martedì 23 agosto 2016

Suicide Squad [Recensione]

Di un'estate che per i più è stata votata alla visione compulsiva di serie tv, Olimpiadi, recuperi, ecc. Suicide Squad doveva essere l'evento cinematografico assoluto. Già, facile essere l'evento quando, nell'unico paese al mondo ancora prigioniero del concetto di ferie d'agosto, la concorrenza è pressochè inesistente. Tuttavia, non capitava dai tempi del terzo Batman nolaniano che un film DC fosse atteso a gloria: dunque, si può dire che l'unico vero evento sia stata l'aspettativa di Suicide Squad e non il film in sè.
Attenzione però: il film in sè non è nulla di straordinario, ma non è nemmeno lo schifo che tanti hanno millantato negli USA. Ci sono buoni attori, ottime scene di azione, una grande colonna sonora che passa dagli Animals ad Eminem con brillante naturalezza, un moderato umorismo. Il problema di Suicide Squad non è rappresentato da Jared Leto che interpreta il Joker o da Margot Robbie che veste i panni di Harley Quinn in maniera piuttosto inappropriata (chi ama, possiede, ha letto o anche solo sfogliato Mad Love capirà), ma dalla volontà di essere più politicamente corretto del previsto. E questi personaggi, invece, dovrebbero incarnare quanto di più scorretto e irriverente esista nel mondo DC. Invece, sembra quasi che l'unica ansia degli autori (e, in maniera anche maggiore, dei produttori) sia stata quella di girare un cinecomic umoristico che somigliasse il più possibile a quanto creato dalla concorrenza. <<Disney è andata in una certa direzione con Deadpool? Anche noi andiamo in là!>>, oppure <<Disney fa la scena dopo i titoli di coda? Noi dobbiamo farla almeno durante!>>.
Come al solito, tutti hanno puntato il dito su paragoni, incongruenze, nemici, problemi di continuity, ma nessuno ha notato che certe figure professionali (e, immagino, ben pagate dai fratelli Warner) stiano disimparando il proprio mestiere. E' già successo in quasi tutti i film di Snyder e succede anche in Suicide Squad, ad esempio, che i montatori incappino in errori vergognosi. Finchè si parla di Snyder, non c'è da meravigliarsi (visto il cattivo gusto che mette nei suoi film, ci sta che scelga di proposito un montaggio sbagliato), ma anche Suicide Squad ha i suoi campi e controcampi sballati, i suoi stacchi bruschi, i suoi raccordi sull'asse buttati là a caso. Va bene che anche a Hollywood non sono tutti Thelma Schoonmaker e che David Ayer non è Stanley Kubrick e pretenda il final cut, ma con 175 milioni di dollari di budget potevano trattarsi e trattare un po' meglio il film, no? Poi è chiaro: di fronte a 585 milioni di dollari di incasso ogni commento sembra di troppo, però, in DC come anche a casa Marvel/Disney, si pone ormai grande attenzione a scrittura e scelta degli attori (Suicide Squad è una collezione di marchette assurda, in tal senso), mentre di fondo c'è quasi sempre una ricorrente sciatteria e una gigantesca omologazione a livello tecnico e registico. Al pubblico sta bene, perchè ormai- complice anche questa ingente quantità di "tele-visioni" -ci occupiamo soltanto della cura dei personaggi, della coerenza di una trama, della forza evocativa dei film e tralasciamo completamente regia, messa in scena, stile. Se a questo si aggiunge il fatto che l'utente cinefumettaro medio non ha mai lavorato su una lettura formale di quanto è andato a vedere negli ultimi quindici anni il gioco è fatto.

lunedì 22 agosto 2016

Motörhead, "Clean Your Clock" [Suggestioni uditive]

Motörhead,
Clean Your Clock
(UDR Music, Cd + 1 DVD, 2016)















Se si dovesse dare una definizione del sentimento che pervade la musica dei Motörhead, si potrebbe parlare di "rabbia esistenziale"; una questione all'apparenza facile e ricorrente nella quasi totalità della musica heavy. Tuttavia, una gran quantità di epigoni, figliocci, nipoti e bisnipoti della band di Lemmy si sono bruciati le ali tentando di perseguire quel modello di riferimento e fermandosi soltanto alla buccia, ovvero al lato che concerne gli eccessi alcoolici e sessuali, accompagnati da eguali dosi di droghe e cazzeggio. Ma i Motörhead hanno fatto molto di più. Lemmy aveva recuperato e divulgato, già negli anni Settanta, il linguaggio libero e spezzato del rock&roll di Chuck Berry, Jerry Lee Lewis ed Eddie Cochran- tutti cattivi ragazzi, ribelli per diritto di nascita, ex-galeotti afflitti da vizi di ogni genere -e con quello aveva iniziato ad occuparsi di ogni tema della terra, dalle donne al bere, dalla guerra alla crisi economica. La "rabbia esistenziale" partiva dal singolo ma finiva con l'investire, tramite le canzoni, l'intera collettività. Il senso del mondo, nella loro musica, è andato frammentandosi per decine di canzoni da tre minuti, numerosi album e quarant'anni di onorata carriera. Dicono che nella giornata dei Motörhead un concerto fosse soltanto un impegno in più sull'agenda, ma guardando il DVD che accompagna il nuovo live postumo Clean Your Clock si realizza subito che questa semplificazione poteva valere forse per gli anni d'oro (gli "anni d'oro" dei Motörhead non sono quelli dei Rolling Stones o di Bruce Springsteen e vanno, grossomodo, dal 1975 al 2013) e non di certo per gli ultimi tempi. 
Frutto di due serate bavaresi di fine novembre, Clean Your Clock è un progetto apprezzabile su un piano tecnico e sentimentale, ma molto discutibile su quello morale e musicale. Se da una parte è infatti comprensibile la volontà di rendere omaggio al mito (già dalla copertina, molto bella e per la prima volta privata dello Snaggletooth), dall'altra è giusto domandarsi se il modo migliore per farlo fosse pubblicare lo spettacolo di un uomo anziano, visibilmente malato, prossimo alla morte (sarebbe sopraggiunta un mese dopo questi shows) e gravemente compromesso sul piano lavorativo. La macchina ritmica e scenografica è impeccabile, i Motörhead suonano davvero bene, la tracklist è perfetta, forse la migliore scaletta di un loro live, ma Lemmy sta male, nel canto, nel suono, nello spirito e questo nulla può cancellarlo e giustificarlo. Non voglio accusare i produttori della UDR di aver lucrato sul dolore altrui, ma una punta di malignità in questo disco (con accluso DVD arricchito di tre pezzi) io la intravedo. Dei sedici pezzi, tutti o quasi tutti grandi classici del gruppo, non ce ne è mezzo dove la performance di Lemmy non sia irrimediabilmente compromessa dalla malattia. Perfino nelle interviste presenti fra gli extras del DVD si fa enorme fatica a comprendere cosa il cantante dica. 
Dicono che sia difficile ricordare i morti, che a volte i ricordi, specie quelli di rockstar famose, si confondano: in effetti, se il mezzo deve essere un disco come questo, è preferibile lasciar perdere commemorazioni, ricordi e tributi. E poi i necro-dischi non mi sono mai piaciuti, sarà perchè ho sempre creduto che chi se ne va se ne va, e nessuno torna più indietro. 

domenica 21 agosto 2016

Summer days, summer nights are gone... [Suggestioni uditive]




