venerdì 20 ottobre 2017

Ottobreggiando [Extra]

Ringrazio tutta una serie di congiunzioni astrali per avermi permesso di trascorrere dieci giorni di ferie a Capo Verde. Scoprire con la tua dolce compagna nuovi luoghi, confrontarsi con un altro mondo, immergersi  per la prima volta nelle acque dell'Atlantico (un tratto di oceano, quello capoverdiano, splendido), esplorare deserti, città di porto, villaggi di pescatori, foreste lussureggianti, alture spazzate da tutti i venti dell'universo è stato utile primariamente a purificarsi l'anima, e poi a immagazzinare le quantità di iodio e ossigeno utili a traghettare la vita verso un altro inverno. Oltre, ovviamente, a permettere di addentrarsi nella cultura musicale locale- fra le più ricche al mondo -e di importare, anche in questo angolo di Macaronesia, "verbi" di lontani paesi occidentali. Su tutti, quello del Morto Riconoscente:
Deadhead in Capo Verde
Dopodichè, tutto finisce. Di colpo, si fa un salto di tre ore avanti e di dieci, quindici gradi centigradi indietro. Sulle prime, si rimane sbattuti e spiazzati, ma la routine torna ad impadronirsi di noi velocemente. E così si passano in rassegna le notizie: 4.000 esuberi all'Ilva e il referendum Catalano sono fra le poche a conquistare il mio interesse, oltre, ovviamente, al vespaio suscitato dal caso Argento-Weinstein. Preferisco dare maggiore spazio a letture e approfondimenti sui cinquant'anni dall'omicidio del Che. Medito anche sull'acquisto del volume a fumetti di Oesthereld e Breccia, edito in una nuova edizione da Rizzoli Lizard. L'edicola riserva sempre qualche sorpresa, specie quando non la si bazzica da una quindicina di giorni. Qualche sostanziosa, immancabile novità mi attende anche al negozio di dischi. Recupero un paio di cosette dal reparto occasioni e prendo l'ultimo album di Sweet Pea Atkinson, uscito per Blue Note. Chi si ostina a sostenere che Don Was è un affarista senza scrupoli e produce da anni sempre il solito disco col manualetto della giovane marmotta a portata di mano è un coglione buono solo ad ascoltare Zucchero, Van Morrison che duetta con Michael Bublè e- ma che cazzo ne so? -i Jonas Brothers (ammesso che esistano ancora). Don Was è in realtà un incredibile music-man, uno che negli ultimi anni si è messo in gioco ed è entrato in casa Blue Note con un'umiltà e una devozione rare: My True Story (2013) di Aaron Neville è roba da primi della classe, per non parlare della ottima retrospettiva sulla scena jazz contemporanea di Detroit (Detroit Jazz City), dell'ultimo Charles Lloyd (I Long to See You) e del recentissimo Our Point of View, progetto firmato dai Blue Note All Stars. Tutto questo senza perdere di vista i numerosi impegni come "archivista" e produttore esclusivo (ma quello lo è ormai da quasi tre decenni) dei Rolling Stones e il suo primo amore, ossia il rock. Southern Blood di Gregg Allman e Revolution Come... Revolution Go... dei Gov't Mule sono due fra i migliori album usciti quest'anno: entrambi vantano la sua "bolla papale" e a questi andrà ora affiancato Get What You Deserve, seconda prova solista per Atkinson in trentacinque anni. Nulla a che vedere col dimenticato Don't Walk Away (Island Records, 1982), bizzarra escursione in territori disco-music per uno che arrivava da tutt'altro retroterra. Ascoltando un disco come Get What You Deserve non ci si sente necessariamente superiori, ma inevitabilmente fortunati sì: anzi, molto più che fortunati. Dieci canzoni di R&B sospeso fra tradizione e modernità, un paio di momenti più vicini al blues (c'è Keb Mo' in console e in studio, e pezzi come Last Two Dollars stanno là a ribadirne la presenza) e qualche bella iniezione di soul tutto da ballare non sono propriamente il pane quotidiano. Oggi, quando tutti si accontentano di accennare qualche sfasato passo di danza su una base latino-americana commerciale, poter godere di musica vera come questa, saperla apprezzare per ciò che è in grado di scatenare in noi è sempre un privilegio.
Rivedo gli amici, faccio ripartire la vita sociale, mi tuffo a capo fitto in una nuova serie televisiva di cui Sofi mi parla da qualche mese. Sulle prime resisto, poi, udendo frasi come <<Pensa che alla fine della terza puntata due personaggi ballano Harvest Moon di Neil Young...>>, cedo inesorabilmente. Roba che piace a me: poche puntate, presumibilmente autoconclusiva, attori e attrici di livello, soundtrack  di pregio, se possibile produzione HBO. Tutte prerogative che Big Little Lies rispetta. Da tempo non vedevo qualcosa che illustra, spiega, penetra ben in profondità un intero sistema sociale come riescono a fare questi sette episodi. Jean-Marc Valleè poi è un regista di cui ho riparlato molto bene in questo blog. Dallas Buyers Club e Wild sono state due grandi prove d'autore e questa serie è il suo nuovo lungo, splendido film.
Pianifico la campagna acquisti autunnale. Prenoto il nuovo EP di Kamasi Washington (negli USA è uscito il 22 settembre, ma a ora, nella distribuzione locale, se ne è persa ogni traccia) e, soprattutto, fisso per il 3 novembre il mio appuntamento col tredicesimo volume della Bootleg Series. Non credo che Dylan sia a conoscenza che compierò gli anni la settimana successiva, così da evitarmi ogni dubbio su quale edizione del suono nuovo box scegliere in questa occasione. In realtà, la situazione è più complessa delle apparenze: tre anni fa, sono stato molto contento di acquistare The Basement Tapes Raw, anche perchè il cofanetto da sei dischi denominato Complete l'ho scaricato in seguito, trovandolo di una noia mortale; posso dire altrettanto di quando, a novembre 2015, ho evitato come la peste sia l'edizione Collector's da feticisti (18 cd a svariate centinaia di euro) che quella Deluxe (6 cd oltre il centinaio di euro) di The Cutting Edge, che tutte le migliori perle le presenta comunque nel doppio dischetto best of. Queste scelte sono dettate, per prima cosa, da una motivazione economica (non sono ricco), e, in secondo luogo, da una presa di coscienza precisa: per quanto ami Dylan e attenda le sue uscite bootleg con un'ansia nettamente superiore a quella che ormai riservo ai suoi album, non necessariamente mi comporto come un coglione "deluxomane". Stavolta, però, gli otto cd sono davvero troppo ricolmi di roba mai emersa (neanche i cacciatori dylaniani più irriducibili sospettavano l'esistenza di certe canzoni, canzoni che in rari casi erano state registrate su cassetta in alcuni concerti, ma che perlopiù erano rimaste nomi scritti nero su bianco) per lasciarli al loro destino. E il DVD- e chi segue Dylan sa quanto questi è restio alla pubblicazione di materiale video -è un oggetto imperdibile. Punto. Già dalle succulente anteprime fornite dal canale YouTube del cantante, si capisce che l'edizione completa del cofanetto sarà un oggetto irrinunciabile per gli appassionati. Al contrario, i casual fans- ovvero quelli che la sera prima di andare a dormire si raccontano la novella in cui Bob Dylan non fa più grande musica da un trentennio e che, sotto sotto, un po' di ragione a quello scribacchino paraculo di Baricco l'hanno anche data -potranno farne a meno, tanto, stando al loro modo di vedere le cose, il Dylan del 1979-1981 è solo un integralista religioso ebreo convertito al cristianesimo che schiavizza le donne e vomita dogmi addosso a un pubblico inerme. E' dura spiegare a questa gente che non va bene definire i tre album usciti fra l'agosto 1979 e quello del 1981 "Trilogia della S", dal momento che anche il bellissimo Street Legal (1978) inizia, giusto appunto, con la medesima lettera, e che, al limite, per i suoi tre sfortunati successori si può utilizzare la dicitura di "Trilogia Cristiana". Detto questo, lasciatemi anche aggiungere che Slow Train Coming così come lo abbiamo sempre conosciuto è un album da quattro stelle superior, ovvero un'opera che includerei senza troppi ripensamenti in una ipotetica top-10 dylaniana. Come Bringing it All Back Home è un disco che apre una nuova fase, un nuovo cerchio, dà il via a un viaggio attraverso un nuovo pianeta (quello del gospel) e lo fa ricorrendo a una sfilza di brani intensi, audaci, spavaldi.

