchè). Va bene che da un paio di decenni demandi troppo a Guido Elmi, il quale, se prima aveva uno straordinario orecchio per produrlo, ormai abbonda con kitscherie metal alquanto discutibili. Tuttavia va ringraziato, perchè continua a dire che ci vuole la musica per tenerci la coscienza sveglia e la mente lontana dal dolore e dalla paura che avremo sempre dentro di noi. E ora do il via a un gioco, una boutade che ormai va molto di moda: il totoscaletta, ovvero quella lista di pezzi che vorremmo sentire a un concerto. Anche se al concerto, nella fattispecie, non ci saremo.

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lunedì 19 giugno 2017

Chuck Berry, "Chuck" [Suggestioni uditive]

Chuck Berry,
Chuck
(Decca Records, 2017)
★1/2















Iniziava il 2010 e sullo stereo della mia Volkswagen Lupo girava a ripetizione una cassetta di R&R anni '50. Una compilation redatta dal sottoscritto. Niente Elvis, però: piuttosto, si susseguivano divinità autentiche, gente del calibro di Eddie Cochran, Bo Diddley, Jerry Lee Lewis, Buddy Holly, Bill Haley & His Comets, gli Everly Brothers e, ovviamente, Chuck Berry. Era un periodo in cui mi stavo riprendendo da una grossa sbornia per il brit-pop e, in generale, per i gruppi inglesi, perciò, con quelle canzoni da due minuti secchi e la sezione ritmica precisa come un bisturi, la Cassia diventava una statale di qualche ridente cittadina "tutta rugby e cheerleader", la mia macchinina a diesel si tramutava in una Cadillac di grossa cilindrata, e io, di colpo, mi trovavo ad abitare poco fuori Chicago o St. Louis. Erano canzoni che descrivevano una società mitologica, un'era irripetibile, per molti versi perfino contraddittoria: tutto il rock è ormai un qualcosa che si nutre di un'epica destinata all'immortalità, ma quello degli anni '50, così selvaggio, eccitante e inconsapevole, è un qualcosa che continua a fare storia a sè.
Chuck di Chuck Berry- album che chi segue la musica aspettava da molto prima che il suo autore ci lasciasse lo scorso marzo -mi riporta a quei giorni e a quelle emozioni. E' l'opera finale di un genio della chitarra che seguiresti ancora in capo al mondo, con la passione e l'ingenuità di un quattordicenne. Dieci brani per trentotto minuti scarsi di musica. Le canzoni sono belle, intense, vissute, gli arrangiamenti essenziali, nudi, energici. Qualche fraseggio di armonica e pochi tocchi di pianoforte qua e là. La voce di Chuck ricca di cuore e di anima, come non si sentiva dagli anni '60. I pezzi che preferisco sono i più oscuri: il jazz di You go to my Head, il blues di Darlin', Dutchman, Eyes of Men e, ovviamente, Big Boys. Ospitati in un angolo, giovani leoni come Gary Clark Jr. o Nathaniel Rateliff (a cui mi sono avvicinato recentemente, scoprendo un talento davvero notevole) se ne stanno buoni, al soldo (è proprio il caso di dirlo, dato che anche il disco in questione è prodotto da lui medesimo) di un semidio come Chuck. 
Saltando i convenevoli e lasciando che sia la musica a parlare, posso dire che siamo al cospetto di un artista che anche da morto mette tutti in fila, sempre e comunque. Chuck è un bel sentire per noi e un bell'andare a ritroso per chi lo ha pensato, suonato, cantato e perfino prodotto: un viaggio nei suoi giorni verdi, in un universo utopistico popolato da teenagers forti, ottimisti e forse anche un po' ingenui. Un disco da ascoltare in macchina guidando verso l'orizzonte di questi primi giorni estivi belli afosi.


domenica 11 giugno 2017

Guns N'Roses live @ Imola, 10/06/2017 [Extra]


"Giugno che sei maturità dell'anno/ di te ringrazio Dio/ in un bel giorno, sotto al tuo sole caldo/ ci sono nato io, ci sono nato io", cantava il Vate nella straordinaria Canzone dei mesi.
Ora, io non solo non sono nato a giugno, vengo da tutt'altra stagione e ho visto la luce sotto altri segni zodiacali, ma non per questo non ho delle affinità con questo mese fantastico. Non è un caso che, per tornare in Italia dopo cinque anni, i Guns N'Roses abbiano scelto proprio giugno, il mese dell’equinozio estivo, dei campi di grano, delle gialle spighe al vento, del cielo sempre blu. Il mese in cui, nel mio quartiere, si organizza la Festa di Liberazione. L’ouverture all’estate, l’erba alta e il granoturco che arrivano ormai al ginocchio, le Tennent's bevute con gli amici mentre si contemplano le stelle, e il blues. Il blues al limone da tenere in freezer, il blues di quello portatile, potabile, possibilmente ad alta gradazione alcolica. 
Io e Sofi partiamo per Imola con tutta calma, intorno alle 14:00. Niente corse, che non servono a niente. L'ora di inizio riportata sul biglietto è 19:15, ma i Guns non saliranno sul palco prima delle 20:45. Niente radio, perchè le radio sono ormai insopportabili. Quelle locali trasudano provincialismo, mentre i network famosi di frequente trasmettono musica scadente e usano quei jingle insopportabili, recitati in quel finto angloamericano intollerabile. Gli speakers sono speakers, ovvero gente mediamente antipatica che sa poco di musica e deve badare a intrattenere i radioascoltatori raccontando barzellette discutibili, pettegolezzi trovati su internet ed elemosinando pillole di filosofia "da strada". La radio è noia, ed è per questo che in auto attacco il mio iPod Classic alla presa AUX o infilo la mia selezione settimanale di cd: è l'unico modo di trovare un po’ di pace lontano dalle immondizie musicali che ci propinano le radiostazioni sparse lungo lo stivale.
Per il viaggio scelgo due capolavori stampati a cavallo fra il 1978 e il 1979. Si parte alla grande con Highway to Hell e penso che son già passati due anni da quando gli AC/DC sbancarono l'autodromo Enzo e Dino Ferrari. Io non c'ero, ma il Nikke non mancò di raccontarmi nel dettaglio le gesta dei fratelli Young in terra emiliana. Bella esperienza, specie dopo l'eccellente Rock or Bust, ma quella che rituona nell'abitacolo è un'altra storia. Siamo al cospetto della band di quarant'anni fa, quella con Bon Scott alla voce, dei dischi fatti uscire in doppia versione boreale e australe e delle milionate di copie vendute. 