"... Summer days and summer nights are gone", "i giorni d'estate e le notti d'estate sono finiti", diceva una grande canzone consegnata ai posteri l'11 settembre 2001, quasi quindici anni fa. Il protagonista è un contadino che vive sulla cima di una collina, con i maiali che sguazzano nel fango e una donna dai lunghi capelli e nelle cui vene scorre sangue reale indiano. Summer Days non è una canzone estiva, ma una canzone di mezza, se non di fine estate. Lo stesso si può dire dei dischi di cui voglio scrivere.
Nel mondo della musica rock si raccontano tante storie su hits perdute, album dimenticati, demo rubate, nastri bruciati, cartelle Pro Tools smarrite nel cyberspace, dischi annunciati e mai pubblicati. Già più rari sono però quei dischi mai annunciati, mai fatti uscire, mai menzionati e, tuttavia, effettivamente registrati e rifiniti a quasi tutti i livelli. Potrebbe apparire quasi ovvio che una mosca bianca- anche in questa occasione -si sia rivelata essere Bob Dylan. Al giorno d'oggi, ormai, complici internet, i biografi, gli amici, i parenti e i colleghi, siamo in grado di ricostruire abbastanza bene cosa (e quanto) della carriera di Dylan sia rimasto fuori dai canali di pubblicazione ufficiali. Come sanno anche i sassi, il cantautore e la CBS, nel 1991, hanno creato una collana su misura per tutto ciò che di inedito, alternativo e mai udito prima era rimasto tagliato fuori dai circuiti più o meno legali, e la Bootleg Series promette di durare ancora a lungo, oltre ad essere un qualcosa che continua sempre a soddisfare tutti e a rivelarsi una fonte inesauribile di interesse, capolavori, belle canzoni e sorprese. 
Ma la vera sorpresa, in quest'estate, non l'ha tirata fuori lo stesso Dylan con la sua casa discografica, bensì la piccola, olandesissima Rattle Snake, nota ai dylaniani per essere stata la prima, nel 2001, ad aver pubblicato le registrazioni dal vivo al Gaslight. After The Empire (Rattle Snake Records, ) non è la millesima raccolta di alternate takes, outtakes e pseudo-inedite non ufficiale, costosa e inascoltabile, nè un bel soundboard curato e mixato con dovizia da qualche tecnico specializzato, ma un vero e proprio disco con dodici canzoni inedite di cui nessuno- pare -aveva mai saputo nulla. 
Bob Dylan intervistato per Rolling Stone (1986)
Sembra infatti che nella primavera del 1985, con Empire Burlesque fresco di stampa e di stroncature più o meno gratuite (con questo non voglio assolutamente farlo passare per un bell'album, perchè non lo era all'epoca e non lo è manco oggi), Bob Dylan abbia già del nuovo materiale  a disposizione. Non dice niente ad Arthur Baker, il produttore pop con cui ha condiviso la console negli ultimi mesi, nè alza il telefono per contattare i grandi nomi con cui ha passato gli ultimi anni in studio (da Knopfler a Ringo Starr, passando per Ron Wood, Mick Taylor, Sly&Robbie, ecc.). Prenota i Cherokee Studios ad Hollwood, un paio di turnisti R&B per la sezione ritmica (Vito San Filippo al basso, Raymond Lee Pounds alla batteria), le fidate Queens Of Rhythm ai cori e dei musicisti "in attesa di identificazione" (si stima che alla sei corde trovi spazio Mike Campbell e dunque tutto questo materiale inedito altro non potrebbe esser stato che una lunga prova per il tour del 1986 con gli Heartbreakers). A Los Angeles prendono forma dodici canzoni le cui registrazioni si protraggono per tutta l'estate e parte dell'autunno. Settanta minuti di musica mai udita prima e sulla quale lo stesso Dylan non ha battuto ciglio, permettendone la diffusione senza render conto di questo disco perduto e a cui è stato affibbiato un titolo semplicistico e approssimativo (da bootleg, per l'appunto). 
After The Empire non è un secondo Empire Burlesque, nè un ulteriore riassunto dell'abbandono religioso progressivamente intrapreso dopo il 1982. Anzi, al massimo poteva essere un quarto album gospel senza però la componente cristiana. Rifare qualcosa che ha già fatto è insopportabile per Bob Dylan, eppure i "rinnovanti" esperimenti synth-pop cui è approdato lavorando con Baker non hanno dato i frutti sperati. Sono anni bui, quelli del disgelo. Non dimentichiamoci che in Chronicles vol. 1 Dylan per primo fissa l'inizio della sua depressione proprio a metà anni Ottanta. Una graduale perdita di ispirazione e fiducia in se stesso che sarebbe culminata nei pessimi Knocked Out Loaded e Down in the Groove e nella disgraziata turnè coi Grateful Dead (chi l'avrebbe mai detto?). Ma sorprendentemente, in questo bootleg, non c'è traccia di depressione. Di certo non è un album facile e gioioso (ma quale disco di Dylan, alla fine, lo è?), ma non soffre della freddezza, del distacco e della disomogeneità tipici di quel periodo. Baby Coming Back From The Dead è uno strepitoso, lungo rockabilly che con qualche limatura qua e là sarebbe potuto passare tranquillamente alla radio o su MTV, La presenza delle Queens può essere equiparata a quella della voce principale e non manca qualche ammiccamento al blues vecchia scuola: Bring It Home to Me rappresenta un netto miglioramento delle atmosfere che avevano contraddistinto pezzi come Groom's Still Waiting at the Altar, che odora quasi di lato B di quella hit datata 1982. Notevoli anche I'm Ready for Love e Nothing Here Worth Dying For, momenti gospel di ottima caratura. Lo volete sentire prima o scaricarlo? Niente da fare. Introvabile, almeno per ora, a livello di anteprime su YouTube (per non parlare dei siti audio streaming) o in download.
Sempre parlando di cose introvabili, sapete quante copie usciranno nei negozi delle 16.500 stampate del diciannovesimo volume della collana più ambita, rincorsa e desiderata fra quelle appartenenti alla scuderia dei Grateful Dead? Manco mezza. Le copie di Dave's Picks Vol. 19 sono già state esaurite nella fase pre-sale svoltasi su internet. Nulla a cui chi segue- anche marginalmente -i Dead e il mondo ad essi connesso non sia abituato, però per un europeo come me, italico, ateo e con l'anima sempre in viaggio su qualche blue highway dello spirito, son cose difficili da credere. Di recente, scambiavo punti di vista con un amico sul recente cofanetto di Red Rocks, sulla piega che la ATO sta facendo prendere alla Garcia Live e sul tour americano che stanno intraprendendo i Dead & Company, la superband voluta da Weir, Hart e Krutzman e nella quale sono stati "arruolati" militanti del calibro di John Mayer (che a me non è mai sembrato così bravo come con loro, poi non so), Oteil Burbridge (ex-bassista della Allman Brothers Band "mark IV") e Jeff Chimenti (già tastierista nei RatDog, nei Dead e nei Furthur). E nulla, ci confrontavamo su questi argomenti e io cercavo di fargli capire che, al di là della mole di uscite che continua ad affollare i negozi fisici e virtuali (e che è spesso volta soltanto a svuotare le tasche dei deadheads, che sono un caso a parte nel panorama dei fanatici musicali di tutto il mondo oltre a risultare un fenomeno che, in Europa, continuiamo a comprendere solo marginalmente), i Grateful Dead e le loro innumerevoli diramazioni rappresentano forse meglio di tutto l'idea culturale, spirituale e filosofica che ho sempre ricercato nel rock. Sì, perchè comunque una ricerca alla radice dell'idea del rock può affaticare la vita mia e di molte altre persone ogni giorno, ma alla fine, sebbene dispiaccia non poter mettere le mani su questo e i precedenti volumi della Dave's Pick, si approda sempre e comunque ad una placida consapevolezza di sè.
Se si è un po' emuli delle deadheads, tuttavia, ci si può consolare con la nuova Garcia Live Volume Seven (ATO Records, 2 cd, ½), che riprende tutto il concerto tenuto dalla Band di Jerry a Palo Alto, in un locale chiamato Sophie's, l'otto novembre 1976.  Per quanto attiva da solo un anno e mezzo, la Jerry Garcia Band è già alla sua terza incarnazione, una delle più deadiane, con Keith e Donna Jean (colei che, fra l'altro, conservava i nastri originali di questa serata) rispettivamente alle tastiere e ai cori, e col batterista Ron Tutt prossimo ad abbandonare la carovana. Del resto, nessuno ha mai nascosto che lavorare con Garcia fosse dura. Genio, durezza e sregolatezza, una sregolatezza per cui pagò tutto salatissimo, alla fine. Ogni concerto, ogni canzone, ogni accordo della sua chitarra sono rimasti e rivivono, ogni tot mesi, in queste fedeli cronache della ATO Records. Un miscuglio insondabile di rimandi, influenze, suggestioni che conteneva il bluegrass, il reggae, l'underground, la beat generation, il jazz, l'R&B e infiniti altri umori che lui soltanto riusciva a mescolare, facendo a pezzi la canonica, rigorosa separazione fra gusto pop e musica d'autore. Va detto, però, che questo Volume Seven, contrariamente a quelli che lo hanno preceduto, non riesce del tutto a restituire la magia di un concerto "d'epoca" della Jerry Garcia Band. Sarà che almeno qua deve ancora smettere di girare il sesto, bellissimo, volume con Merl Saunders ascoltato a giugno, ma a me questo capitolo sette sta dicendo il giusto. Un primo cd che, ancora ancora, regala qualche sorpresa, ma un secondo che davvero sembra soffrire di ansia da prestazione nei confronti di quanto proponevano, nello stesso periodo, i Grateful Dead. Non che sia un concerto sempliciotto, ma sembra quasi un'antologia introduttiva all'arte di Jerry. Nulla di male, d'accordo, ma quante antologie migliori e più curate potrebbero essere maggiormente incisive (e più economiche) rispetto a questa? Se a uno che non ha mai ascoltato certa musica (e non mi riferisco necessariamente ai Grateful Dead) mettete in mano un doppio come questo, ci capirà poco e quasi di sicuro finirà con l'annoiarsi (già oggi è difficile far ascoltare un disco dall'inizio alla fine, figuriamoci un concerto di Jerry Garcia!). Molto bella, comunque, la maglietta venduta assieme ad una delle cento edizioni limitate.