Nel dopocena di sabato, per digerire, approfittiamo dell'inaugurazione della stagione 2017/2018 del Tortuga di Poggibonsi. Questo locale- un circolo ACSI gestito da volontari -è diventato nell'arco di un paio di anni una colonna portante della vita notturna delle mie zone. La chiusura (momentanea?) del Sonar ha non azzerato ma senz'altro ridotto la possibilità di ascoltare, qui nella Valley, musica che esuli dalla volgarità del pop in stile RTL 102.5 e dalla commercialità sfacciata delle discoteche, e di conseguenza il Tortuga- che strutturalmente e strategicamente poteva rappresentarne l'unica alternativa nel raggio di una decina di chilometri -ha solo rinforzato la sua posizione. Rispetto al 2015, la stagione passata non ha brillato per qualità e varietà della proposta e l'eccesso di cover-bands ha influenzato gravemente la mia scarsa frequenza di partecipazione, ma di contro non sono mancate ottime serate. Inoltre, non va dimenticato l'impegno di chi vi presta servizio, da ottobre a maggio, ogni fine settimana. Locali del genere, frequentati spesso da amici con cui si condividono passioni musicali e politiche, diventano inevitabilmente porti di mare felici e lo fanno in maniera naturale, semplice, logica. La nuova stagione inizia con l'esibizione di una tribute-band di alto livello: quella Combriccola del Blasco in cui mi imbattei, per caso, a Montefiascone una sera del 2009 e che l'estate successiva ritrovai, altrettanto casualmente, nei pressi di Ventimiglia, mentre ero sulle tracce degli Stones in Exile. La formazione attuale è diversa da quella delle precedenti occasioni: me ne rendo subito conto, non appena butto gli occhi sul palco ancora vuoto, ma soprattutto noto, e non senza una punta di preoccupazione, l'assenza delle tastiere. Difficile immaginare la musica di Vasco priva delle tessiture sonore di Alberto Rocchetti, per non parlare dell'inconfondibile apporto dato per tanti anni (i migliori, per chi scrive) da Gaetano Curreri sia in studio che dal vivo. Sul grande schermo del Tortuga viene proiettata una puntata di un programma-spazzatura targato Canale (o "Canile", se preferite) 5 a cui la Combriccola ha partecipato, uno di questi talent che, per citare proprio il cantante della band stessa, "ci stanno un po' sfuggendo di mano". Difficile dargli torto. Un mio amico, rockista militante presente nel locale, agita la sua birra media ponendo un interrogativo che in questo preciso momento mi suona un po' fuori luogo: <<Ma il vero Vasco Rossi ci sarebbe andato a Canale 5?>>. Questioni che lasciano il tempo che trovano, anche perchè la serata, con una Combriccola "a scartamento ridotto" eppure equilibrata come mai l'avevo sentita (una fortissima voce femminile di accompagnamento e una sola, splendida chitarra che riesce a mediare perfettamente fra lo stile di Massimino Riva e quello di Steve Burns vogliono dire molto) fila via che è una bellezza. Il locale si riempie, la gente canta a squarciagola un'intera scaletta composta da scelte intelligenti, oculate e mai banali. Unico appunto: quattro, brutti pezzi risalenti alla recentissima produzione (2015-2017) sono troppi. Due ore e qualcosina di spettacolo scaldano il cuore. Si sente la passione di chi suona, la capacità di avvicinarsi ai gusti degli spettatori senza però cadere nella trappola di uno sterile karaoke e, al contrario, proponendo qualcosa in più, non fermandosi al "colpo facile".
Domenica di giri e giravolte per Firenze. E' caldissimo, ma non lo stesso clima capoverdiano che una parte di me rimpiange. Faccio scalo all'IBS, catena di cui finisco sempre col depredare il reparto Libraccio (merce usata, edizioni rare, fondi di magazzino, libelli stampati una volta e via, tutto al 50% del prezzo di copertina). Mi porto a casa una biografia dei Weather Report pubblicata dalla Stampa Alternativa e un grosso, bellissimo volume fotografico su Serge Gainsbourg, uno dei miei due, tre artisti di riferimento in fatto di musica francese. Mi imbatto nelle novità musicali. Ho deciso da tempo di non acquistare il nuovo Sticky Fingers Live at the Fonda Theater 2015 dei Rolling Stones, ma non per questo non mi rigiro fra le mani, nell'ordine, digipak con cd e DVD, solo DVD, Blu-Ray, cofanetto con DVD e triplo LP. Non cambio idea: nell'ultimo anno ho devoluto a questi gentiluomini non poche delle mie risorse finanziarie e, come se non bastasse, ho già messo gli occhi sulle registrazioni radiofoniche della BBC (finalmente ufficiali) il cui arrivo nei negozi è previsto per dicembre. Perciò, il nuovo volume degli archivi lo scaricherò senza troppi rimorsi o ripensamenti. Possibilmente in .flac, come piace a me.
Cerco Hudson, che quest'estate ho bypassato come un perfetto idiota, ma non lo trovo.<<Meglio...>>, penso, <<... che se c'era lo compravo subito!>>. Non sono riuscito, finora, a penetrare troppo il mondo del Jack DeJohnette bandleader e non ho mai stravisto neanche per John Scofield, "il più rock dei chitarristi jazz", molto più dei vari Al di Meola, McLaughlin, Abercrombie, Coryell. Insomma, tutta gente di cui non mi manca nulla (specie se si parla di discografia minimo-indispensabile) e che mi ha accompagnato lungo una fase di passaggio in cui il jazz iniziava e finiva con la musica fusion. Quel poco che ho sentito, tardivamente, di Hudson mi ha rimandato col pensiero a quelli ascolti: c'è qualche capolavoro che emerge timidamente, un paio di covers molto legate ai recenti sviluppi della carriera di Scofield, accenni di blues che- e questo mi dispiace -sono spesso costretti a restare tali. Il disco ha però una compattezza e una fluidità uniche: un vero concept-album che della gran parte dei concept, tuttavia, non possiede nè la pesantezza, nè certe forzature. Sicuramente alcuni jazzofili ne avranno boicottato l'ascolto, altri ancora neanche lo avranno considerato un disco jazz (sbagliando clamorosamente, per quanto mi riguarda), ma io di Hudson ne avrei avuto un gran bisogno intorno ai vent'anni. Inutile fingere: ultimamente, poca musica "nuova" (da intendersi come sinonimo di "contemporanea") desta in me emozioni analoghe.
A casa, leggo un paio di note stampa riguardanti l'imminente uscita del ventiquattresimo episodio delle Dave's Picks. Non manco mai l'appuntamento col download di questi cofanetti che, per banali motivi, non conoscono distribuzione in Europa. Sul sito TheCurtainWith.blogspot.com arrivano puntualissimi e quasi sempre in .flac: quelli che mi entusiasmano li masterizzo, quelli che mi lasciano così-così li relego all'iPod, quelli che non mi piacciono li lascio parcheggiati qualche giorno su iTunes, poi li cancello. I volumi usciti in tutto il 2017 mi hanno lasciato freddino, salvo, in parte, il Vol. 23, registrato a Eugene, Oregon, il 22 gennaio 1978. Lo stesso cofanetto Cornell 5/8/77, altrove recensito con voti che non scendevano sotto le quattro stelle su cinque, mi ha fatto provare un senso di noia impensabile, dettato, immagino, dall'inutilità e dal vuoto di sentimento che questo ascolto mi ha trasmesso in più punti. Scorro la scaletta: solita solfa del tour del 1972. Il punto resta quello di sempre: ha ancora senso, dopo Sunshine Daydream (2013), continuare la pubblicazione di concerti dei Dead risalenti a quell'anno?
Ho già accennato al fatto che, da giugno, non è più fra noi Biancaneve, la macchina che dal febbraio 2015 anni aveva sostituito la vecchia, immortale Wolksvagen "Dio" Lupo. Di conseguenza, non ho più modo di ascoltare la musica che voglio in macchina. L'anonima Punto rimasta nelle scuderie, oltre a bere benzina come una spugna, vanta un discutibile impianto Blaupunkt a cassette. Inizialmente, ho ritirato fuori la cassettina dotata di un cavo aux da collegare ad altre sorgenti (cellulare, iPod, tablet, ecc.), ma il meccanismo interno perde colpi e le casse (solo anteriori) sono di una qualità talmente scadente da rendere l'esperienza di ascolto mp3 un vero tunnel dell'orrore. Così, ho dato una spolverata all'archivio domestico, ho ritrovato compilation dimenticate, roba che credevo perduta in un passato che solo da poco ha iniziato a oscuro. Mi imbatto in un piccolo capolavoro produttivo del marzo 2005: una TDK C-90 in cui Appetite for Destruction incrocia Harvest. Provate a immaginare Welcome to the Jungle a cui segue Out in the Weekend, e così via. E poi un'altra ancora, fatta per le vacanze di Pasqua di quello stesso anno, che si apre con Shelter from the Storm (Live) (ovviamente quella di Hard Rain), prosegue con Bella di Carlos Santana, Love of my Life dei Queen e Compagno di scuola di Venditti, una canzone che già all'epoca mi faceva, paradossalmente, provare nostalgia per qualcosa che non avevo ancora vissuto ma che, inconsciamente, sentivo essere il mio inevitabile destino. Si può provare nostalgia del futuro? Forse sì, ma si deve anche preservare memoria del passato per affrontare meglio il presente. Così metto mano alle scorte auree, ovvero cinque cassette vergini (tre TDK e due Sony) di lunghezza variabile fra i 60 e i 90 minuti rimaste sepolte per anni. Per un paio d'ore riscopro il piacere di creare una C-90, zeppandola con di tutto un po' e titolandola Solstizio d'autunno. Per un paio di giorni fa la sua bella figura in auto, poi inizio a percepire come un'assenza di spontaneità, la tolgo e la regalo a chi saprà farne un uso migliore. Il nastro- che ho registrato con tutti i rismi su una deck Pionner molto buona -enfatizza il calore della musica; lo stesso calore che la Punto stempera in pochi minuti, tanto è mediocre l'impianto. Una sincera e onesta tristezza si impossessa di me. Fino a pochi giorni fa accarezzavo l'acquisto di uno stock di cassette vergini (e non di comuni audiocassette, ma delle TDK SA-X 90 trovate su eBay in Germania e ancora sigillate), sognavo- perchè sognare non costa niente -una pioggia di soldi scendere sulla mia figura e il conseguente arrivo, nella mia esistenza, di una piastra Nakamichi da un migliaio di euro. E invece tutto finisce prima ancora di cominciare, in questo mese di ottobre.

domenica 8 ottobre 2017

La fiaba di Tommaso e dei cuori infranti [Extra]