Imboccando l'A1, facciamo un balzo indietro di un anno appena. Sono un paio di settimane che sto consumando di nuovo Some Girls (1978) e tutto quello che gli ruota intorno (il secondo disco di outtakes del 2011 è quasi altrettanto bello, così come Some Girls- Live in Texas '78). Musica fresca, spensierata, modernissima. Davvero l'ultimo capolavoro che i Rolling Stones regalarono al mondo. Un caso eclatante di opera d'arte consegnata alle masse nel modo giusto al momento giusto. Con Sofi riflettiamo sulla canzone che dà il titolo all'album, sul suo ritornello volgare e irriverente ("le ragazze bianche sono molto simpatiche/ a volte mi fanno incazzare,/le ragazze nere vogliono solo essere scopate tutta la notte") e sul fatto che, se uscisse oggi, Mick Jagger dovrebbe fare i conti con chissà quali assurdi, ipocriti comitati per la preservazione del politically correct. Da lì, mi sovviene un assurdo parallelismo con un caso analogo: Colpa d'Alfredo ("è andata a casa con il negro, la troia!"). Altro pezzo spettacolare che oggi non vedrebbe neanche la luce.


All'imbocco della tangenziale a Casalecchio troviamo coda, mentre, a seguire, iniziamo una lunga processione i cui protagonisti sono migliaia di bolognesi che stanno partendo per il mare con mezzi dotati di due, tre, quattro ruote. Ne approfitto per buttare un occhio fuori dal finestrino e osservare il mondo col mio fare da antropologo contemporaneo da due soldi. Percorriamo in queste condizioni dodici chilometri, poi il navigatore del Samsung di Sofi ci segnala un incidente che comporterebbe un ritardo ulteriore. La voce della Signorina Misteriosa consiglia di uscire quanto prima dalla tangenziale e così facciamo. Attraversiamo stradine di periferia e borghi pianeggianti. C'è anche qualche tratto di campagna miracolosamente scampato all'espansione urbana. Ed è allora che iniziamo a venire superati da motociclette custom e ad avvistare gruppi di persone con addosso t-shirt dei Guns. La meta è vicina e noi arriviamo a Imola alle 16:30, con mezz'ora di ritardo rispetto a quanto pronosticato. Parcheggiamo comodamente in una zona residenziale vicina all'autodromo. C'è pochissimo traffico, ma le strade, tutte le strade, sono piene di persone. Ci fermiamo a un bar  che sorge all'inizio (o alla fine, dipende) della provinciale 610, la strada che parte da Imola e, risalendo le colline, arriva a Firenze. Un vero e proprio accampamento di gunners di ogni età, razza, e credo. Sono più di trenta gradi, ci mettiamo in fila e ordiniamo due birre gelate. La signora alla cassa, dall'accento marcatamente simpatico, indossa una t-shirt del Nightrain Club e ci spiega che, dalla mattina alle 10, il suo e altri bar del quartiere hanno bisogno di continui rifornimenti. Per il bagno facciamo una fila in confronto a cui quella successiva per l'ingresso all'autodromo sarà una passeggiata di salute. Poco prima di tagliare l'agognato traguardo incontro "il Piero", un conoscente sangimignanese più grande di me. Ha dei pantaloncini corti, una bandana rossa in testa e veste la divisa di ordinanza (una maglia che ritrae la copertina di Appetite for Destruction). Un fan sfegatato, nonchè uno dei pochissimi italiani presenti alla prima data del Not in This Lifetime Tour a Las Vegas lo scorso anno.