sabato 30 luglio 2016

Red Hot Chili Peppers, "The Getaway" [Suggestioni uditive]

Red Hot Chili Peppers,
The Getaway 
(Warner Music, 2016)












A un certo punto ci deve essere stato qualcuno nei Red Hot Chili Peppers (presumibilmente, Anthony) che ha deciso che la più famosa formazione crossover di tutti i tempi sarebbe dovuta diventare la versione alternative di qualsiasi boy band in voga negli anni Novanta. Il bancone di prova di questo aggiornamento arriva- con lieve ritardo rispetto alle mode imperanti -nei primi anni Duemila, con By the Way, un lavoro bello furbo, che cerca di sancire il passaggio dal rock radiofonico e meraviglioso di Californication ad un pop privo di ogni pretesa. Lo stesso Stadium Arcadium, se da una parte faceva riguadagnare ai Red Hot dignità e credibilità, poteva tranquillamente stare in un solo disco. Poi Frusciante esce dal gruppo per la seconda volta, quella buona. Kiedis e Flea dissimulano il panico, ma non vogliono ripetere l'errore del passato: non ci deve essere un secondo Dave Navarro, nè tantomeno un secondo One Hot Minute. C'è bisogno di qualche giovanotto che suoni la sei corde come la avrebbe suonata John e che sia in grado di comporre la melodia giusta per gli stornelli di Anthony. Tali necessità si rispecchiano in Josh Klinghoffer, un allievo- nel verso senso del termine -dello stesso Frusciante con cui registrano e pubblicano, dopo cinque anni, I'm With You, il loro disco peggiore dai tempi dell'esordio omonimo (un esordio che, vale la pena ricordarlo, fu essenzialmente rovinato dalla produzione di Andy Gill).
Altri cinque anni separano I'm With You da questo The Getaway, uscito lo scorso maggio. Non è brutto in quel modo, ma è comunque brutto. Il destino dei Red Hot somiglia davvero tanto a quello dei R.E.M.: entrambi attraversano con destrezza gli anni Ottanta nell'underground americano, entrambi trionfano negli anni Novanta con i loro immensi capolavori, entrambi iniziano a perdere pezzi e credibilità nel nuovo millennio. La grande differenza? Michael Stipe e i R.E.M. hanno ascoltato a mente fredda i dischi che hanno venduto al loro pubblico dal 2002 in poi e hanno pensato bene di finirla lì, dopo trentuno anni di onesta professione; Anthony e i RHCP non hanno ancora raggiunto questo livello di consapevolezza ed è un peccato. Perchè sono fatti, cotti e bolliti da un pezzo. Non è solo per l'assenza di Frusciante (in dischi come Freaky Styley e The Uplift Mofo Party Plan Frusciante nemmeno c'era, eppure...) o per il deterioramento dei rapporti con Rick Rubin (l'uomo a cui, che piaccia o meno, devono tutto) o per il conseguente arrivo di Danger Mouse nella poltrona di producer. Qua il problema è proprio la musica, e i testi, e il gruppo, e il fatto che i biglietti per le due date italiane siano finiti in una mattinata senza che la gente avesse ascoltato le canzoni che- si presume -i Red Hot suoneranno. A chi importa che le cose migliori questi tizi le abbiano fatte vent'anni fa? Poi se anche in concerto suonano Dark Necessities, We Turn Red, Go Robot o Detroit, pazienza. Facciano pure. Intanto ci si rolla un altro cannone e si aspetta Scar Tissue.

mercoledì 27 luglio 2016

Steven Tyler, "We're All Somebody from Somewhere" [Suggestioni uditive]

Steven Tyler,
We're All Somebody From Somewhere
(BMG Records, 2016)