Tom Petty (1950-2017)
Tolstoj diceva che esistono solo due tipi di storie: quella in cui un uomo compie un viaggio e quella in cui uno straniero arriva in città. Tom Petty è senza dubbio uno dei pochi uomini di rock&roll ad aver raccontato splendidamente entrambe.
Quando ho letto della sua morte, sulle prime, sono rimasto impietrito: arresto cardiaco. Ma quando? Tom era uomo di vizi e stravizi, si sa. Non che se ne vantasse, ma ammetteva con disinvolta tranquillità di aver commesso abusi di ogni genere, lasciando spesso sottendere che i margini per eventuali ricadute- nonostante l'età -c'erano eccome. E' un errore frequente ascoltare o andare a vedere degli artisti immaginandoseli come divinità, degli dèi appartenenti a un pantheon del tutto particolare. Venti giorni fa, a Lucca, ne ho preso coscienza in maniera definitiva: mi sono trovato di fronte a delle persone, gente che pur chiamandosi Mick Jagger o Keith Richards si porta dietro bene e male i propri anni, gente che mangia, dorme, tossisce, si ammala, guarisce, muore, soffre, è felice. Gente che porta un sostenitore della buona musica (ma si è mai visto? a quasi trent'anni? invece di starsene su quel cazzo di divano a guardare X-Factor...) a compiere ancora lunghi viaggi con l'anima e il cuore, a far "sogni mostruosamente proibiti" come quello in cui si molla tutto e via, alla volta di Hyde Park, per assistere alla tappa europea del tour di addio degli Heartbreakers. Perchè tanto, alla fine, il Tom Petty a cui sono irrimediabilmente legato è il capoguida dei "cuori infranti". La carriera solista, i Traveling Wilburys, i Mudcrutch sono esperienze professionali imprescindibili per Petty e punti fermi nelle discografie di chi lo continuerà ad ascoltare, ma sono un'altra storia.
Anche quando mi imbattei in questo bastardello biondo dalla voce tagliente era autunno, un ottobre di crescita, incontri, confronti. Il nome di Tom Petty trovava spazio a fianco della nona traccia della splendida raccolta Rarities (Cd 2) dei Guns N'Roses, che Maggie si era affrettata ad approntare e masterizzarmi su un elegante compact blu opaco marcato TDK. Oggi tiro dentro e sfilo dischetti dal masterizzatore a ritmi da catena di montaggio, ma all'epoca vedersi consegnare dalla amica del cuore il secondo cd delle rarità- in studio e dal vivo -del proprio gruppo preferito era semplice gioia assoluta, un raggiungimento del nirvana che non trovava paragoni. Almeno in quel momento. Free Fallin' irruppe nella mia vita sotto forma di duetto fra Axl Rose e questo tizio, che dalla voce mi sembrava un innocuo cantante contry-pop, di quelli amatissimi in America: va bene, molto bravo a cantare, ma non lasciava sospettare alcun carisma da rocker. Il duetto resta uno dei più intensi mai registrati da Axl:
Molti anni dopo, in uno dei rari momenti in cui perfino il Festival di Sanremo sembrava assumere un senso, Free Fallin' fu additata da Charlize Theron (presente in trasmissione) come la propria canzone preferita. Carlo Conti entrò immediatamente nel panico: <<Ma come? Niente Mina? O icchell'è Frifollin?>>, sembrava chiedersi il presentatore sbiancato (e per sbiancare il Conti ce ne vuole). Risi molto a rivedere l'episodio su un quotidiano online, anche perchè Charlize- donna meravigliosa e intelligente -dapprima abbassò l'asticella sulla più nota Who's Gonna Ride Your Wild Horses degli U2, e infine, beffarda come una strega delle fiabe dei Grimm, rassicurò milioni di italiani che nella playlist della sua vita trovava posto anche Eros Ramazzotti. "Tutto è bene quel che finisce bene", e così, il giorno dopo, a gloria i giornali poterono titolare:
Tornando a noi, non passò molto tempo prima che riuscissi a mettere le mani su quel Full Moon Fever che di Petty era stata la prima, strepitosa prova solista e che conteneva, per l'appunto, Free Fallin' nella sua veste originale. E volle poi il caso che proprio nello stesso periodo, uscisse nelle sale un film pericolosissimo (in senso positivo) per un sedicenne appassionato di musica rock: nei titoli di coda di Elizabethtown il nome di Tom Petty appariva due volte e sua e di tali Heartbreakers era la splendida I'll Work Out.
Avevo appena iniziato a fare incetta di tante, piccole perle in formato mp3 degli Heartbreakers quando uscì Highway Companion, terza opera in solitaria del biondino della Florida. La notizia passò addirittura da un programma di Rete Allmusic di cui non rammento il titolo ma che segnalava, settimanalmente, le novità appartenenti a vari generi musicali. Corsi al negozio non troppo prima che chiudesse per le ferie estive e presi i classici "due piccioni con una fava": infatti, oltre al nuovo arrivato, trovai in forte sconto Tom Petty & The Heartbreakers (1976) e lo feci mio. Highway Companion era un piacevole manualetto di musica acustica americana, conteneva Night Driver (una delle canzoni più belle dell'intero repertorio di Petty), ma paragonato a Full Moon Fever faceva una figura cacina. Ma del resto si sa: il tempo aggiusta tutto. Anni dopo, infatti, avrei finito con innamorarmi perdutamente di Wildflowers, che delle tre prove soliste di Tom continua ad essere la mia preferita. In compenso, quel genuino, micidiale assaggio di new-wave di Tom Petty & The Heartbreakers mi avrebbe irretito per il resto della vita. Ogni giorno va vissuto intensamente, ma se lo fai con la musica giusta a tutto volume è meglio: il messaggio di questo gruppo non lasciava spazio a ulteriori riflessioni. Dieci pezzi, quaranta minuti: la perfezione. Oltretutto, una scoperta simile aveva luogo in un periodo dove ascoltavo anche molto punk: dai Ramones ai Green Day, dai Damned ai Clash, dai Fear ai Blink 182. Eppure il Tom Petty del '76- pur con il DNA segnato da Byrds, C.C.R., Dylan e Grateful Dead -mi sembrava così irrimediabilmente adatto a inserirsi in questa combriccola. E quando tutti- ma forse, soprattutto -tutte iniziarono a uscire di testa per gli Strokes io feci una gran fatica a capire il perchè di questa sbornia. <<Ma 'sta gente American Girl l'ha mai sentita?>>.
La seconda fase nel mio approfondimento della figura di Tom Petty va di pari passo con il mio cocente interesse per la vita e l'opera di Bob Dylan. Non è un segreto che il primo viaggio italiano gli Heartbreakers lo fecero nel 1987 in qualità di supporter-band di Dylan nell'appendice europea del Temples in Flames Tour. Nonostante fossero solo tre gli anni che separavano questi concerti da quelli europei del 1984, a livello artistico le differenze erano enormi: il tour dell'84 era servito a trainare un capolavoro del calibro di Infidels; il gruppo era composto da autentici pezzi da novanta, veterani del calibro dell'ex-Faces Ian McLagan o dell'ex-Rolling Stones Mick Taylor, e anche la lista degli ospiti somigliava in realtà a una lungo carnet di nomi illustri (Santana, Joan Baez, Eric Clapton, Bono, Van Morrison, ecc.); e se è pur vero che la cronaca discografica di quei concerti (Real Live) fu un fiasco, la critica si mostrò generalmente benevola e il pubblico incensò oltremodo le incredibili scalette di quelle serate. Ma nel 1986, quando la strada di Dylan incontrò quella della- per sua stessa ammissione -"ultima grande rock&roll band americana", le cose erano già drasticamente peggiorate: Empire Burlesque era stato un disco di ottimi testi messi però a disposizione di arrangiamenti troppo sperimentali (Arthur Baker, produttore molto richiesto in ambito electro-pop, aveva senza dubbio la sua dose di responsabilità) e di una produzione quantomeno discutibile, ma se il suo era stato un destino commercialmente fallimentare e popolarmente controverso, Knocked Out Loaded si annunciava mediocre già a livello di "lavori in corso". Petty e i suoi uomini arrivarono quando le registrazioni del disco erano già in corso, aggiunsero qualcosa qua e là e i loro contributi furono presto inghiottiti dal flusso di decine di altre sovraincisioni (nulla di nuovo, se consideriamo che tutto ciò che Dylan incise fra 1984 e 1988 in studio venne affrontato col medesimo metodo).
Tuttavia, l'autore di Mr. Tambourine sembrava davvero interessato agli Heartbreakers: gli piacevano i testi di Tom, la disinvoltura con cui da dieci anni questi se ne andava a giro miscelando, in parti uguali, Beatles, Who, Byrds e Grateful Dead; si diceva innamorato sia della chitarra di Mike Campbell che delle tastiere di Benmont Trench; senza contare che almeno un paio dei loro dischi erano stati degli autentici best-sellers, totalizzando vendite che Dylan non conteggiava da ben prima della sua discussa parabola evangelica. Insomma, potevano essere la perfetta band di accompagnamento al nuovo, lungo tour che la Columbia stava pianificando in quel periodo. Quando Knocked Out Loaded uscì, frettolosamente, nel luglio del 1986, la premiata ditta "Bob & Tom" stava già portando a termine le date americane del True Confessions Tour. La figura di Dylan, apparentemente ben lieto di un calendario di appuntamenti rock così fitto e variegato (sessanta date fra USA, Giappone e Oceania), tendeva ad appannarsi a vantaggio della band che lo accompagnava, ma la cosa non sembrava infastidirlo più di tanto: una moderata consumazione "combinata" di alcool e cocaina lo accompagnò in mezzo mondo per quasi sette mesi. In Chronicles, Dylan scrive che per lui fu un'ulteriore sconfitta realizzare che Tom Petty e i ragazzi, in quel particolare momento, fossero a dei livelli fisici e artistici che lui poteva solo sognare: "Tom stava dando il meglio di sè e io stavo dando il peggio. [...] Benmont Trench mi chiedeva sempre, quasi implorandomi, di inserire pezzi diversi nello spettacolo [...] e io tiravo sempre fuori qualche povera scusa. Non so nemmeno chi si stesse scusando, a dire il vero, perchè io avevo chiuso la porta su me stesso". Mentre la turnè volgeva al termine, la coppia Petty-Campbell apponeva, senza poca fatica, la propria firma alla produzione del settimo album in studio degli Heartbreakers, Let me Up (I've Had Enough), il cui fortunatissimo singolo di anticipazione era stato scritto proprio assieme a Bob Dylan.
Se è vero che certe grandi opere nascono in risposta a determinate difficoltà, è innegabile che da ciò che accadde nella tarda estate del 1987- ossia in seguito allo sgangherato tour da cui avrebbe preso forma Dylan & The Dead e all'uscita di Let me Up (album che tradì le aspettative di molti, facendo fare al gruppo un bel passo indietro sia in termini di qualità che di vendite) -scaturì una serie di eventi davvero degna di essere ricordata sia dagli appassionati di Petty che da quelli di Dylan. Il Temples in Flames Tour fu così ribattezzato perchè avrebbe preso l'avvio in Israele, più precisamente a Tel Aviv, il 5 settembre di quello stesso anno, si sarebbe poi spostato a Gerusalemme (il 7 settembre) e da lì avrebbe risalito il Mediterraneo, approdando in Europa per ventotto date (con doppi turni in Italia e Svizzera). "In quelle prime quattro serate cantai ottanta canzoni diverse, senza mai ripeterne una, giusto per vedere se ero capace di farlo", continua Dylan nel famoso quarto capitolo della sua autobiografia, per poi confessare che, nonostante i visibili miglioramenti rispetto ai concerti del 1986, il suo obbiettivo era comunque adempiere agli obblighi contrattuali e ritirarsi dalle scene. Non nasconde che ormai "era Petty che attirava la folla". Tuttavia, se l'esito del concerto all'Autodromo di Modena (12 settembre 1987) è tuttora fonte di discordia fra gli appassionati, quello all'Arena Civica di Milano (4 ottobre) passò alla storia per la bellezza delle esecuzioni, la scaletta incredibile e la potenza di fuoco dei musicisti. Tanto per dare un'idea (dal set precedente all'arrivo di Dylan):
La personalità tormentata (almeno all'epoca) di Dylan fornì a Petty una gigantesca ispirazione. Si presume che Bob, nel biennio 1985-1987, fosse stato tenuto all'oscuro della crisi che aveva iniziato a serpeggiare dopo la pubblicazione di Southern Accents fra i vari Heartbreakers e che si sarebbe fatta più intensa proprio dopo la conclusione del Temples in Flames Tour. Dal canto suo, Tom mise in pausa il gruppo e continuò a frequentare il proprio "vate" anche dopo la conclusione di quei bei concerti, prendendo appunti sia per il suo bramato esordio solista che per un progetto assai più particolare. Di fatti, durante le festività natalizie, George Harrison convocò Dylan a Santa Monica per buttare giù, rapidamente, un lato B da destinare al suo nuovo singolo, This is Love. Contrariamente al futuro premio Nobel, per l'ex-beatle era un periodo fecondo e fortunato: il suo disco di ritorno, Cloud Nine, andava a gonfie vele, complice l'eccellente lavoro di Jeff Lynne (ex-ELO) in console, e la Warner aveva deciso di prendersi un po' di tempo al fine di "pompare" il 45 giri di turno, avvalendosi della firma di qualche vecchia gloria (in questo caso, Dylan). Bob si presentò in compagnia di Petty, che con sommo stupore si ritrovò al cospetto non solo di Harrison e Lynne, ma pure del veterano Roy Orbison, uno dei grandi men in black della musica americana, un pioniere di quei pezzi r&r che Tom aveva selezionato per tutta la giovinezza nei juke-box di mezza Florida. Quella notte, fu registrata Handle with Care e nacque una delle più famose e straordinarie superband della storia.
I Traveling Wilburys si dotarono sin da subito di alcuni pseudonimi sotto cui, nei successivi dieci giorni, registrarono undici brani dove rock romantico, ruralità, beat e atmosfere west-coast si confondevano creando un curioso amalgama. Nessuno- e tantomeno gli stessi Wilburys -avrebbero potuto sospettare che il loro Vol. 1 avrebbe venduto cinque milioni di copie, così come non potevano aspettarsi il pressante interessamento da parte della Warner Brothers, intenzionata a creare un nuovo trademark musicale di successo, un franchise che da principio prevedeva addirittura una pellicola cinematografica. Tutti sogni, buoni propositi ed esagerazioni  che si interruppero il 6 dicembre 1988, quando Roy Orbison morì per un attacco di cuore, ponendo così fine alla prima (e migliore) formazione dei Traveling Wilburys. Manco a dirlo, uno dei momenti più alti di quel Vol. 1 era proprio firmato dalla coppia Dylan-Petty e, permettetemi di dirlo, canzoni come Tweeter and the Monkey Man suonano ancora oggi come appartenenti a un'altra categoria:
In una fredda mattina di gennaio 2009 ero a Firenze, al baretto di via degli Alfani dove eravamo soliti temporeggiare con caffè e sigarette prima di andare a lezione, ma quel giorno il clima era troppo ostico perfino per il più incallito dei tabagisti. Ce ne stavamo dentro, abbastanza pressati, tutti avvolti nei nostri cappotti pesanti, intenti ad abbracciare il calore rilasciato dalle tazzine. In un angolo, sul fondo del banco, trovava spazio un piccolo televisore a tubo catodico sempre acceso su una delle due, tre maggiori reti musicali del momento. Lo tenevano appoggiato su un mobiletto alto, lo stesso su cui, in un ripiano più basso, stava il micro-onde impiegato per riscaldare i primi veloci dell'ora di pranzo. Quella mattina mi venne da alzare gli occhi, tanto per vedere se passavano la musica di cui "abusavo" in quel periodo (su tutti, Oasis, Who, Stone Roses, Caparezza, Joy Division, e, ovviamente, Bob Dylan). E invece, da principio, riconobbi un giovane Johnny Deep strimpellare una chitarra acustica davanti a una piscina e poi, sul ritornello, il buon, vecchio Tom Petty vestito come un personaggio di Alice nel paese delle meraviglie. Into the Great Wide Open entrò così nella mia vita, sotto forma di un (bel) video musicale. Mica male per essere già nell'era che avrebbe portato MTV al tracollo e, infine, alla morte.
Seppure fossero passati almeno un paio di anni da quando avevo ascoltato quella manciata di canzoni in formato mp3 e neanche tre dall'acquisto di Highway Companion e Tom Petty & The Heartbreakers, la musica del gruppo tornò con una certa, inattesa veemenza nelle mie giornate. In un momento in cui ascoltavo quasi esclusivamente musica inglese, bazzicavo ambienti in cui si sconfinava spesso nell'inconsistenza della musica indie, cercavo di adattarmi come potevo al declino- già clamorosamente manifesto -di quelli che nel quinquennio appena trascorso sembravano dover essere il futuro della musica rock, o almeno di quel poco che ne era rimasto. Mancava poco allo scadere della prima decade del nuovo millennio, i critici (quelli validi e competenti, ovviamente) facevano fatica a mettere insieme dieci grandi dischi per gli anni Duemila, c'era la crisi, ma ancora doveva iniziare a mordere come dio voleva, l'università era piena di questi hipster (che ancora non avevano preso in prestito quel termine) in fissa con Obama e oscuri gruppi "alternativi" capitolini i cui nomi, negli anni a venire, sarebbero purtroppo divenuti noti ai più, e io cosa facevo? Spendevo la modica cifra di 9,90€ da Alberti Dischi per la mia copia di un disco americano datato 1991. In quell'inizio 2009, Into the Great Wide Open fu uno dei rari, sparuti raggi di sole intenti a perforare la mia quotidianità. Fu per lungo tempo, inevitabilmente, il mio album preferito di Tom Petty & The Heartbreakers.
Scavalcati i vent'anni, ebbi i miei bei alti e bassi privati, e Tom Petty lo lasciai di nuovo andare. Senza dubbio avevo piacere nell'ascoltare canzoni sparse qua e là: Mary Jane's Last DanceAngel DreamThe Best of EverythingDon't Come Around Here No More (questa sì che nel video doveva diverse cosette alla Alice del libro), AssholeHurt sono pezzi che non dovrebbero mancare nella discoteca degli appassionati, ma mi sembrava che la musica degli Heartbreakers nel XXI Secolo avesse perso mordente, urgenza, potenza, istinto e poesia. Mojo mi fu passato in chiavetta usb e fui ben lieto di non averne manco lontanamente considerato l'acquisto: sorbirsi per oltre un'ora Petty e Campbell che fanno (male) il verso ai Black Crowes non faceva parte dei miei programmi. Senza contare poi che la chitarra di Mike aveva dato un'ottima figura di sè nello splendido Together Through Life di Bob Dylan, disco che, al contrario di Mojo, figurava nella mia heavy-rotation da mesi e ci sarebbe rimasto per almeno un altro anno inoltrato. Di lì a poco il gruppo sarebbe tornato, per il giubilio di ormai due generazioni di appassionati, nel Belpaese: il 29 giugno del 2012 gli Heartbreakers suonarono a Lucca in piazza Napoleone il loro primo, vero concerto italiano (nelle cinque date del 1987, per quanto parzialmente leggendarie, figuravano come band di supporto). Il Comune temeva poca gente, ma la piazza finì col riempirsi. Le cronache musicali "del Bene" parlarono di un gran concerto. Posso crederci, così come sono sicuro che, se Babbo Natale fosse passato con un paio di anni di anticipo a recapitarmi il recuperato cofanetto The Live Anthology, avrei rotto ogni indugio e mi sarei organizzato.
Locandina del concerto di Lucca 2012 (organizzazione D&G)