Espletati i bisogni fisiologici, camminiamo per un quarto d'ora, facendo lo slalom fra fastidiosissimi bagarini, assistendo a compravendite di biglietti vergognose e perfino a un paio di sequestri di merce illegale. Segno evidente che, in realtà, certi fenomeni sono ben lontani da essere debellati, al contrario di quanto vorrebbero far credere questi programmi scova-ladri-di-polli quali Striscia o le Iene. Perfino un piccolo stand di cibo fritto, vista la prontezza con cui i due gestori se la danno a gambe, sembra non avere nulla a norma, ma a me non interessa. Se c'è una cosa che ho imparato in tutti questi anni è che la migliore mossa che puoi compiere prima, durante e dopo un concerto è il digiuno. Combattere la sete, specie con questi primi caldi, magari è un po' più complicato, ma esistono degli efficaci rimedi. All'ingresso dell'autodromo troviamo, infatti, i primi controlli. Io ho uno zaino con due tasche separate: in quella davanti ho i biglietti, un documento, qualche spicciolo, due magliette di ricambio (una mia e una di Sofi), le chiavi di casa, mentre in quella dietro ho infilato una felpa e sotto a questa ho debitamente occultato una bottiglia d'acqua da un litro e mezzo e due tranci di schiacciata. La fila per i settori A (il cosiddetto Gold Circle) e B (il nostro, erroneamente definito Prato visto che troveremo posto sullo stesso bollente asfalto su cui si corre il Gran Premio) è la stessa, mentre gli sfortunati avventori della temibile collina Rivazza (distante un chilometro e mezzo dal palco) arrivano da tutt'altra parte. Ai tornelli fanno a tutti la scansione dei metalli: suona a tutti e tutti passano senza alcun approfondimento. Un bodyguard mi fa aprire lo zaino. Tiro giù la zip della tasca in cui ho le magliette e le chiavi di casa senza, convinto che mi chieda di aprire anche l'altra, quella incriminabile. Neanche se ne accorge. Rido e passo accanto a decine di persone che si sforzano di bere un litro d'acqua in pochi secondi solo per non dare soddisfazione a questi farlocchi vigilantes che non accettano cibo e bevande ma che farebbero circolare comodamente anche coltelli, pistole e bombe molotov. 
Appena sopravvissuto agli "infallibili" sistemi di sicurezza

Passati i primi due check-in respiriamo un po'. Costeggiamo le tribune del circuito, passiamo sotto al traguardo, nei pressi del quale hanno sistemato due piadinerie ambulanti e due punti vendita di merchandise ufficiale. Cifre faraoniche per alcune delle più orrende magliette mai prodotte per questo gruppo. L'unico gadget contemplabile sarebbe il poster che ho visto sulla pagina Facebook dei Guns, ma che, ovviamente, non viene venduto da questi strozzini. Giungiamo così all'altezza del podio (oggi sembra un anonimo terrazzino rosso su sfondo bianco), dove le strade di chi è nel Gold Circle e chi nel generico Prato si dividono. Non mancano i furbetti che, seppur privi del braccialetto apposito, tentano la scavalcata, ma il servizio d'ordine funziona fin troppo bene e nessuno riesce a infiltrarsi. Sono quasi le 18. Ci facciamo spazio in mezzo a gente che è lì dalla mattina. Chi gioca a carte, chi beve, chi dorme. Mai visto un pubblico così eterogeneo a un concerto prima d'ora. Seppur a piccoli passi, riusciamo ad avvicinarci il più possibile alla transenna che separa i due settori. La visuale è buona e, in barba alle maledizioni e a certi aneddoti su Imola, posso dirmi più che soddisfatto del posto in cui passerò le prossime cinque ore abbondanti. 


Un gruppetto di tre, quattro maschietti sulla quarantina va su di giri dopo aver visto passare un paio di femmine in costume da bagno. Iniziano a scalmanarsi un po' troppo. Sembrano tori castrati ma carichi di cocaina, urlano, bestemmiano, si annoiano. Subito dietro di me, una comitiva di ragazzi di Milano molto simpatici e di poco più grandi di noi. Lui ha una t-shirt degli Stones, li segue dai tempi del Forty Licks Tour e ci mettiamo a chiacchierare di Musica, merce rara di questi tempi. A un certo punto, una voce ci interrompe, catalizzando l'attenzione delle ottantamila e passa persone già arrivate. <<Imolaaaaa!>>: si tratta di quello scemo di Ringo, il tipo di Virgin Radio. Ha così inizio un teatrino terrificante. Ci sono tutte le voci di quel covo di caproni a passare in rassegna sul palco, viene annunciata una diretta radiofonica del concerto (in realtà la diretta, scoprirò in seguito, durerà solo un'ora e dieci e convincerà mezza Italia che i Guns abbiano suonato pochissimo). Cerco di mandare i pensieri altrove, faccio mia una delle tante lezioni del Conte di Montecristo, quella secondo cui, a volte, l'unica evasione contemplabile è quella mentale. Rifuggo questi dieci minuti di pura spazzatura, mentre un d.j. non ben identificato mixa casualmente tutta una serie di pezzi banalotti e imbolsiti, canzoni ormai insopportabili che partono da Joan Jett e arrivano ai Kiss. In tantissimi ridono e cantano, si sperticano quando il Dr. Feelgood  chiama una a una le regioni d'Italia e applaudono quando Ringo impreca contro il terremoto che ha devastato il centro-Italia. Cosa c'entra lo sanno solo a Virgin Radio. <<Chi di voi c'era quando i Guns sono venuti l'ultima volta in Italia? Quanto tempo è passato... siamo vecchi!>>, prosegue Ringo, dimostrando un'ignoranza- è proprio il caso di dirlo -plateale. Sì, perchè i Guns N'Roses, solo negli ultimi dieci anni, hanno tenuto ben tre concerti nel nostro paese: a Roma e Milano, rispettivamente il 4 e 5 settembre del 2010, e il 22 giugno 2012 di nuovo a Milano. E il fatto che il d.j. di punta della principale (e ormai, purtroppo, unica) emittente di musica rock italiana non ne sia a conoscenza, beh, dice molto. Per fortuna riesco a concentrarmi. Ripasso mentalmente un paio di passaggi di Money Jungle, il disco che Duke Ellington incise con Max Roach e Charles Mingus per dimostrare come fosse perfettamente in grado di interagire con una nuova generazione di musicisti.