Negli anni selvaggi, ho amato Steven Tyler (e gli Aerosmith, si capisce) senza riserve e con totale entusiasmo. Non solo la sua musica e le sue canzoni (di cui continuo a ricordare molti testi a memoria), ma proprio lui, il frontman, l'ex-toxic twin che aveva attraversato miti e tendenze di quel bell'hard rock radiofonico di ineguagliata bellezza fiorito negli anni Settanta e poi sviluppatosi per almeno altri tre lustri. La vastità della sua bocca sembrava direttamente proporzionale alla sua estensione vocale, mentre in concerto dominava il palco come un cigno regna, incontrastato, su un lago. E poi quasi tutte le ballate degli Aerosmith mettevano a nudo così tanto di noi adolescenti innamorati, delusi e incazzati che la voce di Tyler finiva con l'essere quella amichevole di un compagno che ci conosceva bene e sapeva cogliere sempre il centro del problema.
Avevo quattordici anni quando una compagna di classe mi prestò Permanent Vacation. Mi innamorai di quel suono, di quella voce, dell'attacco di Heart's Done Time, della storia di Dude, dell'evocativo inno di Angel (chissà se esiste, pensai, qualcuno a cui prima o poi potrà valere la pena di dedicare questa canzone), dell'atmosfera swamp di St. John, della cover della dimenticata I'm Down di Lennon e McCartney. In cinquanta minuti e dodici pezzi gli Aerosmith facevano un uso virtuosistico, disinvolto e sincero delle tecniche più disparate, tagliando in parti uguali blues, hard rock e R&B e miscelando il tutto ad un sound unico e mai udito prima. Tutto il glam metal in voga in quegli anni, seppur contraddistinto da grandi band e ottime canzoni, non era paragonabile a quella musica così sfacciatamente erotica e ballabile. I brani degli Aerosmith che circolavano in quel periodo, invece, erano molto diversi. C'era questo disco rosa, Just Push Play, che sapeva di poco (con buona pace di Jaded e Fly Away From Here), e anche la riappropriazione delle tematiche e delle classiche atmosfere blues di Honkin'On Bobo suonò da subito come poco riuscita. Tuttavia, Tyler continuava a fare grandi concerti con la sua band, ogni tanto si concedeva qualche marchetta (alcune, come la comparsa nella commediola musicale Be Cool, anche apprezzabili) e parlava, via via, del sogno di un disco solista. E nonostante fossi perfettamente in grado di riconoscere i limiti degli Aerosmith e facessi una gran fatica nell'apprezzare dischi davvero ingiovabili (preso per intero, lo stesso Get a Grip è una palla mostruosa), vedevo in Steven Tyler un altro modello di riferimento, un Mick Jagger leggermente più giovane e più in linea con la musica che ascoltavo in quel periodo e coi sentimenti che provavo. 
La sbornia aerosmithiana andò amplificandosi con la scoperta di Pump, il loro capolavoro assoluto, e raggiunse il momento del "coma etilico" nella primavera del 2006, quando sembrò che non mi dovessi più limitare ad ascoltare le canzoni di Tyler e soci, ma che dovessi proprio iniziarle a viverle. Avrei dovuto anche incontrare- per quanto a distanza -gli Aerosmith: sarebbe dovuto accadere all'Heineken Jammin'Festival dell'estate 2007. Avevo i biglietti e una missione da portare a termine, quando quel maledetto uragano si portò via tutto e il concerto fu annullato. 
Non ascolto più gli Aerosmith da allora. Ovviamente, se alla televisione passa un loro video, mi soffermo e non cambio di certo canale, ma non cerco più la loro musica. Uno dei primi dischi che ho recensito quando ho aperto il blog è stato il loro ultimo album, quel Music from Another Dimension che mi ha proprio deluso, anche se a tanti appassionati è piaciuto e il giudizio popolare finale è stato comunque positivo. L'anno passato ho ascoltato, intimorito, un'orrenda canzone del solo Steven Tyler, il quale, evidentemente risoluto nel rincorrere questo folle sogno di una carriera solistica country-pop, ha deciso di scrivere altre canzoni altrettanto orrende e di pubblicarle in un disco che si intitola We're All Somebody from Somewhere. Quindici brani di cui due covers in cui nessuno che conosca veramente gli Aerosmith e la loro musica sarà in grado di ritrovare nulla della magia che contraddistingueva, almeno in passato, questa band e il suo leader. Non è nemmeno musica definibile country, perchè io un po' di country- di quello buono -ne compro e ne sento. Parimenti a quanto accaduto con il tardivo esordio solista di Billy Gibbons, We're All Somebody from Somewhere non solo non conserva niente del sound a cui l'artista ci ha abituati, ma suona proprio sciatto e perfino anonimo (e questo è gravissimo perchè si tratta, paradossalmente, di un album molto curato e studiato in sede di produzione). Ovviamente, nessuno pretende che Steven Tyler sia il nuovo Johnny Cash o un concorrente più giovane di quel meraviglioso poeta ottantenne che risponde al nome di Kris Kristofferson, ma qua davvero si raggiungono livelli di imbarazzo preoccupanti. Nemmeno i momenti più bui degli Stones solisti (dunque tutto ciò che hanno prodotto sia Mick che Bill) si avvicinano a questa robaccia. Il culmine poi è lo svilimento disinteressato e selvaggio di uno dei capolavori del repertorio Aerosmith: Janie's Got a Gun non si tocca, maledizione! E con questo concludo, perchè la delusione è davvero troppo grande. Sicuramente più grande di me.

giovedì 21 luglio 2016

Lucinda Williams a Pusiano (CO) il 19/7/16 [Extra]

Pusiano è un piccolo comune della provincia di Como che non arriva nemmeno a 2000 abitanti. Posto ai piedi delle Prealpi, in riva al lago omonimo e privo di una vera e propria "piazza", si snoda attraverso una lunga via principale, con due file di abitazioni, qualche parallela dove trovano spazio negozi e trattorie e un lungolago dove si praticano la pesca e il canottaggio. Non ci sono teatri e non c'è il cinema, ma non mancano tutte le attrazioni di ogni paesello italico: una farmacia, un ufficio postale, tre parrocchie. Logico che le attività estive si terranno in uno spazio "alternativo": nel caso dell'evento che mi porta qua (la prima turnè italiana di Lucinda Williams), sarà il Parco Comunale di Pusiano, antistante il grande Palazzo Beauharnais (edificato a partire dal XV Secolo e oggi sede del comune), a fare da cornice. Io e Sofia indossiamo le magliette di ordinanza (Lynyrd Skynyrd io, Nirvana lei) e partiamo di buon ora. Lei è libera da alcuni giorni dalle incombenze universitarie e veleggia in modalità relax, così le lascio occupare il sedile del passeggero della mia bluesmobile e le affido il delicato compito di scegliere la musica sul mio iPod. Il viaggio si rivela addirittura più tranquillo del previsto. Sperimento per la prima volta la variante di valico e in meno di due ore siamo già a Bologna. Per quanto non rispecchi ciò che realmente provo nei confronti di questa città, già dal primo avvistamento dell'uscita di Casalecchio inizio a cantare a squarciagola il ritornello di Odio Bologna di Trucebaldazzi.
Odio Bologna,
questa città è una fogna!
Odio Bologna, odio Bologna...


Cesso la mia esibizione goliardica solo nei pressi di Modena. Ci fermiamo in un Autogrill e realizziamo che, fuori dal mio condizionatore ambulante targato Skoda, fa un caldo micidiale. Per fortuna con noi viaggia lo splendido minifrigo da viaggio, collegato ai 12 volt della macchina e debitamente riempito di bottiglie d'acqua prima della partenza. Attraversiamo senza fretta la Pianura Padana e in un'ora e mezza siamo a Milano ad imboccare la Tangenziale Est, senza code o rallentamenti. All'esterno, la temperatura si aggira sui 35°. All'altezza di Cinisello Balsamo, mentre presto attenzione ad indirizzarmi verso la SS36, guardo il non-colore del cielo sopra di noi e butto un occhio verso una fila di palazzoni che sembra proseguire senza soluzione di continuità. Sembra incredibile che in meno di dieci minuti attraverseremo una superstrada panoramica immersa nel verde e con tanto di vista sulle montagne. Perfino il clima si ammorbidisce un po', quando arriviamo nella piccola Pusiano, dove Sofia ha prenotato una camera presso un elegante B&B chiamato La Pusianella, letteralmente in riva al lago. Trovo un posteggio all'ombra, di fianco alla villa ottocentesca in cui alloggeremo. Siamo abbondantemente in anticipo rispetto all'orario del check-in e, dato che sono le una e mezza passate, decidiamo di "svaccarci" su una spiaggetta vicina e allestire un micro-picnic. Non siamo i primi visitatori buscaderiani ad essere arrivati sul posto: un tizio di mezza età sonnecchia placidamente su una panchina del lungolago; ha l'indiano a cavallo dei Crazy Horse tatuato- molto bene, devo riconoscerlo -sul polso sinistro, una spilletta dei Cheap Wine affissa sullo zaino e indossa una t-shirt celeste di Billy Joe Shaver, outlaw texano cui dobbiamo lo splendido Old Fivers and Dime Like Me (1973). <<Siamo nel posto giusto!>>, esclamo un po' su di giri. 


Ci dividiamo dell'ottimo tabbouleh preparato da Sofia, fresco e leggero, proprio quel che serve in una giornata torrida come questa. Mentre mangiamo, nel piccolo parcheggio, fa la sua comparsa un Volkswagen California nero di inequivocabile provenienza austriaca. Scende un biondo sulla quarantina, scalzo e coi capelli arruffati. Porta con sè una caffettiera e una padella, le adagia entrambe sotto un alberello e inizia a spogliarsi, guardandosi attorno. Nota due cartelli apposti sul muro accanto: uno enuncia l'obbligo della licenza di pesca, l'altro mette in guardia i bagnanti definendo pericoloso il fondale del lago. Ci domanda se il cartello indica il divieto di balneazione e noi, faticosamente, cerchiamo di spiegargli che non è proprio così: può fare il bagno, ma facendo attenzione perchè il fondale è pericoloso. Sorride e in un batter d'occhio è già in acqua a nuotare. Noi ci godiamo la vista del lago.