Rimasi soddisfatto maggiormente da Hypnotic Eye, pubblicato in un momento in cui io ero sicuramente meno ripiegato su me stesso e la musica rock sembrava godere, stranamente, di una rinnovata salute: si trattava di quel 2014 pieno di belle sorprese e per Tom Petty e gli Heartbreakers fu anche l'anno che li vide vincitori di un Grammy come migliore album (scelta ampiamente discutibile, ma tant'è). Ci sono vari tipi di dischi: alcuni additano come loro preferiti quelli che, al primo ascolto, convincono poco, magari suonano acerbi e per nulla piacevoli ma poi, col passare del tempo, finiscono col conquistare. Ovviamente, sono i dischi che si aprono maggiormente- anche a distanza di molti anni -a rivalutazioni critiche di ogni genere, quelli per cui anche le migliori penne si sperticano con imbarazzante ritardo, tirando fuori posticci confronti col mondo dell'enologia e, più in generale, con tutto ciò che invecchiando migliora. Poi ci sono i dischi belli sempre, i capolavori, quelli che ti fanno dire "punto e basta": sono pochi, se paragonati all'offerta, pochissimi. E poi ci sono quei gran bei dischi da quattro, quattro stelle e mezzo, quelli che si beccano un voto compreso fra otto e nove (su dieci) ma che, col passare dei mesi, talvolta degli anni, svelano la loro vera natura: dischi da sei e mezzo, sette, al limite sette e mezzo. Ecco, a furia di ascolti, Hypnotic Eye finì col legarsi a quest'ultima tipologia: lì per lì lo presi per il giusto verso, ovvero per il più bel disco di Petty e soci dai tempi di Into the Great Wide Open, ma non ci mise molto ad assestarsi su livelli leggermente inferiori e ad andare a tener compagnia a roba notevole eperfino meno considerata come la colonna sonora di She's the One o Long after Dark.
Per tornare a convincermi che Tom Petty- ormai plurisessantenne -era ancora in grado di proporre una musica per quelli come me, gente che viaggia generalmente lungo le blues highway del proprio animo ed è alla ricerca del proprio nido di stelle, ci volle un disco in particolare: Mudcrutch 2, finito recentemente anche in qualche classifica di fine anno qui sul blog. Per chi si fosse perso la storiellina, i Mudcrutch erano un gruppo da pub, quello assieme a cui Petty- che ne era il leader -lasciò la Florida nei primi anni Settanta e andò in California in cerca di fortuna. Con questo nome, mentre si trovavano ancora di stanza a Gainesville, pubblicarono il primo 45 giri. Up in Mississippi Tonight fu prodotto e pubblicato, in tiratura minima, da un grossista di peperoncini appassionato di musica e fondatore di una piccola etichetta, la Pepper Records. Era il 1971, Petty aveva ventuno anni, Campbell e Trench erano già i suoi musicisti, e un ulteriore chitarra solista era quella di Tom Leadon (fratello di Bernie degli Eagles). Il successo sarebbe dovuto arrivare dopo il trasferimento sulla costa Ovest, grazie al contratto con l'indipendente Shelter (nella cui scuderia avevano parcheggiato i propri bolidi leggende del calibro di JJ Cale e Freddie King) e, soprattutto, al singolo Depot Gas, datato 1975 ma ineluttabilmente rimasto invenduto e, di conseguenza, fuori dalla classifica Billboard 200. Tale fallimento decretò la fine dei Mudcrutch, che rimasero un semplice gruppo da due singoli e quattro canzoni fino al 2008, quando Tom ebbe la brillante idea di riformarli e di tornare a offrire al proprio pubblico- in particolare alla vecchia guardia -una musica molto diversa da quella che ormai era solito suonare con gli Heartbreakers senza però dover sciogliere o mettere in pausa la sua creatura più famosa. Mudcrutch 2 mi colpì da subito per essere un gran punto di arrivo, superiore perfino all'ottimo predecessore che avrei recuperato in seguito. Un disco così da Petty, ormai, chi se lo aspettava più? Che chitarre, che suoni, che voce, che incredibili aperture melodiche. E poi quell'incredibile clip diretta da Sean Penn e con Anthony Hopkins per I Forgive It All, che, oltre a commuovermi, mi ricordava di come in fatto di gusto e cura dei propri video Petty fosse sempre stato uno dei numeri uno nel suo ambiente.
Recentemente leggevo che uno studio compiuto in USA su individui che hanno da poco superato la cinquantina ha dimostrato che le canzoni, i libri e i film "rei" di aver segnato le loro esistenze sono stati tutti scoperti fra gli 0 e i 27 anni. Quando è uscito Mudcrutch 2 avevo esattamente questa età: dunque, se questo studio dice il vero, quello che si è purtroppo rivelato l'album di addio di Tom Petty potrebbe anche passare alla storia come uno degli ultimi dischi in grado di aver inciso, anche solo vagamente, sulla mia vita? Non lo so e non lo voglio sapere. Quello che so, in compenso, è che Tom Petty non potrà più tirar fuori cartucce da quel cinturone che tanto ammiravo, da adolescente, sulla copertina del suo primo album. E che la mia condivisione su Facebook di American Girl risalente alla sera della sua morte ha avuto due likes. E che la nostra (dis)informazione è fra le peggiori al mondo anche quando si tratta di scrivere un coccodrillo di due righe sulla scomparsa di un artista dal richiamo internazionale. In quanto a esempi, potrei partire dal quotidiano della famiglia Agnelli (carta straccia filopadronale come ne è rimasta poca in circolazione)...
... alle falsità gratuite perpetrate da la Repubblica, che dal titolo suggerirebbe un intervento di tale Castaldo, ma che, stando ai fatti, lascia che il commento appartenga al morto che cammina Ernesto Assante, il quale, a sua volta, non manca di inforcare una puttanata dietro l'altra: dapprima occhieggia ad una nota canzone dei Corvi, poi allude ad una non ben specificata "generazione degli anni Ottanta" (la prima band di Petty, vorrei ricordarlo, si forma attorno al 1969):
Nel giro di alcune ore, il quotidiano marchiato Scalfari rincara la dose, definendo Petty un "rocker autodidatta". Epiteti macabramente sbellicanti che nemmeno il Mago Silvan sarebbe in grado di tirar fuori dal suo cilindro:
Infine, se l'incompetenza dei giornalisti italiani finora aveva fatto capolino solo dalle colonne più consuete, dalle pagine in odor di Confindustria di quello che si autoproclama ostinatamente "il giornale più venduto d'Italia" (ebbene sì, mi riferisco al Corriere della Sera) arriva per commentare la scomparsa di Petty- a firma di tale Cruccu -un'ulteriore carico di boiate.
Qualcuno, puntando il dito sul fatto che si parla di una materia che conosco bene e di un artista che stimavo enormemente, potrebbe accusarmi di eccessiva pignoleria, ma non è così. Non è un problema di "ciò che mi piace" o dei "nostri poveri artistiiiiii!!11111!!!!1" o della "nostra bellah musikaaa", no. Qua è proprio un problema di saper informare, di essere in grado di mettere in fila le parole e di saper controllare le fonti. Non è stato così, stavolta, con Tom Petty: è così tutte le volte, perfino con quei nomi noti alle cronache e riguardo ai quali, per lo stesso motivo, la raccolta di semplici informazioni basilari dovrebbe risultare perfino più agevole. Una vergogna che finisce con l'accompagnarsi al dispiacere di una perdita tanto grande, per la quale- al contrario di certe categorie professionali -non ho in serbo alcun epico discorso. Mi risparmio la retorica dell'ennesimo, inutile coccodrillo blogghettaro. Ho bellissimi ricordi con la musica di quest'uomo, e tanto mi basta. Oggi, nella sua città natale, Gainesville, in Florida, un intero stadio di football si è fermato per rendergli omaggio. Non è stato difficile, in questi giorni, leggere belle frasi e commenti profondi da parte dei tanti colleghi illustri che ne hanno voluto commentare la morte. In queste occasioni poi si aprono i rubinetti: escono fuori video inediti, foto mai viste, e altre cose, quasi tutte paradossalmente piacevoli. Debbo riconoscere, però, che il più bel pensiero mi è capitato a tiro sulla pagina Facebook del cantautore cecinese Cesare Carugi, uno parecchio attivo nella mia regione, la Toscana, senza mai passare per provinciale (tant'è che i suoi tour sono molto seguiti anche nel resto d'Italia). Un cantante completo, un professionista in studio e sul palco (per quanto abbia assistito a un suo solo concerto), un autore che sfida diktat e cliché e canta, orgogliosamente, in inglese. L'ho visto in azione al tempo in cui promuoveva il suo Here's to the Road, ed è un vero talento di casa nostra, uno che negli USA farebbe i numeri senza rischiare di finire a Nashville a suonare country di plastica per casalinghe annoiate. Ecco, Carugi, la mattina del 3 ottobre scorso ha scritto, fra le altre cose, che "non solo i dischi dovrebbero suonare così, è la vita che dovrebbe sempre suonare come Tom Petty". Non credo ci sia da aggiungere altro.