Quando il carrozzone di Virgin toglie le tende, inizio ad avere sete. Mi passano di fronte agli occhi un paio di lattine di Heineken grondanti, ma cinque euro per 33cl. di birra chiara sono un'offesa alla vita, e così prendo in mano lo zaino e centellino minuziosamente la mia scorta acquifera. Attorno alle 18:30 compare sul gigantesco palco il primo dei due gruppi spalla. Per un fan dei Motorhead come il sottoscritto l'emozione è totale: a qualche metro da me c'è quel gran figlio di buonadonna di Phil Campbell, l'uomo che per trentuno anni ha guardato le spalle e il culo di Lemmy Kilmister e che, in seguito alla dipartita della Leggenda, ha deciso di abbracciare la carriera solista con una propria band (i Bastard Sons). L'omonimo EP è uscito, in sordina, lo scorso novembre, prodotto dalla UDR/Motorhead Music. Nulla di speciale, ma un singolo come Spiders ha un bel tiro e tutto sommato funziona. 


Purtroppo, però, la dimensione live di Chris Campbell e dei suoi Bastard Sons andrebbe rivista. I volumi fanno schifo, la band suona a un livello dilettantistico imbarazzante (specie se si pensa che, oltre all'ex-chitarrista dei Motorhead, dietro la batteria siede Chris Fehn, percussionista degli Slipknot) e assai lontano da quanto ci si potrebbe aspettare dall'apertura di una gig come quella dei Guns. Sei pezzi per una mezz'ora davvero difficile da attraversare, complice anche il malumore generale del pubblico, il caldo e un impianto audio che nulla di buono lascia presagire. Purtroppo, Campbell riesce a conquistarsi un minimo più di attenzioni sul finale. Domanda se qualcuno conosce la canzone seguente e il gruppo parte in una spompatissima versione di Born to Raise Hell. Che, insomma, se si esclude il funzionale ritornello, non è mai stata propriamente un capolavoro:


Prego svariate divinità che il supplizio sia finito e invece no: devono prima demolire una delle poche certezze che ho nella vita e che risponde al nome di Ace of Spades. Un'interpretazione penosa, la riprova che le canzoni dei Motorhead non andrebbero fatte cantare a nessun altro da che Lemmy se ne è andato. Eppure la gente si è ripresa: tutti a cantare intorno a noi, mentre nel Gold Circle un paio di coglioni accennano a qualche pogata. Tiriamo un sospiro di sollievo, mentre l'odore acre del fumo scadente inizia a farsi spazio fra le mie narici. <<Meno male che arrivano i Darkness!>>, dico a Sofi.

E certo che arrivano i Darkness. La band dei fratelli Hawkins è strettamente connessa ai primi anni in cui scoprivo la musica rock. Ho ascoltato fino allo sfinimento il loro album di debutto, Permission to Land (2003), e lo stesso posso dire del successivo One Way Ticket to Hell... and Back (2005), dischi come non se ne fanno più. Un gran bel AOR che già all'epoca rimandava agli antichi fasti di Moot the Hopple, Slade e Nazareth. Inutile dire che i Darkness dal vivo sono esattamente come uno se li aspetta: degli inglesi istrionici e scherzosi, soprattutto Justin, il cantante e chitarrista, vestito con un completo blu elettrico fuori dal tempo. Dopo un brusco scioglimento dovuto, all'epoca, alla sua brutta dipendenza dalla cocaina che lo aveva ridotto sul lastrico, la band è tornata in pista nel 2012 con l'efficace Hot Cakes. Un lavoro non semplice quello dei Darkness, specie se si pensa a tutto ciò che, nel periodo in cui sono stati inattivi, è diventato moda e tendenza prima di sfiorire nell'arco di pochi anni. L'ultimo album, quel Last of Our Kind pubblicato un paio di anni fa, non è andato per niente bene e adesso i fratelli Hawkins si devono accontentare di aprire a colleghi più illustri. Sul palco, i quattro si presentano in modo diverso dal sontuoso tour mondiale di One Way Ticket to Hell: assistiamo da subito al ritorno a un rock basico e privo di orpelli, essenziale, diretto. Basta con pianoforti e organetti. Perfino il sitar di One Way Ticket to Hell o le chitarre acustiche di Love is Only a Feeling vengono rimpiazzati dal robusto sound delle Les Paul dei due Hawkins. Morale della favola? Un'ora di secco, adrenalinico e viscerale hard rock, sospeso fra qualche velleità glam e assoli chitarristici veloci e concisi. E, finalmente, riusciamo a godere decentemente del mastodontico impianto audio installato all'autodromo. Tutto compreso nel prezzo.