Pusian Lake
Poco prima delle 15 incontriamo la signora Carla, gentilissima e competente gestrice del B&B. Non è aperto da molto e gli ambienti, restaurati di fresco, sono davvero notevoli. Le camere ampie e fresche. La Pusianella occupa circa metà della villa, mentre nell'altra ala vivono lei e la madre. La zona adibita a bed and breakfast conta appena tre alloggi, uno occupato da noi, un altro da Hanne, una sfegatata fan norvegese che ha seguito Lucinda per tutto il suo tour europeo, e l'ultimo da James Maddock, il songwriter britannico che gli organizzatori hanno contattato per l'opening act del concerto. Di Maddock avevo scaricato Wake Up and Dream all'epoca dell'uscita (2011), ma qualche sua canzone già alla fine degli anni Novanta aveva ottenuto un piccolo successo, supportata dall'inclusione nello score del telefilm Dawson's Creek

Ingresso a La Pusianella
Dopo una doccia e un riposino, andiamo a sederci nella veranda del B&B. Troviamo Hanne, con la quale facciamo le dovute presentazioni, cui seguono le solite chiacchiere di circostanza. Ci racconta di come è stata Lucinda finora, delle grandi serate inglesi precedenti, di questa band che la accompagna, del loro incontro in un backstage danese anni prima. Poi passa a domandarsi come mai abbia aspettato tanto a venire in Italia. La Williams è a giro dalla metà degli anni Settanta, con un esordio discografico risalente addirittura al 1979, ma non era mai scesa fin qui, alla "periferia dell'impero". Cerco di spiegarle che questa assenza prolungata è dovuta un po' all'incomprensione di determinati generi, un po' all'ottusità degli ascoltatori nostrali e un po' al fatto che i suoi primi dischi ad essere stati segnalati e venduti in Italia risalgono agli inizi degli anni Novanta. Io stesso- racconto ad Hanne -ho ascoltato Lucinda Williams per la prima volta nel 2007, nei titoli di coda di una puntata di Dr. House. Lei ricollega subito e cita West, l'album che appunto contiene Are You Alright?. Ci confrontiamo sugli ultimi anni di carriera di Lucinda, che ha inciso il proprio capolavoro assoluto a 61 anni, quel doppio Down Where The Spirit Meets The Bone incoronato a destra e a manca come miglior disco del 2014, e che a gennaio è tornata con The Ghosts Of Highway 20, l'album promosso in questa turnè. Mentre chiacchieramo passa, furtivo, James Maddock: indossa una canotta che riprende disegno e colori della bandiera brasiliana, un cappello da pescatore, bermuda e infradito. Con lui, tenuta sulle spalle, la sua chitarra acustica. Guardo l'orologio e l'apertura dei cancelli, fissata per le 19:45, è vicina. Perciò, salutiamo Hanne e ci auguriamo a vicenda buon concerto.
Una puntata veloce ad un baretto che organizza l'aperitivo sul lago ci permette di incontrare molti altri avventori, alcuni simpatici, altri un po' meno. C'è un tipo con una t-shirt di Townes Van Zandt a cui offrirei da bere a prescindere, un altro (boriosissimo) che sembra avere il dono dell'ubiquità da quanti concerti asserisce di avere visto nell'ultimo mese. Mi viene in mente Calboni che, sulla strada per Courmayeur spara balle talmente grosse da far sorgere, nel povero Fantozzi, allucinazioni competitive. Ci alziamo e ce ne andiamo quando racconta di avere visto Neil Young in un memorabile (e fittizio) concerto del 1971. Ora, al di là che Neil Young nel 1971 di concerti memorabili ne avrà tenuti almeno un centinaio (basti pensare che sia il set acustico registrato negli studi della BBC che il Live at Massey Hall risalgono a questo anno), il tizio in questione dimostra sì e no l'età del mio babbo (60 anni) e onestamente non ce lo vedo un quindicenne norditalico degli anni Settanta a seguire il suo idolo per le Americhe di quell'epoca. Per inciso, Neil Young prima del 1982 non ha mai suonato in Italia. Poi non so.


Non ho una grande competenza in ambito concertistico. Sono poco pratico di grandi eventi e, non amando nè Jovanotti, nè i talent show, nè una buona fetta di certi rumorosi gruppi imprescindibilmente e obbligatoriamente "impegnati", le mie zone riservano sempre poche sorprese appetibili. Non ne faccio un dramma: prendo quello che viene e accetto di non avere quasi nessuno con cui condividere le mie passioni musicali. La mia sarà pure una sonnacchiosa cittadina di provincia, ma qualche bel locale dove si ascolta buona, se non ottima musica, per fortuna, esiste. In più, grazie alla vicina presenza dell'accademia musicale Siena Jazz, ho avuto la fortuna di crescere andando spesso a vedere concerti di alto livello, appartenenti a generi e autori lontani dai diktat imperanti in quest'era di cacciatori di pokèmon. Qua al Buscadero Day, invece, mi sembra di essere entrato in un contesto familiare che si discosta dai soliti luoghi comuni sull'esperienza della "musica d'insieme". Vuoi per questa veste che mi ricorda tanto le sagre paesane delle mie parti, vuoi per le cucine aperte in un cortile adiacente al palazzo comunale dove sta per iniziare il concerto, vuoi per l'innumerevole serie di strette di mano, baci e abbracci a cui assisto, mi sento totalmente a mio agio. Molte persone si rivedono stasera dopo pochi giorni. C'è chi ha ancora la pelle d'oca dopo l'appuntamento milanese del Boss, chi è venuto dall'estero, chi ha aspettato Lucinda Williams per anni, chi ha portato i bimbi piccoli al loro primo concerto rock. E poi c'è chi è andato a vedere Neil Young con i Promise Of The Real. Non importa dove: l'importante è essere andati e aver comperato la maglietta. Pare che il concerto sia stato meraviglioso. Willie Nelson che arriva sul palco a sorpresa in più serate. Questo gruppo  di giovani e giovanissimi che dal vivo funziona meglio che sul disco. Insomma, un tour grandioso sotto ogni punto di vista. Osservo, con lieve invidia, decine di magliette contraddistinte dalla sigla "NO GMO".