*CONSIGLI PER GLI ACQUISTI*

*"Er'pokerino", ovvero i 5 dischi di Tom Petty con gli Heartbreakers da avere*
1.
Tom Petty & The Heartbreakers (Shelter Records, 1976) 

2.
Damn the Torpedoes (Backstreet Records, 1979) 

3.
Hard Promises (Backstreet Records, 1981) 

4.
Southern Accents (MCA, 1985) 

5.
Into the Great Wide Open (MCA, 1991) 

*L'uomo solo al comando*

Full Moon Fever (MCA, 1989) 

Wildflowers (Warner Music, 1994) 

*Dal vivo*

The Live Anthology (Reprise, 2009, 4 Cd) 

*Collaborazioni, miscellanea, fuoriserie*

Traveling Wilburys, Vol. 1 (Warner Music, 1988) ½

Johnny Cash, Unchained (American Recordings, 1996) 

Mudcrutch, 2 (Reprise Records, 2016) 

lunedì 25 settembre 2017

Rolling Stones @ Lucca Summer Festival, 23/09/2017 [Extra]

 29 agosto 2008.

A Poggibonsi, stasera, sembra quasi fresco. Strano, perchè sin dall'infanzia ho sempre percepito il paese che mi ha dato i natali come molto più caldo rispetto a quello in cui ho sempre abitato. Vuoi per campanilismo, vuoi che sia stato edificato in mezzo a una buca brutta e umida, vuoi che sono sempre stato poco avvezzo a bazzicarlo nei mesi estivi preferendogli il "bel mi'Colle", ma sono convinto che, nonostante la distanza ammonti soltanto a sette chilometri, questa escursione termica non sia solo frutto di una presunzione tutta colligiana. E poi è fine agosto, la maturità è un ricordo lontano, l'adrenalina dell'epica trasferta berlinese di luglio pure, il futuro un demone che fa capolino dall'altro lato della strada. Non ho voglia di fare nulla, neanche di prendere la tanto agognata patente: e infatti sono arrivato in autobus. Per il ritorno sono sempre in tempo a organizzarmi.
Vado al cinema all'aperto. L'arena estiva del Garibaldi, sala di essai poggibonsese storica, è la mia preferita. Venti giorni fa ci abbiamo visto con tutto il gruppo Il cavaliere oscuro di Nolan: bello, lungo, un film importante e insolito, specie se si pensa che parla di un milionario in calzamaglia che si veste da pipistrello ed esce di notte a picchiare i malviventi. Tuttavia, la compagnia di ragazzi che lambisco da alcuni mesi non ha i miei stessi gusti praticamente su niente: mi sto lentamente abituando a questa stranezza e a volte sento di fare un gran fatica. Ma immagino che la vita che mi aspetta, quella da adulto, funzionerà più o meno alla stessa maniera. Dunque stasera sono solo e pure eccitatissimo: vado a vedere Shine a Light di Scorsese, il film con e sui Rolling Stones uscito lo scorso aprile e "parcheggiato" solo per poche sere al Politeama.
Il Nikke non è con me per tre motivi: il primo, è che da oltre un anno è molto fidanzato; il secondo, è che ha già scaricato e visto il film mesi prima; il terzo è che si trova ancora al mare. Il primo motivo lo ha condotto, sempre in tempi recenti, a prendere una necessaria, dolorosa decisione: per lui, fra Beatles e Rolling Stones hanno vinto i Beatles. Alla sua Lady Jane piacciono di più i  baronetti. <<Okay, Nikke, non ci sono problemi. A ognuno il suo. Siamo nel 2008, quarant'anni fa ci saremmo scannati verbalmente e fisicamente su un tema simile... oggi tutto vola via, dimenticato nell'arco di qualche giorno...ci sono cose più importanti a cui pensare, tipo a quale università iscriversi, eccetera...>>. Pensieri come questi mi accompagnano fin dentro la biglietteria. La signora mi sorride: conosce bene i miei gusti, sa che non potevo mancare. Ordino una Coca Light al bar e mi accomodo nel cortile dove si svolgono le proiezioni. Pochi ragazzi dell'età mia (è agosto, tanti sono al mare, altri ancora sperduti per l'Europa a godere degli ultimi scampoli di una libertà irripetibile), mentre non mancano teste calve, ingrigite, canute. Il terreno ha ricominciato a bollire, per fortuna che l'unico neon che illumina la micro-arena si sta spegnendo: oscurità, calore, odore di polvere e la mia Coca che è già a mezzo. Prologo girato in un bianco e nero bello sgranato. Più che Toro scatenato, mi torna in mente Domino di Tony Scott, film che penso sia piaciuto a me e altre quattro persone in tutto l'Occidente. Dettagli di mani che impugnano bacchette da biliardo ed eleganti pirati i cui visi coperti di rughe sono sovrastati dal fumo. Sembra una versione più intensa e allucinata dell'inizio di The Last Waltz, solo trent'anni dopo. L'occhio di Ron Wood ben attento a colpire la palla, la risata sguaiata, cazzona di Keef, che ormai gioca per partecipare, mica per vincere. Lampade, tappeti orientali, teschi, fiori, sigarette. A proposito, fate fumare anche noi tabagisti del pubblico poggibonsese! Siamo solo ai titoli di testa, ma è già iniziata una sinfonia di accendini Bic e sonore boccate. Anche io appicco il Marlborino. Cinema, cicche e Stones e via, in culo ai benpensanti. Si può desiderare altro?
Da principio, il film si perde un po' troppo nei preparativi, Scorsese nel ruolo di se stesso è  predominante, perfino fastidioso in un paio di punti. L'incontro con i Clinton passa dallo spassoso allo schifoso rapidamente. E' proprio l'ex-presidente a voler annunciare la band, promuovendo una raccolta fondi a favore dell'ambiente: paccottiglia per cui negli USA la gente si strappa i capelli e piange lacrime di coccodrillo ma che, nell'arena estiva del Garibaldi a Poggibonsi, è accolta con glaciale disprezzo, accompagnato magari a qualche laica, sacrosanta bestemmia. Poi però, in pochi secondi, una cinepresa vola giù da un grattacielo, puntando diretta l'ingresso del Beacon Theatre, mentre Marty scartabella nervosamente dei fogli e dalla console di regia urla ai suoi assistenti <<Ok, first song!>>. Jumpin' Jack Flash mi entra in circolo, la vibrazione misteriosa del rock torna ad attraversarmi da capo a piedi. Resto rapito da quel riff che conosco fin troppo bene e che ritengo (a ragione) sublime. Che incredibile botta di vita sgargiante e colorata che sa essere la musica catturata da chi davvero sa farlo. L'atteggiamento è quello giusto, da concerto rock: alla fine del pezzo si applaude fragorosamente, illusi di trovare posto anche noi in mezzo a quei rocckettari filantropi. Svuoto la lattina senza distogliere per mezzo secondo lo sguardo dallo schermo e penso che stasera sono al posto giusto, in mezzo a una setta di fortunati, ma che, prima o poi, io a un concerto dei Rolling Stones vorrei andarci davvero.

23 settembre 2017.