Sono le otto e mezza. I monitor si riempiono di proiezioni 3D. Il palco, che fino a poco prima è stato solo un'enorme struttura nera con qualche luce sparsa qua e là, prende vita. Colpi di mitra, spari, la sigla dei cartoni animati dei Looney Tunes: i tre segnali che i Guns N'Roses stanno per salire sul palco. Una base elettronica, la stessa che utilizzano come intro da più di un anno, accompagna l'arrivo di Melissa Reese, Frank Ferrer e Dizzy Reed. Sono le 20:43 e la band ritardataria per antonomasia è arrivata con due minuti di anticipo sulla tabella di marcia, che piaccia o meno. Poi un secondo di silenzio che sembra dilatarsi all'infinito e infine l'attacco di basso di It's so Easy riporta tutto a casa, a trent'anni prima, a L.A., ad Hollywood Boulevard, al Whiskey-a-go-go, a quel dannato 1987. Non ero nato, ma non importa. Sono passati più di quattordici anni da quando, una mattina di marzo, ascoltai in un lettore cd portatile quella musica: ero su un bus turistico diretto verso Torino, avevo compiuto quattordici anni da neanche sei mesi e di fronte a me si apriva un continente sterminato e tutto da scoprire. I Guns N'Roses e molto, troppo altro ancora.
L'entrata in scena di Axl e Slash avviene in simultanea, la canzone è troppo breve perchè la gente possa placarsi, il frastuono delle urla copre la voce del cantante. Qualche aggiustamento al volume sarebbe gradito, visto che la Gibson di Slash e l'ugola di Axl sembrano confondersi e accavallarsi in più punti. Due minuti e mezzo di fuoco cedono il passo a Mr. Brownstone. Che bravo che è Frank Ferrer: il migliore batterista che i Guns abbiano mai avuto e che goduria guardare- seppur nel monitor -il dettaglio della Converse di Slash fare su e giù sulla pedalina wah-wah. Axl è in gran forma, sembra davvero divertito, ammicca al pubblico, guarda l'orologio, scherza, cede volentieri le attenzioni delle telecamere a Richard Fortus, che dal canto suo avrà il suo paio di ottimi momenti nell'arco di questa serata. Chinese Democracy è accompagnata da un superbo lavoro di visual che si riappropria di simboli e immagini legate all'album omonimo. La gente si rilassa, smette di cantare, ascolta: per molti potrebbe essere la prima volta in cui si ritrovano ad avere a che fare con il disco del 2009 e la cosa un po' mi infastidisce. Anche io ne approfitto per guardarmi intorno: realizzo che i cellulari alzati al cielo sono un migliaio almeno, tendo l'orecchio per sentire i pettegolezzi, i commenti, la gioia e il disprezzo. Una coppia attempata è stata a vedere la prima data europea in Irlanda, lo scorso 27 maggio. Dicono che sia stato un concerto superbo e che se questo sarà bello anche solo la metà di quanto andato in scena al castello di Slane, andremo comunque via soddisfatti. C'è da sperarlo, visto che in Welcome to the Jungle Axl non è che faccia esattamente un gran figura, nonostante il ritmo incalzante di Ferrer e Reed e la solida, nuova base effettistica tessuta da Melissa. Chi però sin dall'inizio continua a lasciarmi meravigliato è Duff. Duff McKagan è uno di quei signori del rock, uno che si è tirato fuori da grossi casini senza far troppo rumore, si è costruito una famiglia senza approfittare del suo ruolo di star, si è laureato in economia come un normale studente un po' fuori corso e ha pure pensato bene di avviare un secondo lavoro nel mondo della finanza (un lavoro che pare portargli guadagni addirittura maggiori di quelli, già generosi, che ha ottenuto grazie alla musica). Ha anche scritto il miglior libro che potrete mai leggere legato ai Guns, "It's so easy" e altre menzogne. Sarà che mi è sempre stato simpatico, che amo il suo esordio da solista (Believe in Me) e ritengo So Fine uno dei migliori brani rock mid-tempo mai scritti, che ho un debole per il sottobosco grunge da cui arriva (è di Seattle) e a cui non ha mai disdegnato tornare nel corso degli anni e che è il mio rivale in amore (la mia ragazza è pazza di lui), ma vederlo suonare quei primi quindici minuti col basso all'altezza delle ginocchia, una bombetta in testa e tanta maestria mi ha davvero entusiasmato.
Il primo, vero colpo all'anima arriva quando Slash e Frank danno il via a Double Talkin' Jive, una canzone particolarissima su disco e che dal vivo ha sempre conosciuto una seconda vita. Uno dei tanti apici del concerto filmato a Tokyo nel 1992 è rappresentato proprio da questa canzone, quasi totalmente improvvisata e dilatata in sede live. Siamo a Imola nel 2017, ma nulla è cambiato: Double Talkin' Jive rimane un capolavoro, uno di quei pezzi che messi in mano a Slash possono solo arricchirsi. Difficile fare di meglio. Anzi, no: perchè a seguire parte Better in un arrangiamento ancora diverso da quello del tour americano del 2016. Un singolo da suonare con almeno tre chitarre, ostico e commercialmente fallimentare viene riportato a nuova vita grazie all'intreccio chitarristico di Fortus e Slash, ai cori di Duff e Melissa e alla superba voce di Axl. Già, perchè un po' è vero: il ragazzo non ha più la voce del 1985, ovviamente, e nemmeno quella del 1992; ma nemmeno ha conservato l'eccezionale resistenza canora mostrata nei difficili e chilometrici concerti orientali del 2006. E' vero: la scelta di far uscire Chinese Democracy troppo tardi può esser stata sbagliata anche perchè, contemporaneamente e dal vivo, la voce di Axl era comprensibilmente cambiata rispetto a quella udibile su quel disco. Perciò, il ragazzo ha capito una cosa e una sola: doveva cambiare approccio nei confronti delle sue stesse creature. Certe volte i risultati possono essere encomiabili, altre no, ma nessuno può affermare che questo cinquantacinquenne dell'Indiana non stia continuando a cercare nuove, ottime soluzioni per dare grande musica a chi va a vederlo esibirsi. E sinceramente, dopo averlo sentito ieri, faccio fatica a capire come ancora ci sia gente che lo definisce non più in grado di cantare. Sarà anche ingrassato (sempre meno di quanto lo è Slash e poi la musica non è una disciplina in cui il peso conta per forza qualcosa, grazie a dio), ma non ho mai visto nessuno tenere un palco in questa maniera.
Se Better suona come mai prima d'ora, Estranged (e chi mi conosce sa che forse è proprio questa la mia canzone dei Guns preferita) le fa compagnia. Un capolavoro che durante gli Illusion Tour veniva sempre affrontato con cautela, e di rado funzionava (complice il fatto che lo suonavano spesso nella seconda parte del set, con l'ugola di Axl già ampiamente provata). Che bellezza vedere il signor Rose- che nel frattempo si è cambiato già otto volte -annunciare a novantamila persone <<Ladies and Gentlemen, on the piano, mr. Dizzy Reed...>> e, soprattutto, che bellezza gli assoli di Slash, che non si lascia strappare manco un sorriso, non si toglie il cilindro, non batte ciglio di fronte alla prima, autentica standing ovation del pubblico osannante. Seguono una Live and Let Die d'ordinanza e una Rocket Queen assurda, tutta incentrata sul basso di Duff e su un suono di chitarre cavernoso come mai prima d'ora. Un approccio quasi grunge rispetto a cui il cantato di Axl, sulle prime, rimane indietro. L'esibizione al talkbox di Slash- al contrario delle decine che ho avuto modo di sentire e vedere nell'arco degli anni-non è nulla di chè, ma quando afferra un anello e si abbandona ad un secondo assolo di slide guitar pura e cruda viene voglia di inchinarsi. La parte finale della canzone, che è uno dei vertici creativi del gruppo, è splendida. Il pubblico batte le mani a tempo, Dizzy pesta sull'organo e Axl sembra avere di nuovo vent'anni. Poesia.
Così come è poesia veder ricomparire Slash con una B.C. Rich Mockingbird a tracolla. Non sono nato ieri: so bene cosa suona il gruppo quando il ricciolone torna con quella sei corde rossa in braccio. <<Ora fanno You Could Be Mine!>>, urlo a Sofi, e infatti You Could Be Mine parte. Mai stata una delle mie preferite, l'ho sempre trovata un po' troppo lunga e prolissa, sistemata quasi a caso in fondo al secondo Illusion, eppure stasera la canto a squarciagola dalla prima all'ultima nota come non fanno neanche i fans di Ligabue. Mi sento un ragazzino senza cervello, ma non importa. Dopodichè Axl passa a presentarci il signor Duff McKagan e sparisce. Duff ci saluta e il sound si distende. Gli accordi di You Can't Put Your Arms Around a Memory fanno breccia nel mio cuore. "Non puoi abbracciare un ricordo", cantava Johnny Thunders e canta ora Duff. Ed è vero. La cosa brutta dei ricordi è che vivono solo nella nostra mente, ma non esistono più in nessuna parte del mondo fisico. Inutile viaggiare per trovare un ricordo: ci sarebbero solo fantasmi. <<Tu sei andato avanti, lei è andata avanti>>, sembra volerci dire Duff prima di cambiare diametralmente stile, battere il <<One, two, three, four...>> e scatenarsi con la sua celeberrima cover di Attitude dei Misfits. Fidatevi: pochi minuti di Duff McKagan solista lasciano il segno.