Una delle decine di tshirt dei recenti concerti di Neil Young
Sofia ordina due birre gelate e va a prendere posto. Io spulcio i menù, temendo le solite truffe legalizzate tipiche di ogni concerto "serio e rispettabile". Vengo smentito clamorosamente: il cibo, oltre a non essere venduto dai soliti paninari in confronto ai quali McDonald's è un bistrot pluristellato, è pure buono. Io ordino un hamburger al formaggio con patatine di contorno, lei un'insalata di farro: il tutto a un prezzo estremamente popolare. Proseguo, divertito, il mio censimento delle magliette più belle. Al tavolo con noi sopraggiungono quattro dylaniani di origine controllata e garantita. A parte una priva di data, tutte le altre maglie sono ricordi del Never Ending Tour risalenti alle annate 2004-2015. Comunque c'è poco da fare: "chi si assomiglia, si piglia". Spunta fuori una specie di Kit Carson fuori servizio e non resisto dal fotografarlo. <<Perchè anche io non mi sono portato il cappello da cowboy?!>>, domando a Sofia, che subito mi accarezza la testa con aria compassionevole.
Kit Carson on tour
Affiorano poi, piano piano, i primi personaggi di spicco della scena critica e musicale che ruota attorno al Buscadero. Daniele Tenca, un cantante che apprezzo molto, prende posto proprio dietro al nostro tavolo. Alcuni addetti stampa si aggirano con gli immancabili pass attorno al collo, mentre i fotografi scattano qualche immagine di noi affamati rockers. <<Speriamo di finire sul numero di ottobre...>>, penso mentre vedo avvicinarsi un paio di baffi bianchi che ho rivisto più volte sia sulla rivista che sui miei libri. Mauro Zambellini, il cronista musicale che prediligo e a cui debbo molto in termini di passione e scoperte, si sta dirigendo, col volto coperto dagli occhiali da sole e un cappellino da baseball, verso il nostro tavolo. Sulle prime non sono sicuro che sia lui, ma quando da un'altra tavolata si alza, in segno di saluto, il grido <<Zambo!>> tutti i miei dubbi vengono spazzati via. Sofia mi invita alla calma e mi consiglia di non apparire esagitato, ma per me è come incontrare Lester Bangs, Sam Peckinpah e Tex Willer tutti fusi insieme. Anzi, non so se Zambellini abbia mai annoverato Bangs fra i suoi maestri: in verità il loro stile (e il loro approccio alla musica) è molto diverso. Fatto sta che Mauro Zambellini- giornalista, autore radiofonico, impareggiabile saggista del southern rock, autore di preziosissime guide all'ascolto e dell'unica biografia al mondo dedicata a Willy De Ville -è davanti a me adesso e, dopo essersi guardato intorno, mi domanda <<Scusi, è libero>>. Dunque questo tipo con addosso una t-shirt "firmata" Stax Records sta indicando proprio il posto di fianco a me. <<Sì, certo>>, gli rispondo. Si toglie il cappellino e lo lancia sulla sedia accanto alla mia, dopodichè fa cenno di avvicinarsi ad una signora coi capelli biondi. <<Mi scusi, ma lei è Mauro Zambellini?>>. Lo so che è lui, ma non voglio apparire troppo irruento. Risponde di sì, ci stringiamo la mano, decidiamo di darci del tu e lo ringrazio di tutto. Va a ordinare da mangiare. La signora bionda ha due birre in mano. Le appoggia sul tavolo, si presenta come Chiara e si siede con noi. Meno di un mese fa, parlavo di riviste e giornalisti con Marino e Sandro Severini dei Gang e dell'amicizia che li lega a Zambellini da molti anni, e stasera mi ritrovo a cena con lui e la sua compagna. Parliamo di aeroporti, di rock, di country, di Neil Young e del fatto che entrambi continuiamo ad amare Psychedelic Pills (2012), di Alessandro Portelli e dei suoi Taccuini americani, del Buscadero, di Ligabue, del colesterolo, del fatto che ad andare in moto dopo una certa età può far venire la febbre, di Lucinda Williams e di quale fra i suoi due ultimi dischi ci sia piaciuto di più (lui mi ha confessato di prediligere The Ghosts Of Highway 20), di Chris Stapleton, del momento in cui ho deciso di mettere una maglia dei Lynyrd Skynyrd, dei laghi, del traffico. I Buick 6 iniziano a suonare. Grazie, Mauro, è stato un piacere conoscerti, cenare e parlare con te.
Io & Mauro Zambellini
Effettivamente, il concerto sta davvero iniziando. Uno scalo veloce al bagno e poi ci dirigiamo verso il parco. Regna un'atmosfera bellissima. Contemplo il cielo e il tramonto sul lago, sospiro. I Buick 6 fanno la gioia di Sofia eseguendo ben due covers dei Nirvana. Suonano per una mezz'ora. Nel frattempo, raggiungiamo il punto merchandise curato dalla Appaloosa Records, l'etichetta che assieme al Buscadero organizza l'evento. Le magliette non son niente di che, il cd di Lucinda l'ho comprato a inizio anno e dunque mi dirigo su altre cose. C'è questo ultimo Live in Italia di James Maddock, David Immergluck (dei Counting Crows) e Alex Valle (attualmente suona il dobro per Francesco De Gregori) che mi colpisce subito e già che ci sono, sempre di Maddock, recupero Live at Rockwood Music Hall del 2010. Prezzi eccellenti. Mi accorgo poi che sono accorse persone di ogni tipo e di ogni età. C'è perfino qualche bikers, col casco legato in vita e il gilet di jeans ricoperto di toppe. Ancora passeggini e ancora persone con le maglie di Neil Young. Nelle vicinanze del mixer si va costruendo una cricca di personaggi più psichedelici, contraddistinti da monili dei Grateful Dead e, come nel caso di uno di loro, da una maglia messa in ricordo del recente concerto dei CRB all'Alcatraz di Milano. Per chi scrive, si è trattato di uno degli eventi musicali più interessanti del 2016.

CRB's Fan

I Buick 6 sono alla fine della loro breve setlist. Continuano ad arrivare viaggiatori, ascoltatori, rockers. C'è un tipo che ha tutta l'attrezzatura per registrare i bootleg. So che esistono delle vere e proprie comunità nel mondo di questi incisori artigianali, ma è la prima volta che ne vedo uno di persona. Sono molto curioso e provo ad avvicinarmi, ma non sembra molto incline alla compagnia e decido di girare al largo. I Buick 6 sono un trio basso, chitarra, batteria messo sotto contratto dall'etichetta di Lucinda Williams, la quale già da due anni se li porta dietro nei concerti. Hanno molto poco dello stile minimale, quasi "lanoisiano" dell'ultimo album. In studio sceglie dei chitarristi che arrivano dal jazz, mentre sul palco ci sono questi musicisti cowpunk che tirano fuori il lato più chiassoso e duro del rock di Lucinda. Non male davvero questo inizio di serata strumentale. Il batterista picchia duro. Un cinghialotto con tanto di cappello di ordinanza.

Butch Norton, batterista dei Buick 6
I Buick 6
Al termine del primo set, la gente si rilassa. C'è chi torna a prendere da bere e chi ne approfitta per andare al bagno. La serata è calda, l'atmosfera è bella. C'è spazio per muoversi, per respirare, per sdraiarsi. E' un festival a dimensione umana e non c'è calca. Iniziano a circolare delle sedie di plastica verdi. Alcuni ascoltatori più anziani ne approfittano. Non ci vedo nulla di male, ma ho ventisei anni (quasi ventisette) e ai concerti rock sto in piedi o sdraiato, mai seduto. Guardo Sofia e le indico una coppia in prima fila, sussurrandole che magari un giorno anche noi saremo in quel modo.

La coppia più bella del mondo
Una bella luna si staglia alta nel cielo, mentre James Maddock sale sul palco. Si è cambiato d'abito rispetto a prima al B&B. Adesso ha una camicia di jeans con dei dettagli ricamati pieni di colore. Sono lui e la sua chitarra. Cinque canzoni tirate e secche, cantate con quella voce roca, calda e appassionata che ricordavo.
James Maddock solo on stage
Sono contento di aver preso quei due cd. Guardo Sofia, che sembra apprezzare molto. Sono felice: lei, essenzialmente, è qui per me e per le mie passioni. Vederla partecipe pur essendo esente da sensazionalismi particolari mi riempie di gioia.
Sofia ascolta James Maddock
Provo una sensazione di benessere e mi rilasso. Ascolto Maddock, ma mi metto pure a guardare la gente che passeggia su e giù per il parco. La morsa del caldo sembra allentarsi man mano che il cielo diventa più scuro. James saluta il suo pubblico e presenta la sua eminente collega come la più importante cantautrice americana del nostro tempo. Di lì a cinque minuti sarà di nuovo in giro con la canotta brasiliana, le infradito e il cappello da pescatore a firmare qualche disco e bere diversi boccali di birra. Del resto, viene da Leicester, mica da Nomadelfia!