Insomma, è andata a finire che io i Rolling Stones li vado a vedere sul serio.
Data unica, travagliata, particolare. Organizzata dalla controversa agenzia versiliese D&G (D'Alessandro & Galli), questa serata "fuori-abbonamento" del ben noto Lucca Summer Festival è subito giunta agli onori delle cronache per il contenzioso riguardante la location del concerto stesso. La prima trattativa fra D&G e la multinazionale denominata Rolling Stones risale alla fine del 2015. I due promoters volano a Londra con mappe e modellini 3D di piazza Napoleone, spiegano che negli ultimi anni ci hanno suonato tutti i più autorevoli colleghi di Jagger&Richards, da Bob Dylan fino a Neil Young coi Crazy Horse passando per Tom Petty e i suoi cuori infranti. Ma il management delle pietre rotolanti non rimane impressionato: il palco comunale è piccolo, il pubblico limitato, la visibilità poco più che accettabile. Le trattative proseguono, intervengono il sindaco, la giunta, i giornali. Già nell'estate del 2016 iniziano a rincorrersi i pettegolezzi sui Rolling Stones a Lucca, ma ancora D&G non sa neanche dove mandarli a suonare. Gli eroici agenti volano di nuovo, stavolta a New York, con un nuovo, segretissimo progetto in tasca: un concerto fuori programma da suonarsi nell'area ex-balilla rasente le mura della fortezza, un punto in grado di ospitare fra le 60 e le 70mila anime. Gli Stones- in quel momento impegnati nella pregevole turnè sudamericana immortalata nel divertente Olè Olè Olè -devono ancora annunciare al mondo il loro No Filter European Tour, ma i patti vengono comunque siglati. Il resto è storia. Così come è già nella grande storia l'atterraggio a Pisamerda del Boeing 767 modello Rolling Stones:

Provo sensazioni di beatitudine analoghe nel vedere, al TGR, i pirati attraccare nella Pisan Bay e scoprirli veri, in carne e ossa, sorridenti e in forma. Tende comunque a sfuggirmi il motivo per cui, atterrando a Pisamerda e con un concerto da fare a Lucca, abbiano prenotato l'albergo a Firenze. Boh... affari loro! L'importante è benedire sempre chi ha creato Keith Richards.
Sullo sfondo, due sbirri; in primo piano uno che non ha mai avuto problemi di droga,
ma ha avuto problemi con la polizia.
Da parte mia, mi sveglio con un brutto intasamento ai condotti aerei. Cinque starnuti orribili, un paio di madonne, un intero pacchetto di fazzoletti che se ne parte subito. Brancolo nel buio della cameretta e scopro anche di avere un mal di testa discreto. A volte capita, ma oggi, porca puttana, proprio no! Faccio una colazione importante, medito sul gruppo che avrò davanti stasera e anche la capoccia torna in carreggiata. Poi penso a Ron Wood, 60 anni compiuti a giugno, padre di due gemelline di un anno e mezzo, operato di cancro ai polmoni due mesi fa e attualmente impegnato in un tour europeo, e mi sento subito meglio. E Ronnie- al contrario di Keef e, soprattutto, di Mick Taylor -non rientra di certo nella mia top-ten chitarristica, ma la bellezza del rock risiede anche nel fatto che si possono amare così tanti artisti che, alla fine, non sembra nemmeno vero. E se è pur vero che Wood continua ad essere un chitarrista snobbato e maltrattato da chiunque (dai fans, dalla critica, dai suoi stessi compagni di gruppo), io provo per lui una simpatia innata: mi piacciono i Faces, trovo che la bellezza (ineguagliata) dell'Unplugged... and Seated di Rod Stewart debba molto ai suoi interventi chitarristici e reputo i New Barbarians uno degli esperimenti più anomali e interessanti emersi dal decadente rock di fine anni Settanta. Fu proprio Ron, nel 2006, a pubblicarne le gesta a spese proprie tramite la Wooden, minuscola etichetta di sua proprietà.

Verso le 10:30 navigo su Facebook e scopro che la band ha messo a disposizione dei fans una app che permette di votare la canzone fuori-scaletta della serata. Dal sorteggio di Amburgo era uscita vincintrice Under my Thumb (un classico alla stregua di Jumpin' Jack Flash, sicchè niente effetto sorpresa), a Monaco Beast of Burden, a Spielberg She's a Rainbow (ma che problemi hanno gli austriaci?), a Zurigo la cover di Like a Rolling Stone (potremmo esserci). Tento di accedere a "o' sistemone", ma è tutto inutile. In queste occasioni, dovrebbero esser installati per legge dei seggi in ogni comune di Italia. Come recitava quella campagna della Democrazia Cristiana? "Nell'urna Mick Jagger ti vede, Stalin no"? No? Conoscendomi, a istinto butterei via un voto preferendo una outtake come Jiving Sister Fanny, poi ci ripenserei, perchè la lead guitar non è più la Gibson di Mick Taylor: sono passati quarant'anni dal suo addio agli Stones e io- che manco c'ero -continuo a non capacitarmene. Sarò poco imbecille? Perciò, finirei per optare per una perla: Memory Motel, possibilmente in versione No Security (1998).

Cielo un po' nuvoloso, temperatura gradevole, colori neutri. Vado incontro a dei sessanta/settantenni che se la dovranno vedere con un repertorio principalmente redatto nel pieno dell'età testosteronica: insomma, dovrei essere distaccato, preoccupato, dovrei incrociare le dita, confidare che abbiano preso le giuste medicine, che il clima sia benevolo, che il Demonio li possa aiutare. E invece no. La bramosia mi cattura. Lucca è a un'ora e un quarto da casa mia, eppure mi sembra di essere diretto verso il buco di culo del mondo. Essere appassionati di musica può voler dire anche questo: metti in discussione il tuo concetto di spazio-tempo, estrai 45 giri dal juke-box dei ricordi e fai di tutto per garantire che queste canzoni siano la colonna sonora del tuo futuro. All'inizio, ho scelto di raccontare di quando andai a vedere Shine a Light al cinema all'aperto, ma avrei potuto scrivere di quel fine settimana pasquale passato da Nikke, mentre i suoi erano in Puglia, con una copia piratata di Sticky Fingers intenta a girare senza tregua nell'impianto "quello bono" e noi impegnati ad anticipare la moda del mixologist, preparando assurdi drink con tutto ciò su cui riuscivamo a mettere le mani, roba che, se bevuta oggi, ci garantirebbe un giro in qualche scomoda ambulanza diretta al più vicino pronto soccorso. Avrei potuto scrivere di quella compilation che Lea, con infinita amicizia, mi donò in un'epoca che sembra lontanissima e del fatto che non ebbi mai il cuore di rivelarle la scomoda verità: le ultime tre tracce erano state masterizzate in maniera maldestra e il cd si bloccava dopo aver emesso atroci rumori.
Semplicemente Rolling Stones by Lea (2005):
cosa si può desiderare di più (a parte la discografia completa del gruppo, ovviamente)?
E ancora tante cose avrei potuto raccontare su Exile on Main Street, su come corsi a comprarlo dopo averlo visto fra le mani di Matt Damon in The Departed (lo stesso film in seguito a cui presi anche Eat a Peach e detti il via ad un'altra grande storia d'amore, quella con la banda dei fratelli Allman), sul fatto che qualche anno dopo, nel maggio del 2010, regalai il cd a Checca per ricomprarmelo in una doppia versione deluxe definitiva, remixata da Don Was, sul perchè le vacanze di quella stessa estate furono trascorse- ma guarda un po' -al confine con la Francia, dove non mancò una breve tappa a Villefranche-sur-Mer (località comunque di passaggio se da Mentone si vuol raggiungere Montecarlo).
Ferru in Exile (agosto 2010)
O su quel breve periodo in cui la mia canzone da pomicio preferita risultò, di gran lunga, essere Angie (oggi le cose sono molto diverse, e il mio più grande problema, al massimo, è stabilire se e quanto Exile possa essere più bello di Let it Bleed o viceversa, perchè tanto son sempre questi due capolavori di un ulteriore, incredibile poker di capolavori a battersi per ottenere il gradino più alto del podio). Su quando tentai di impedire l'uscita di una recensione di A Bigger Bang sul giornalino della scuola perchè trovavo irritante la totale assenza di critiche a un disco del genere (la recensione, ovviamente, uscì e io non andai a vedere nessuno dei due concerti italiani di quel tour).  In effetti, per comprendere quanto possa essere difficile prescindere dagli Stones, basti pensare che un ragazzo di neanche trent'anni si ritrova con un quantitativo impressionante di aneddoti collegati a loro senza che li abbia mai visti dal vivo. <<Finora...>>, mi ripeto mentre imbocco l'A12 in direzione Lucca. Sono talmente coinvolto che in prossimità di Chiesina Uzzanese mi convinco di vedere Kristen Stewart ballare in un'area di sosta.