This I Love è invece il momento assoluto di Axl, o meglio "dovrebbe essere": già, perchè purtroppo questa bella canzone continua a fare una gran fatica se si tratta di trovare una forma live decente, specie sul piano del canto. A pochi metri da me, dei ragazzi parlano di una gita che hanno fatto allo spaccio della Woolrich a Modena, dove pare ci siano degli enormi sconti in questo periodo. Peccato che non siano rimasti a comprare parka in saldo invece di venire a rubare ossigeno a Imola. L'arrangiamento e l'assolo comunque risultano buoni, Richard Fortus (che indossa una buffa maglietta di Diabolik) ha cucito addosso al brano un gran bel cappottino, ma finora è la canzone che Axl ha cantato peggio. Un vero peccato che viene agilmente spazzato via da Civil War. <<Oh cristodiddio ma quanto tempo è che non sento Civil War?>> mi domando. E' vero: non ascolto questo pezzo da mesi, se non da almeno un anno e mi do del cretino da solo, perchè dal vivo rimane un qualcosa di prodigioso, una canzone che vorresti durasse anche venti minuti. E se i Guns avevano già calato un asso sorprendente con Double Talkin' Jive, un'altra sorpresa ancora più grossa risulta essere la successiva Yesterdays. Canzone memorabile e giustamente inserita anche nel glorioso Greatest Hits del 2004, Yesterdays è un altro di quei brani anomali del gruppo, scarsamente tenuti di conto da Slash o Duff nei tour storici e poi totalmente abbandonati da Axl per oltre quindici anni. Esiste una registrazione inclusa in Live Era 87-93 che è probabilmente irraggiungibile per bellezza e intensità, ma già che abbiano deciso di presentarla al pubblico italiano rappresenta una mossa coraggiosa. Così come coraggiosa è la scelta, ormai divenuta standard, di includere nella scaletta Coma, il brano più lungo mai registrato dal gruppo e uno di quelli su cui Axl deve maggiormente applicarsi quando si tratta di cambiare radicalmente modo di cantare. Quasi uno spartiacque della serata.
Rimaniamo soli con Slash, che rispetto ad Axl o Duff, finora, mi ha meravigliato relativamente. Non che non mi sia piaciuto, ma a livello di sorprese è stato abbastanza avido ed è uscito di rado dal personaggio. Quando insisto nel dire che i Guns del 2017 dovrebbero affidare a Slash un maggior numero di canzoni di Chinese Democracy (oltre, magari, a degnarsi di presentarne un paio totalmente inedite, visto che c'è materiale per almeno un doppio album già missato e finito), mi riferisco a questo: lo show su un piano chitarristico potrebbe, a lungo andare, risultare monotono. Tuttavia, sia la parte di assolo blues che un rock&roll in omaggio a Chuck Berry sono meravigliosi. Non si può dire altrettanto della colonna sonora de Il Padrino, suonata a mo' di mandolino e davvero urticante.
In Sweet Child O'Mine manco riesco a sentire la voce di Axl, ma una cosa è certa: nessuno suona l'assolo di questa canzone come lo suona Slash. Non so se è un discorso di paternità, di sangue, ma è così: non c'è nulla da fare. Me ne rendo conto nonostante sia uno dei brani più anonimi e caciaroni eseguiti finora. Inizio a sentirmi stanco e questi ultimi dieci, quindici minuti non mi sono piaciuti affatto. Ma è allora che dal buio totale in cui il palco è piombato parte l'arpeggio con cui si apre My Michelle. Come tornati a nuova vita, i Guns si scatenano, il pubblico, tutto il pubblico, perde la testa. Sento il terreno mancarmi sotto i piedi e sul ritornello potrei quasi pensare che la collina di Rivazza si stacchi e crolli su tutti noi.