Moonshine Daydream in Pusiano
La notte cala sugli avventori del Buscadero Day. Andrea Parodi, direttore della Appaloosa Records, sale sul palco, presenta Lucinda Williams e augura buon ascolto a tutti. Solo successivamente apprendo che Parodi è riuscito ad organizzare tutto questo nonostante la scomparsa del padre a poche ore dal concerto. Seguono venti minuti di niente. I tecnici trafficano col mixer. L'impianto audio è ottimo e gestito in maniera molto professionale, mentre le luci sono poco curate. A pochi metri da me passa Paolo Carù, gestore dell'omonimo, celeberrimo negozio di dischi di Gallarate, fra i padri fondatori del giornalismo musicale rock italiano alla fine degli anni Settanta e personalità chiave (e pure un po' controversa) della società editoriale Ultimo Buscadero srl. Lo accompagna, come al solito, la moglie Anna. Una transenna si alza magicamente e i due accedono indisturbati al backstage. Quello che non posso immaginare e che verrò a sapere in seguito è che anche la nostra vicina di camera, Hanne, è riuscita a intrufolarsi nel camerino di Lucinda, omaggiandola di tre bottiglie di amarone della Valpolicella. Poi, alle 22:20, Lucinda Williams fa il suo ingresso sul palco. Più grossa di come appare nelle foto di copertina dell'ultimo album, un cappello da cowgirl con dei dettagli luccicanti, il collo ricoperto di collane e una gigantesca croce ben in evidenza. Porta una camicia a quadri ben aperta sul davanti, messa a far intravedere un body nero lucido.

Ladies and Gentlemen, Lucinda Williams!
Si parte bene, con Lucinda che potrebbe apparire lievemente sbattuta, forse per il viaggio, forse per qualcos'altro. Protection è uno dei capolavori del capolavoro (Down Where The Spirit Meets The Bone), ma nonostante venga trascinata magnificamente dalla grinta di Norton e Sutton (al basso), la cantante sembra in difficoltà di fronte al suo pubblico. Di certo non si possono avanzare colpe al clima: a Lake Charles, la cittadina della Louisiana da cui proviene, questa temperatura sarebbe la minima stagionale. La situazione migliora subito con la splendida Drunken Angel, uno dei migliori momenti tratti dal suo primo grande successo, quel Car Wheels On A Gravel Road che le valse un Grammy nel lontano 1998, e con le prime chiacchiere che anticipano West Memphis, in cui inizia a svettare maggiormente la chitarra di Stuart Mathis. Per niente spiccata la resa di Those Three Days, tant'è che decido di distrarmi per qualche foto "di contorno".
Lucinda dal fondo
Mi allontano proprio quando riparte con uno dei pezzi che sento maggiormente miei: Car Wheels On A Gravel Road, una delle grandi pagine del rock degli anni Novanta. The Ghosts Of Highway 20 per sola chitarra e voce mi commuove, e lo stesso dicasi della successiva Lake Charles cantata col solo ausilio di Mathis alla sei corde. Parla poco la Williams tra un pezzo e l'altro. Anche il nuovo Bitter Memory, uno dei momenti più cupi della serata, non viene introdotto in alcun modo. C'è spazio per un ricordo rivolto ai suoi genitori (entrambi poeti, entrambi deceduti nell'arco degli ultimi dieci anni ed entrambi molto presenti nella sua vena cantautoriale) subito prima di lanciarsi in Dust, notevole ma meno riuscita che su disco. Sobbalzo sulle atmosfere che i Buick 6- senza essere un gruppo ipertecnico -riescono a creare nella galoppata di Burning Bridges, con la voce di Lucinda meno tetra dei pezzi suonati poco prima. Foolishness è un altro picco di questa umida serata, con tanto di "sfanculata" rivolta al candidato presidente Donald Trump. Il concerto si avvia verso la fine con Changed The Locks. La nostra inizia a scavare a fondo nel proprio passato e torna all'omonimo Lucinda Williams, album del 1988 che ha conosciuto una bella ristampa deluxe alcuni anni fa. Il brano è una sorpresa molto gradita, specie dagli ascoltatori più anziani, e per me poteva essere anche la degna conclusione del concerto. Tocca invece ad Essence, una canzone che sopporto poco, mettere il punto sul concerto di Lucinda. Il pubblico guarda allontarsi lei e i Buick 6 per poi vederli tornare poco dopo per due bis, uno valido e uno no: Should I Stay Or Should I Go l'avevo ascoltata su YouTube ed è magnifica, mentre non si può dire lo stesso di Rockin' In The Free World, che ha però una presa immediata sul pubblico che per la prima volta in tutta la sera si concede un momento di pura caciara. Lucinda saluta timidamente, forse lievemente impaurita da un pubblico tanto ampio, lei che preferisce l'atmosfera intima dei club alle folle da stadio. Troviamo anche il tempo per una psychedelic selfie di fine concerto.

Psychedelic Selfie
Temporeggiamo sull'erba e aspettiamo che il grosso della gente se ne sia andata. La Pusianella dista 200 metri dal parco e la raggiungiamo in pochi passi. Nè Hanne nè James Maddock sono ancora rientrati al B&B. Ci fermiamo a guardare il lago, così silenzioso e immobile al chiaro di luna. Sofia crolla quasi subito e prima di seguirla a ruota, la sveglio e la invito ad andare a letto in camera. E' stata una lunga giornata e siamo cotti come fegatelli. 
Sofi's sleeping

Al mattino mi alzo presto e scopro che ci attende una sontuosa colazione, e guardate che "sontuosa" non è un aggettivo che uso per darmi un tono e via. Di rado, in una struttura bed and breakfast, mi è ricapitato di alzarmi e trovare una tavola per gli ospiti simile.

Prima colazione a La Pusianella
 Ovviamente, mi lancio sulle uova cotte col burro e il latte. Contemporaneamente, parliamo dei progetti per la mattinata.

Io e le uova
La sera prima, Zambellini mi ha caldamente consigliato il lago di Como. La settimana scorsa, un conoscente ci ha parlato molto bene di Bellagio, ridente cittadina a circa diciotto chilometri da Pusiano che sembra essere una specie di Forte dei Marmi lacustre. Salutiamo Hanne e, a malincuore, La Pusianella e saliamo a bordo della bluesmobile. Inforchiamo di nuovo la SS36 per uscire quasi subito, diretti al lago di Como. Qua faccio essenzialmente tre cose.
1. Mi imbatto- senza essere preparato -nella patria della Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare.
Un albergo che prende il nome dalla Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare
2. Ammiro un paesaggio immedesimandomi al meglio nel Renzo dei Promessi sposi.
Visions of Renzo
3. Familiarizzo con un serpente acquatico.
Snakes Everywhere
Nel pomeriggio, dopo una lunga deviazione montanara a causa di un assurdo incidente (un tir incastrato nel mezzo di una strada palesemente più stretta del tir stesso), ci riavviciniamo all'hinterland milanese. Sofia prende la cd-bag e tira fuori Harvest, che forse è più da andate che da ritorni, ma in questo momento ha proprio colpito nel segno. Mi perdo due brani centrali e fondamentali solo perchè ricevo un paio di telefonate. Sulla conclusiva Words imbocchiamo l'A1 assieme a tanti altri disgraziati e viene prontamente inserito Rust Never Sleeps, bellissimo ma forse meno adatto all'atmosfera. Fuori il sole batte fortissimo. C'è di tutto sull'autostrada del sole a quest'ora. Gente che va a lavoro, a fare l'amore, ad ammazzarsi, ad ammazzare qualcuno. C'è gente che va da qualche parte per il solo gusto di andare e gente che in realtà non va da nessuna parte. Guardo Sofia seduta accanto a me, medito e mi sento solo fortunato. Butto dentro il The River restaurato a fine 2015 per i suoi trentacinque anni, gradito regalo natalizio dei miei genitori. Questo flusso inarrestabile di  bellezza ci tiene compagnia fino a Bologna, quando oso fare una battuta su Wreck On The Highway e penso ad alta voce <<Mica porterà sculo, 'sta canzone...no?>>. Al Cantagallo scendiamo a comprare dell'acqua fresca, dato che quella con cui siamo partiti ha ormai raggiunto la stessa temperatura- e forse anche lo stesso sapore -del piscio di un gatto. Mentre giro la chiave e inserisco la prima, Sofia mi ripassa la cd-bag. Li squadro tutti, anche quelli che abbiamo già messo. Sono fiero della selezione che ho effettuato. Alzo la testa, contemplo il sole battere sugli appennini e guardo il cartello su cui sta scritto "Firenze". Penso ad una degna conclusione per questi due giorni ed estraggo un disco che mi sta particolarmente a cuore e che non amo condividere con chiunque. Ma con Sofia, che mi ha portato a vedere un concerto di Lucinda Williams, so che me lo posso permettere.