Torno in me alcuni metri dopo, quando tutte le altre macchine frenano senza apparente motivo. Intravedo un lampeggiante: <<Non può essere!>>, dico. <<Non dirmi che son gli Stones!>>. Sono gli Stones. Una lunga fila di Mercedes Vito capitanata da un Classe S e da una volante della polizia. Vanno pianissimo. Supero e passo accanto alla carovana praticamente a passo d'uomo. Nella terza macchina, grazie al riflesso sui vetri scuri (ma non troppo) intravedo Charlie Watts. Esulto e penso ad un arrembaggio al Vito. Mi immagino Keith che mi spalanca lo sportello, mi invita a sedersi per uno screw-driver e mi offre una sigaretta. Ho smesso da quattro anni, ma decido che una delle sue non potrà certo ammazzarmi. Per colpa di queste e altre allucinazioni, sbaglio clamorosamente uscita. Sofi mi dà comprensibilmente del rincoglionito.
Mi tocca uscire a Pisa Nord e tornare indietro, bestemmiando in almeno tre lingue. Tento una battuta del tipo <<Però dai, almeno abbiam scoperto quanto sono vicine Pisa e Lucca...>>, ma vengo nuovamente zittito. Prevedo una fila terrificante all'uscita, e invece niente. In larga parte, la mia è ansia da prestazione: due anni fa venimmo in macchina al Lucca Comics e ci mettemmo quasi quattro ore ad arrivare a destinazione. Già all'uscita dell'A12 iniziano a fioccare i cartelli gialli con lingue rosse, noto gruppi di persone parcheggiare le auto in un campo sotto un cavalcavia. Non ci sono segni di autobus e navette nei dintorni. Come e quando arriveranno queste anime perdute? Non è dato saperlo. Proseguiamo. So che ci sono dei parcheggi a pagamento non lontani dalle mura: <<Alle brutte la mettiamo là>>, diciamo entrambi. Mentre faccio il mio ingresso in città e inizio a superare controlli, posti di blocco, strade chiuse e ztl, Sofi legge su internet che tutti i parcheggi sono esauriti. Non mi stupisco, imbocco la vecchia statale che porta in Versilia, ma torno indietro quasi subito. A un certo punto, freno, scendo, litigo con un tipo dietro che non fa altro che suonarmi e riparto. Siamo in città da dieci minuti e sono le 17 quando scorgo un campino da calcio, il cui perimetro è delimitato sia dalla rete di ordinanza che da un muro di due metri lungo il quale ci sono parecchie macchine parcheggiate, presumibilmente di proprietà dei tifosi locali accorsi a veder giocare la squadra. Mi infilo in un buco libero e parcheggio. Cosa diceva Jim Carrey?
I famosi parcheggi esauriti da 15€ distano dalle mura un chilometro, ma noi, grazie a Google Maps, apprendiamo che la piccola via dove abbiamo messo la macchina è appena a un chilometro e trecento metri. Le battute sulle mie botte di culo in fatto di "dove mettere la macchina nel giorno di un concerto sovraffollato", ovviamente, si sprecano.
(Per chi volesse approfittarne in futuro...)
Ci incamminiamo verso le mura. Tanta gente, ma nemmeno tantissima. Nel giro di dieci minuti siamo al primo controllo, il più duro, il più estremo, quello in cui se sei una donna e non porti con te una borsa che rispetti le misure richieste (148x210 cm), vieni rimandata al punto di partenza come nemmeno al gioco dell'oca succede. Sofi ha una borsetta di Zara piccola e pratica: ha giusto lo spazio per contenere borsello, sigarette e biglietti ed è forse più lunga di un centimetro e mezzo. Per la spietatissima organizzazione D&G va benissimo e la fanno passare. Al secondo controllo prendono di mira me, mi perquisiscono e alla fine, delusi, mi fanno lasciare il mio litro di acqua naturale. <<Bottiglia troppo grossa>> dicono loro. Io sorrido, pensando al fatto che, se una persona crede in ciò che fa e vuole farsi esplodere in mezzo a un concerto, può riuscirci senza troppi problemi anche con tutti questi controlli. Il tempo trascorso fra il secondo step e il passaggio ai tornelli mi sembra un'infinità. Osservo un elicottero sovrastare incessantemente l'area dove si svolgerà il concerto, scatto un paio di foto con la piccola digitale che la crew non è stata in grado di rinvenire dentro il mio giubbotto di pelle.
Iniziamo a guardarci intorno seriamente. Offendiamo i token: un sistema che forse poteva andar bene in qualche campo di concentramento- e, ripeto, forse -ma che fa davvero ridere i polli. Da meravigliarsi che i banchi dei token, del cibo, del merchandise vengano presi così accanitamente di mira da chiunque, giovani e vecchi che si accoltellano per un po' di carnazza bruciacchiata e una birra chiara venduta a prezzi che neanche in Costa Smeralda. La stessa gente che passerà il resto dell'anno a piangere miseria, badate bene. Mi sto incattivendo, potrei scadere nel populismo più bieco, quando dei bodyguards molto giovani, con capelli in esubero e intenti a pocciarsi delle splendide e-cigarettes, ci invitano a superare i tornelli. Sono approssimativamente le 18:00 e per noi, possessori di biglietto per il prato settore B, ha inizio un calvario che potrà dirsi concluso solo a concerto finito.
Alle mie spalle, lungo la via crucis.
Non ci vuole molto tempo, infatti, per comprendere in quale razza di trappola siamo finiti. Palco decisamente lontano (non invisibile, eh!), visuale sui maxi-schermi oscillante fra il buono e l'ottimo, nessuna possibilità di movimenti autonomi. L'aria è pesantissima. Penso a chi è indietro di ulteriori sessanta metri e non ha neanche una seconda fila di schermi per gustarsi (nei limiti del possibile) il concerto. Io poi sono miope, quindi tendo a drammatizzare le problematiche di visuale e, in generale, il concetto di lontananza. Attorno a noi si iniziano a creare dei micro-gruppi: dei ragazzi di Catania molto simpatici, dei commercialisti di Segrate con cappellini alla moda (rubati ai figli) e golfino blu, qualche Rolex e qualche canna che, simpaticamente, si confondono, vecchie groupies e giovani rockandroller di assalto con la foto di Brian Jones come sfondo dell'iPhone. L'umanità intera, insomma. Se ne vedono di tutti i colori, mentre dalle casse esce fuori musica banalotta a volume bassissimo. Rifletto su quanto si debba essere tarati di cervello per scegliere di organizzare un concerto in una sottospecie di corridoio quale sono queste mura lucchesi.

Rivolgo gli occhi in alto, verso la tribuna vip. Sul giornale, dopo pranzo, ho letto i nomi di alcune eminenti personalità accorse per l'occasione: Bebe Vio, Susanna Camusso, Emanuele Filiberto. Insomma, una tribuna vip più adatta a un concerto di "Lollo" Jovanotti che non a quello degli Stones. Intorno a noi si mormorano anche i nomi di Richard Gere, Tom Cruise, Vasco Rossi. <<Seeeeh... c'è anche Bob Dylan lassù!>>, urlo io suscitando l'ilarità di alcuni. Perdo la cognizione del tempo, mi sento una sardina. Degli impasticcati del nord di fronte a noi bisticciano con chiunque capiti a tiro, afferrano telefoni, rubano bottiglie di birra. Una ragazza tira fuori dalla borsetta due fogli di carta velina contenenti alcune fette di mortadella e inizia a mangiarle. Mi chiedo come ci riesca: io in questi momenti di tutto ho bisogno fuorchè di cibo.
Tribuna vip
Non so dire a che ore si presentano sul palco gli Struts, degli esagitati e inutili inglesi che hanno l'ingrato compito di aprire agli Stones. I tempi in cui gli artisti convocati per un simile onore rispondevano ai nomi di Stevie Wonder, Ike & Tina Turner, B. B. King, Guns N'Roses, Red Hot Chili Peppers, Black Crowes sono davvero lontani. Tocca sorbirci quasi un'ora di indie-rock dai lievi contorni glam. Il cantante è antipaticissimo: gorgheggia, acutizza, ballicchia. Le canzoni sono tutte uguali, tutte noiose, tutte orribili. Se già la schiena inizia a dolorarmi ed è difficile perfino chinarsi per trovare un attimo di tregua, con questi coglioni come sottofondo diventa davvero dura sopportare il tutto.


Il sole inizia ad andare giù. I monitor cambiano colore. La grafica del No Filter European Tour, con quel giallo rasserenante, allieta i presenti, ma quaranta minuti per cambiare il palco sono comunque tanti. Anche qui, torno a fare il paragone con l'organizzazione dei Guns a Imola e non ci sono confronti. Si spengono le luci e i monitor. I colori del palco virano al rosso. Visto ora, mi rendo conto di quanto sia gigantesco. Fuoco e fiamme: si spalancano le porte dell'inferno. Tablas, djembe, maracas, i primi timidi tocchi di batteria del buon Charlie (che indossa delle cuffie imbarazzanti), i 60.000 che urlano <<Uh-uh>> e Jagger che, dal canto suo, appare e risponde. Quindi aprono con Sympathy for the Devil, pezzo lunghetto e difficile come opening. Non penso che si potesse iniziare peggio. Arrivati al famoso accordo di SI ("Pleased to Meet You...", ecc. insomma) entra in scena Keith Richards. La tempestica chitarra/luce stroboscopica sarebbe anche un'ottima trovata scenica, peccato solo che lui non entri a tempo, che la chitarra abbia un volume da denuncia, che gli assoli siano dei pasticci senza capo nè coda.
Il sentore che stasera il mio rolling stone preferito farà abbastanza pietà è rafforzato da It's Only Rock&Roll, con Ronnie che inizia a svettare nettamente sul resto dei musicisti e Mick che domina il palco. L'approccio a questo brano (brano che nel corso dei vari tour ha finito col diventare uno standard) è piuttosto grezzo e tirato via, potrebbe quasi ricordare gli Stones pelle e ossa del tour americano di Some Girls. Tumbling Dice è assai innocua, la backing band fa fatica a inserirsi, Chuck Leavell e i coristi sembrano frenati. Un vero peccato, perchè la canzone di per sè è uno dei vertici dell'intero catalogo Stones. Riascoltiamocela nella sua versione originaria, va':