Come dopo un temporale estivo, seguono alcuni secondi di quiete interrotti solo dalla chitarra di Slash. Arpeggi in libertà, come ai tempi in cui lui e Gilby partivano con Wild Horses e Axl e Duff li raggiungevano con le loro voci. Si inizia a riconoscere Wish You Were Here, una canzone con cui ho litigato. Una di quelle che è passata dall'essere "solo" una ballata sulla nostalgia a un brano sul disastro esistenziale, sul naufragio assoluto, sulla rovina sentimentale. Il mondo è pieno di belle canzoni che parlano di chi non ha saputo dire le parole giuste al momento giusto, forse Wish You Were Here è una di quelle, ma nonostante dia il titolo ad uno dei due album dei Pink Floyd che amo maggiormente non ce la faccio a volerle bene. Neanche se messa in mano- e con un certo stile -al mio gruppo preferito.
Ancora silenzio. Poi un pianoforte a coda irrompe sulla scena. Axl Rose al piano intona una musica che conosco bene, anzi benissimo, ma che non mi aspettavo. Un rospo in gola mi assale e mi lascia frastornato, eppure lucidissimo: è la seconda parte di Layla dei Derek & The Dominoes. Se avete presente quel giochino dei dieci dischi da portare sull'isola deserta, ecco nella mia selezione Layla and Other Assorted Love Songs è onnipresente: non è mai mancata e mai mancherà. Il fatto che i Guns N'Roses la stiano suonando e rielaborando fa riaffiorare momenti e ricordi di una vita e no, non riesco ancora a spiegare cosa provo quando sento quel pianoforte e le chitarre di Duane Allman ed Eric Clapton che si mischiano. Una volta ho anche provato a guardare lo spezzone di un documentario in cui il produttore Tom Dowd spiegava come aveva registrato e mixato il pezzo all'epoca, pensando che questo potesse spiegare razionalmente ciò che mi si scatena da quando, tanti anni fa, sentii per la prima volta questa canzone. Ma la razionalità è nemica delle emozioni da sempre e, nel bene o nel male, questo vale per tutti noi. Ed è in momenti come questo che me ne rendo conto perfettamente. Deglutisco e penso a cosa questa straordinaria american band può ancora avere in serbo per noi.