[P.S.: per quanto riguarda il censimento delle magliette, posso definirlo finito. Vince un signore occhialuto che indossava questa:
]





giovedì 7 luglio 2016

I Guns N'Roses a Cincinnati il 6 luglio [Extra]


C'è un bellissimo pezzo della Band che, oltre a dare il titolo al loro terzo LP (si chiama Stage Fright, "paura del palcoscenico"), descrive perfettamente il travaglio di quegli artisti che soffrono di una personalità fragile, contradditoria, talvolta depressa. Possiamo sapere il giusto di cosa significhi essere un performer che sera dopo sera si esibisce di fronte a folle oceaniche, e ancora meno conosciamo le sensazioni scaturite, in certi musicisti, mentre il loro pubblico chiede tutto e, soprattutto, si aspetta di tutto. Stage Fright- che alcuni sostengono fosse dedicata a Bob Dylan -è del 1970, quando certi numeri, certi eventi, certi concerti non erano ancora all'ordine del giorno. Tuttavia, Danko, Robertson e gli altri avevano già realizzato che il rapporto fra il singolo artista e una platea non dovesse essere immediatamente idilliaco e che la "sindrome da palco" si sarebbe rivelato, nel tempo, un mostro potente in grado di distruggere vite e carriere di molti loro colleghi, altrettanto dotati e altrettanto giovani, immaturi e impreparati ad affrontare anche quell'aspetto della celebrità.
Il giovane Steven "Pop-Corn" Adler aveva paura del palcoscenico, un terrore da matti che sin dalla tenera età di vent'anni era sfociato in varie forme di stress, a sua volta mitigato dal consumo di ogni genere di sostanza stupefacente. Steve era un batterista autodidatta e festaiolo, ammirava Keith Moon e John Bonham e amava girare in skate board per i sobborghi popolari in cui era cresciuto, ma di fondo era timido. Era amico di Slash, andavano a scuola insieme, e la sua sostituzione nei confronti di Rob Gardner in quella che era la primissima formazione dei Guns N'Roses fu praticamente automatica. A ventuno anni era uno dei batteristi più ricchi al mondo e l'accesso a massicce quantità di eroina gli garantì una dipendenza che, nel ventennio successivo, lo avrebbe portato a due ictus, una paralisi facciale e a un tragico declino artistico.
Tutti gli appassionati dei Guns conoscono la leggenda delle oltre sessanta takes che Mike Clink registrò prima di avere un risultato soddisfacente sulla batteria di Civil War. Adler sveniva sui tamburi, sveniva in macchina, sveniva sul palco. L'ultimo concerto in cui suonò fu il Live AID del 1990, mentre Civil War sarebbe uscita a Natale, quando lui non era già più il batterista dei Guns N'Roses. Una delle tante cause legali che hanno funestato la storia del gruppo riguardava proprio le royalties che spettavano ad Adler e lui la vinse, prese i soldi e corse a comprare altra eroina. Litigò con chiunque, soprattutto con Slash, il suo più vecchio e caro amico. Sono tutti episodi che si conoscono, bene o male, e che sono approfonditi nella sua autobiografia My Appetite For Destruction (Chinaski Editore, 2010), in cui si racconta pure di una sua recente (relativa) guarigione dalla tossicodipendenza, del riavvicinamento agli altri Guns in occasione dell'inclusione della Rock&Roll Hall of Fame.
Steven Adler ha pubblicato pochissimo da solista e fino agli anni Duemila neanche aveva mai pensato di produrre musica propria, in parte perchè nessun produttore o casa discografica si sarebbero arrischiati a metterlo sotto contratto, in parte perchè non ne sarebbe stato fisicamente in grado. Poi con l'EP autoprodotto Adler's Appetite (2005) presentò a sorpresa, al mondo, dei pezzi inediti. Sei canzoni, di cui due covers (Thin Lizzy, Aerosmith), che svelarono al mondo una nuova band nata da ciò che un tempo fu un pezzo dei Guns. Impiegò altri cinque anni prima di rifare capolino col successivo EP, Alive, e ben sette per preparare un album completo, Back from the Dead, firmato Adler e circolato poco e male.
Se vi state chiedendo perchè sto spendendo tante parole sul primo batterista dei Guns, la risposta la trovate qua sotto:
Il biondone dietro la signora McKagan altri non è che Steve Adler, riemerso dal limbo e di nuovo dietro alla batteria abbandonata ventisei anni fa. L'occasione è stata fornita dalla data dei Guns N'Roses al Paul Brown Stadium di Cincinnati, Ohio, che di Steven è la città natale. Un gesto carico di significato, specie se si pensa alle condizioni in cui il batterista è vissuto per tutto questo tempo.
Nessuno se lo aspettava, perchè Adler non è famoso, nè è mai stato oggetto di eccessivi rimpianti. Matt Sorum si rivelò un eccellente rimpiazzo: anzi, a detta di Axl, fu quanto la band necessitava maggiormente per risolvere le complessità compositive degli Illusion e per tenere botta durante il massacrante tour che seguì. Josh Freese e Bryan Mantia offrirono un'ulteriore raffinatura nel drumming della band, mentre Frank Ferrer tentò di riportare tutto ad una condizione più terrena, senza però possedere quell'impostazione primordiale, "da strada" tipica dello stile di Steve. E infatti i brani che i Guns hanno deciso di riprendere in mano con Adler sono tutta roba dell'era di Appetite: Out Ta Get Me e My Michelle, grezze e tirate come non mai, hanno rappresentato l'apice del concerto di Cincinnati, concerto che  è stato introdotto da un'oscena manifestazione di fondamentalisti cerebrolesi e che ha meritato addirittura una apposita t-shirt.
Il concerto di Cincinnati conferma ancora di più una teoria che già da un paio di mesi circola sui forum e fra gli appassionati, ovvero che non sarebbe male far uscire il meglio di questo Not In This Lifetime... Tour a livello discografico. Un doppio, triplo album contenente i best di più serate, magari puntando sugli interventi di esterni quali Sebastian Bach, Angus Young e dello stesso Adler. Sul palco, sempre il 6 luglio, un affiatamento mai visto prima. Melissa scatenata, voce di Axl senza cadute, chitarre perfette, un pianoforte, quello di Dizzy Reed, che è il cuore pulsante e il sostegno di ogni esibizione. I Guns continuano a portare sul palco la brutalità, il ritmo e perfino la gioia dell'hard rock sommandole alla sofisticatezza di una band dai mille volti e dalle mille identità. Ora più che mai sembra concretizzato il vecchio sogno di Axl, quello di una big orchestra elettrica e "condensata" e con una grande voce davanti a tutto, sullo stile di quanto offriva uno dei suoi molti idoli, Frank Sinatra. Il suono di queste tre ore scarse di musica è davvero big, coinvolgente, entusiasmante. E tutto viene accresciuto con l'arrivo di Adler.
Nel sedersi sullo sgabello, Steven è evidentemente attraversato da qualcosa di più grande di lui . E' quel momento in cui ogni forma di depressione, rancore, negatività cade e l'artista sul palco si libera. La gabbia in cui è stato rinchiuso cade a pezzi e la magia ha inizio. Nessuna traccia dell'Adler di inizio anni Novanta, nè di quello strafatto o di quello ospite di squallidi programmi televisivi dove si aiutano tossici famosi e profumatamente pagati per prendere parte a queste pagliacciate. Perchè la buona musica è pure in grado di guarire e questa guarigione avviene in modi oscuri ed inspiegabili. L'importante è che avvenga.