Le prime emozioni arrivano quando Mick- che in un buon italiano pronuncia le solite frasi di consuetudine rock -presenta i due brani estratti dall'ultimo Blue&Lonesome, disco che a dieci mesi dall'uscita continua a girare con soddisfazione nei miei canali. Mick Jagger è davvero una bestia che fa razza a sè: ha già mostrato di essere il migliore a cantare, ballare e intrattenere, ma quando tira fuori l'armonica per Just Your Fool finisce di compiere l'unico incantesimo che vedremo stasera in questo posto di merda. I Rolling Stones come pura e semplice blues band dimostrano di valere tantissimo: non gli occorre molto, bastano otto minuti. Poi si passa finalmente a un pezzo da stadio, quello scelto dai fans su internet: Let's Spend the Night Together, roba che arriva dal profondo passato del gruppo ma che tutti riconoscono e cantano a squarciagola. Finalmente i volumi trovano una forma definitiva: Mick e Ronnie sono due fuoriclasse, Charlie e Keith arrancano e fanno una gran fatica a seguire il ritmo dello show. Penso di essere uno dei pochi a provare soddisfazione nel vedere all'opera Chuck Leavell. Prima o poi scriverò di questo meraviglioso tastierista anche sulle pagine del blog, perchè è uno di quegli artisti meritevoli di certi approfondimenti.
Buio. Un minutino di vuoto. Vedo tantissima gente paonazza, soddisfatta come mai in vita propria. Faccio brutti pensieri e mi rendo conto che su sei brani me ne sono piaciuti due. <<Stasera mi sento un po' romantico...>>, dice Mick ridacchiando. Keith si è seduto, una Gibson acustica sulle ginocchia. Con le mie lacrime, ovvero l'oscena versione italiana di As Tears go By irrompe lungo le mura suscitando risate di scherno e battute. Sui giornali diranno che si è trattato di "un fuori programma incredibile", "una sorpresa assoluta", "un regalo per tutti i fans italiani" e di "una clamorsa prima volta". Nulla di più falso: sono sicuro che un precedente esista e Wikipedia me ne dà prontamente conferma: Con le mie lacrime era già stata suonata a San Siro l'11 luglio 2006.
Segue un racconto di Mick: <<Ieri ho passato una bellissima giornata a Firenze. Ho incontrato Theresa May e abbiamo mangiato un gelato su Ponte Vecchio. Delizioso...>>. Sono perplesso, ma non importa: tutta la baracca si regge sulle spalle di questo distinto gentleman ultrasettantenne a cui, professionalmente parlando, è impossibile finora imputare difetti o cadute. Parte una spettacolare You Can't Always Get What You Want. Qualcuno ha detto che la canzone in questione è talmente epica che nulla potrebbe mai rovinarla, e sono d'accordo: ma qui tutti si comportano al meglio, confezionandone e portando a casa una versione di quasi dieci minuti di cui ci ricorderemo a lungo. Ron Wood, in particolare, nel suo assolo conclusivo dimostra una personalità e una bravura che nello stesso periodo di Shine a Light (ovvero dieci anni fa) ancora si sognava, appiattito com'era dietro un Keef già ampiamente prigioniero del personaggio e di certi modi di fare.
Paint it Black è oscena, Honky Tonk Women si regge più sul dialogo fra Mick e i turnisti che non sugli Stones stessi. Segue la presentazione del gruppo e il piccolo teatrino ambulante di Keith Richards. Al di là che finora l'ho abbastanza maltrattato, devo dire che Keith è Keith anche quando, come stasera, non suona e quel poco che suona lo suona male. Rimaniamo noi e lui, lasciato da solo, con quel faccione reso gigante dai maxi-schermi. Rock and roll, droga, siringhe, galera, orge di sesso, un nugolo di figli e nipoti: ogni solco sul suo viso è un tassello di quel crudo mosaico che è stata la vita di una delle massime figure della musica rock. Una vita impavida, spericolata, la vita di uno che, pur suonando la chitarra in maniera non perfetta e tutt'altro che virtuosa, è diventato un'icona dello strumento stesso. La vita di uno che ha scritto e suonato gli album  Beggars Banquet, Let It Bleed,  Sticky Fingers ed Exile on main Street. La vita di uno che non è in grado di riconoscere il proprio operato, il proprio suono, in nessuna delle otto canzoni che compongono Black And Blue (terribilmente affascinante, un disco con cui ho un rapporto adulterino fatto di alti e bassi ma che finisco sempre con accodare al poker del 1968-1973). Uno che ha suonato il concerto di Brussels Affair '73 può permettersi di esibirsi in una Happy brutta come quella di stasera? Direi di sì. Uno che cade da un albero, si rompe il cranio e per due giorni non se ne accorge può anche tediare sessantamila persone con una estenuante Slipping Away? Diciamo di sì, ma solo a patto che di nome faccia Keith Richards.
Keith Richards, 9 settembre 2017
Su Miss You il pubblico si scatena. Gente che prova, inutilmente, a ballare. Il palco è indubbiamente il più bello di fronte a cui mi sia mai trovato: trovare un difetto, un'assenza, una caduta di gusto nella scenografia degli Stones è impossibile. Anche in questo genere di organizzazioni mastodontiche loro sono arrivati prima di tutti gli altri. Era la fine degli anni Ottanta, la loro musica "nuova" non funzionava più bene come nel decennio precedente e dunque c'era bisogno di altri trucchi per far uscire comunque il coniglio dal cilindro. Eppure anche Miss You stenta a entusiasmarmi, nonostante venga affrontata in maniera molto più diretta e stradaiola rispetto a quell'odioso spettacolino da puttanieri che era diventata negli anni Duemila. Non solo la sezione fiati continua a sembrarmi una roba da doposcuola, ma ho pure un altro problema- che magari contribuisce a far di me un fedele assai poco devoto -, ovvero che non ho mai capito cosa ci faccia Darryl Jones nei Rolling Stones. Uno che ha suonato su Decoy merita di finire a fare il turnista di lusso per colmare il posto lasciato vuoto da un Bill Wyman qualsiasi? Non è solo una questione di bravura, ma di stile, di sensibilità.
Arriva poi il momento che aspettavo maggiormente, un altro di quei cavalli di battaglia che non potranno mai venir meno: Midnight Rambler, uno dei più bei doni che la musica abbia mai fatto all'umanità. Cado su una certa nostalgia: quanti film mentali fatti su questo bluesaccio assassino. Ho perso il conto delle versioni live in cui la posseggo. Ovviamente è il vertice di Brussels, ma anche il cuore di Get Yer Ya-Ya's Out, la maratona chilometrica (oltre quindici minuti) di L.A. Forum: Live in 1975, la cristallina esecuzione di Live at Tokyo Dome 1990. Mick riprende l'armonica in bocca e via, verso nuovi orizzonti. Perfino Keef non combina troiai. Una cavalcata lunga, selvaggia, cruda, "senza filtro", appunto.
Inutile dire che il concerto potrebbe anche concludersi qua. Dodici minuti di Midnight Rambler cedono invece il posto a una stringata Street Fightin' Man. Lancio un'occhiata all'area vip: lo sapranno almeno di cosa parla questa canzone? I nordici impasticcati ricominciano ad agitarsi, sospinti forse dal fatto di conoscere la canzone. Urlano, danno il via a cori assurdi e fuori tempo. Se già è dura essere in 50.000 in un recinto per polli, personaggi di questo tipo non fanno altro che emanare squallore e attirarsi le antipatie di chi gravita nella loro orbita. Purtroppo, tornano a dare di matto non appena Keef intona il riff di Start me Up. Come una canzone del genere sia tuttora una delle più amate dal pubblico degli Stones per me è un grande mistero. Nata da uno spunto chitarristico simpatico (ma non geniale) di Richards, ci mise sei anni per trovare un verso definitivo che la rendesse spendibile come singolo (scritta e incisa per la prima volta nel 1975, non uscì prima del 1981). Start me Up è stata fortunata due volte: la prima è stata quando- come tutto Tattoo You -è finita fra le mani dell'ingegnere del suono Bob Clearmountain; la seconda è stata quando Bill Gates l'ha scelta personalmente per la campagna di lancio di Windows 95. A mio avviso, non ha altri motivi per essere considerata memorabile. Senza contare che i quattro minuti e mezza che occupa da trentacinque anni nei concerti del gruppo potrebbero essere spesi molto meglio.
Difficile non esaltarsi con Brown Sugar, anche se la coda strumentale senza Bobby Keys assume tutto un altro sapore e poteva tranquillamente finire con qualche minuto di anticipo. Ancora una volta, guardo Mick Jagger e mi sembra incredibile: settantaquattro anni, puttana l'eva! Cosa altro può fare nella vita uno del genere se non questo? La Brown Sugar di stasera dunque non è memorabile, nè tantomeno perfetta, ma basta a ritrovare energie insperate per noi sfortunati spettatori del prato settore B.
Satisfaction, una delle tre canzoni più famose di tutti i tempi, un brano su cui è stato costruito un buon ottanta per cento della musica rock a venire: difficile regalare al proprio pubblico una versione più sfilacciata e "scarica" di questa lucchese. Posso comprendere gli evidenti problemi che Keith ormai manifesta nel suonare anche un banale giro di r&r (gli stessi problemi per cui, dal banco del mixer, i suoi volumi fanno su e giù da circa due ore), ma sentirlo tornare all'attacco con i suoi errori da novellino è davvero sconfortante. Sofi nota il mio disappunto e ride, mentre io scuoto la testa. Il pubblico è in uno stato di estasi generale che inizia a farmi sentire a disagio. La scaletta del tour è talmente arcinota che la gente neanche si prende la briga di richiamare il gruppo sul palco. Di solito, il bello dei bis è che devono essere sudati, cercati, voluti. Non stasera, però. Ho applaudito quattro volte, non ho praticamente cantato nessun brano per intero, ho la schiena indolenzita e ho preso coscienza che oramai di una delle luci guida della mia vita è rimasta solo la scia. Vorrei andare via adesso, ma mi sembrerebbe di dargliela vinta. Gimme Shelter è con ogni probabilità la più grande canzone di tutti i tempi. Non scherzo: ogni volta che sento quei cinquantuno secondi iniziali (impossibili da replicare live nel tour del 1972-73, figuriamoci oggi!) mi vengono i brividi. Maledizione, tutta questa bellezza finisce sempre col cogliermi impreparato. Mentalmente cerco di ripercorrere la versione studio del pezzo, ma finisco col fare peggio: e poi cosa vuole questa Sasha Allen da Mick? Bercia, urla: sembra di essere finiti alle sessions in cui Leona Lewis fece a pezzi One, con tanto di placido assenso di Bono Vox e compagni. Uno schifo di fronte a cui varrebbe la pena rivalutare perfino qualche remix in stile chill-out.
Chiude la serata Jumpin'Jack Flash, pallida imitazione di quella che apriva i giochi in Shine a Light. Ascolto il riff, nemmeno malaccio, più convincente di quello suonato a Roma tre anni fa, ma non basta. So che fra meno di dieci minuti ci saranno i fuochi di artificio, gli applausi e gli inchini, ma l'unico pensiero che ho è uscire da questo carnaio. Si rivelerà un'idea vincente. I fuochi esplodono che noi siamo appena usciti dal perimetro principale. La situazione esterna è fuori controllo: persone accatastate sui tetti dei cessi chimici, appese alle impalcature in metallo dei cartelloni pubblicitari, arrampicate fin sopra gli alberi. Un vero delirio: costringere gente letteralmente di ogni età che ha speso fra i 126 e i 250 euro ad assistere in queste condizioni allo show di un gruppo rock va contro ogni regola morale. E' un fatto gravissimo, che si commenta da solo.
Nell'insieme può apparire esagerato parlare di delusione generale, perciò cerco di guardare il bicchiere mezzo pieno: ho visto uno dei gruppi cardine della mia formazione musicale e personale esibirsi dal vivo e questa è la cosa che mi premeva di più. Ma per questo motivo non posso staccare il cervello, dire che è stato bellissimo e che nulla lo eguaglierà. Va bene, a livello scenografico è stata un'esperienza indimenticabile: rimarranno probabilmente ineguagliati nel saper tirare su lo show, ma i meriti sono largamente condivisi con i quasi duecento tecnici che da venticinque anni la band si porta a spasso per il mondo. Va bene che Charlie Watts veleggia con una certa disinvoltura per gli ottanta, ma rispetto a tutto il resto sparisce: e se è vero che fino a qualche anno fa poteva condividere con Phill Rudd degli AC/DC la nomea di impeccabile uomo-metronomo del rock, qualche colpo lo inizia a perdere. Di Keef ho già scritto troppo, mentre non penso che ci siano abbastanza encomi per Ronnie. Non lo dico perchè da due mesi è senza mezzo polmone, ma perchè è un chitarrista clamoroso, non si adagia sugli allori, non si accontenta, continua a osare, ha iniziato da relativamente poco a sperimentare (specie nei blues) e a battere strade inusuali e apprezzabili per un gruppo in circolazione da cinquantatrè anni. E infine lasciatemi dire che non è una leggenda metropolitana: Mick Jagger è indubbiamente il più grande cantante al mondo. Poche storie. Non avrei mai pensato di arrivare a sostenerlo, io che sono uno stonehead anomalo, bastardo e storicamente innamorato della Telecaster di Richards e della Gibson di Taylor, ma è così. Facciamocene una ragione: se un uomo di 74 anni sa comportarsi così di fronte a sessantamila persone non solo può essere utile a capire lo stato attuale in cui versa la musica leggera, ma anche a suggerire che ci deve essere qualcos'altro sotto. Qualcosa che non ha niente a che vedere col preferire il jogging alla cocaina, l'acqua minerale al cognac, il tantra al viagra. Penso piuttosto che il segreto risieda nel prendere coscienza di ciò che si è costruito e creato attraverso cinquanta anni e oltre di canzoni  e concerti indimenticabili. Quell'universo di cose, quel modo alternativo di vedere il mondo e di esprimere emozioni che si chiama rock&roll.