Come è che dicono? "Nulla è più bello dell'amore"? Può darsi. Ma facciamo così: nulla è più bello dell'amore, tranne November Rain. November Rain è anche meglio. Al pari di altre hits storiche, pure questa è molto diversa da come veniva rappresentata negli anni Novanta: oggi è inglobata in un gigantesco visual concept che, in alcuni momenti, è perfino stucchevole. Ma Axl la canta talmente bene che nulla potrebbe andare per il verso sbagliato. E invece, sul finale, nel secondo assolo, Slash scazza. Non di brutto e nulla di male, si riprende. E' un essere umano, non un extraterrestre, però l'errore è stato lampante, tutti lo hanno sentito. C'è perfino chi ridacchia. Io mi limito a rimanerci male, anche perchè November Rain è un climax continuo e di indiscutibile bellezza, e vederla venire giù così un po' ferisce. Io e Sofi ci guardiamo perplessi. Nonostante il caldo e l'umido, la abbraccio. Senza di lei, non sarei qui stasera. Ripenso a quella mattina di inizio dicembre in cui ero a letto con la febbre e me la sono vista piombare a casa coi biglietti appena comprati.

Il ricordo di Layla mi sta ancora risuonando nelle orecchie, quando la mia anima viene messa di nuovo, duramente, alla prova: Slash è solo, con ancora a tracolla la doppio manico che ha usato negli ultimi venticinque minuti. Già lo so che intenzioni ha. Lo ha sempre fatto, ma tutte le volte, che sia in televisione, su disco, sul monitor di un pc o perfino dal vivo, riesce a commuovermi con Only Women Bleed. Ti saluto, mondo! Il suo madornale e grossolano errore sull'assolo precedente sparisce. Mi torna in mente un pomeriggio a casa di Marco, di quando dopo una versione di latino infilammo nel lettore il secondo DVD del concerto al Tokyo Dome. Parlavamo, commentavamo, scapellavamo, eravamo degli autentici, giovani appassionati e quella musica era tutto ciò che avevamo. Ma quando Slash e Duff si sedevano spalle contro spalle, con due belle Marlboro ciondolanti dalle rispettive bocche, e attaccavano quel giro che oggi canticchio banalmente sotto la doccia, tutto sembrava decollare verso lidi ultramondani. Anche noi finivamo trasportati nel Giappone del 1992 a vedere la più grande band del mondo cantare Knockin' on Heaven's Door come mai prima di allora.

La Knockin'on Heavens' Door del 2017 è molto meno bella di quella suonata dalla precedente formazione a Milano nel 2012. Slash sembra svogliato, Fortus si difende e per un attimo vorremmo quasi che si invertissero i ruoli, per rendere tutto l'amalgama più interessante e coerente. E' perfino sparito l'intermezzo reggae che rese leggendaria per sempre la versione presentata a Wembley durante il tributo a Freddie Mercury (un arrangiamento che però non è mai stato farina del sacco dei Guns, ma dello stesso Dylan, e se mai avete sentito il doppio At Budokan sapete di che parlo). Il pubblico ci mette del suo, il pathos che emerge dal momento in cui Axl mostra il microfono per far ripetere il ritornello ai novantamila di Imola è davvero palpabile, ma questo rito orgiastico, dionisiaco, non sembra funzionare come dovrebbe. I ragazzi suonano da oltre due ore, le luci si spengono. Axl tira fuori il suo secondo <<Grazie>> della serata (sotto questi punti di vista educazionali il cantante è pressochè irriconoscibile) e i Guns scompaiono.
Li richiamiamo a gran voce. Perfino io, che non sono un urlatore da stadio nè mi piace finire la voce, bercio a squarciagola. Confido che suonino Patience, e invece parte Don't Cry, la peggiore esecuzione della serata da parte di tutti, pubblico compreso. Sì, perchè a me tutta questa gente che sbraita tanto e che poi, al posto degli accendini, tira fuori i cellulari fa cacare. Ci vuol poco però per far tornare l'asticella su livelli qualitativi di eccellenza: dapprima Black Hole Sun dedicata a Chris Cornell e finalmente, stasera, giunta a una forma definitiva. Bellissima, quasi da desiderarne una versione in studio quanto prima. Segue, a ruota, The Seeker degli Who. La gente la confonde con You're Crazy, ma io in realtà aspetto solo che arrivi Kevin Spacey a dire <<Ricordate quei poster con la scritta "Oggi è il primo giorno del resto della tua vita? Beh, questo è vero per tutti i giorni tranne uno: il giorno che muori!>>. Ditemi come può un fan dei Guns N'Roses, degli Who e anche di American Beauty non perdere completamente la testa in un momento come questo.

Siamo agli sgoccioli. Axl sta dando le ultime unghiate, davvero ben assestate. Senza perdersi in un secondo (e assai più auspicabile) omaggio pinkfloydiano (mi riferisco a Mother), Slash apre le danze finali. Paradise City risuona nello spazio dell'autodromo, partono fuoco, fiamme, fuochi di artificio, coriandoli tricolore vengono sparati su tutto il Gold Circle e per poco non arrivano fino a noi. Faceva bene Keith Richards, quando i Rolling Stones iniziarono a fare ciò che li contraddistingue a livello concertistico da ormai ventotto anni, a dire che "gli occhi sono le puttane dei sensi", mettendo così in guardia i fans. Lui lo sapeva. Sapeva che la gente avrebbe assistito a tour mastodontici, concerti dominati dagli effetti speciali e dalle trovate sceniche e che, per questa serie di motivi, la musica- per lui la cosa più importante -rischiava di rimanere indietro rispetto al resto. Tuttavia, ieri sera, mi è risultato impossibile non farmi catturare da quella baraonda di luci, suoni e colori che ha degnamente concluso un concerto di quasi tre ore. E la musica? Sarà stata all'altezza? Posso dirvelo sinceramente: lo è stata.