venerdì 30 novembre 2012

[Recensione] Di nuovo in gioco

Erano esattamente diciannove anni che Clint Eastwood non recitava in un film da lui  non diretto: l'ultima volta aveva impersonato l'ex-guardia del corpo di Kennedy in Nel centro del mirino, oggi, in Di nuovo in gioco di Robert Lorenz, è Gus, un noto, attempato e scorbutico talent-scout di baseball. Con l'età, la sua vista è peggiorata e la sua reputazione professionale è a rischio. Forse solo un viaggio in cerca di un buon battitore in North Carolina e il tentativo di rimettere a posto il suo difficile rapporto con la figlia Mickey (una Amy Adams bravissima nei panni della rampante avvocatessa virginiana) potranno salvare Gus dalla rovina. A fianco del vecchio scout trovano posto i suoi simpatici e buffi colleghi e Johnny (Justin Timberlake), un giovane scout ed ex-lanciatore dei Red Sox che deve proprio a Gus la sua breve ma brillante carriera professionistica. La lotta fra il vecchio (Eastwood, un uomo d'altri tempi che rifiuta la tecnologia e i modi di fare troppo manageriali del moderno sistema sportivo e che al Blackberry della figlia preferisce una birra e il whisky di malto) e il nuovo (gli spietati dirigenti dello studio dove lavora Mickey, il doppiogiochista vice-direttore degli Atlanta Braves) troverà in un finale quasi disneyano e ad alto tasso di zuccheri la sua soluzione.

Lontano dall'essere un film di Clint Eastwood, Di nuovo in gioco è tuttavia prodotto da lui per la sua Malpaso, diretto da un suo storico collaboratore e curato dai soliti tecnici a lui cari. Si tratta di un dramma tinto da uno humor a tratti gradevole e a tratti invadente, realizzato con un buon cast e una storia fortemente "scolastica", sia nella regia che nella morale/predicozzo. Alcune scene (fra cui quella al lago, con Timberlake che viene colto da una gran voglia di fare un bagno) rasentano l'imbarazzo, altre sono da sconsigliare ai diabetici, ma quando ci imbattiamo nel mondo di Clint Eastwood, un mondo fatto di buona musica, birra, sigari e uomini che "sputano, bestemmiano e ruttano" si prova una sensazione di "casa". Un paio di battute e l'inquadratura finale, con Gus che si allontana fumando il suo sigaro rimarranno; per tutto il resto, ho forti dubbi.

martedì 27 novembre 2012

Cosa aspettarsi da "Machete Kills" [Scosse]


Quando mi imbatto nella filmografia di autori come Robert Rodriguez mi domando: questo tizio vestito da cowboy e brutto come il peccato è un bravo regista di genere o è solo un gran furbacchione? Se si guardasse Desperado e subito dopo Le avventure di Sharkboy e Lavagirl, sarebbe legittimo nutrire dei dubbi nei confronti dell'illogico excursus cinematografico di questo autore. E visto che negli anni ho dovuto alternare film che adoro come Dal tramonto all'alba (ne parlavo anche qui) ad aborti quali il terzo Spy Kids (che tuttavia ha anticipato Avatar sulla rivalutazione del 3D), ho voluto consolidare una mia libera e personalissima teoria: Rodriguez, sin dall'inizio, ha prodotto i suoi film "buoni" finanziandoli grazie ai ricavi dei suoi film "cattivi".

Un grazioso scatto dal set di Machete Kills










Nel 2013 il mondo di Robert Rodriguez tornerà in sala, fissato sulla pellicola di Machete Kills, sequel del capolavoro del maestro texano. Iniziamo col ricordare che, prima dei titoli di coda del primo film, una voce fuori campo annunciava il ritorno dell'eroe interpretato da Danny Trejo (uno dei più grandi attori di sempre) in ben due film, due film che (forse) neanche erano sulla carta al momento in cui Machete veniva montato. Si sa che Rodriguez, prode artigiano del cinema, ama scherzare, ma ogni sua "burla" professionale quasi sempre porta a qualcosa di serio: tanto per fare un esempio, nel 2007, fra i finti trailer girati per l'intervallo di Grindhouse, spicca quello di Machete, che solo tre anni dopo sarebbe divenuto il capolavoro che tutti conosciamo; così, se anche quell'annuncio di due sequel fosse nato come scherzo, adesso sta per diventare (in parte) realtà. Le riprese del film sono iniziate a luglio e il casting offre come sempre uno spettacolare carnevale recitativo: scortato dalle ormai consolidate "spalle femminili" (Jessica Alba e Michelle Rodriguez), Danny Trejo dovrà misurarsi con il cattivo Luther Voz (interpretato da Mel Gibson) e con lo sceriffo "repubblicano" Doakes (William Sadler). Interverranno anche un improbabile presidente USA (Charlie Sheen), il pistolero Zaror (Marko Zaror), la dark-lady La Chamaleon (Lady Gaga) e il misterioso Gregorio Cortez (Antonio Banderas). Confermato anche il ritorno della "finta suora" April Booth (Lindsay Lohan) e del mitologico Osiris (il buon veterano dell'horror Tom Savini). A questo punto le domande sono due:
1- A quando l'uscita di Machete Kills?
2- A quando l'annuncio di inizio riprese per Machete Kills Again?

Rodriguez è un regista serio e- per citare il buon Osvaldo Paniccia -"non si può prendere sotto gamba".

mercoledì 21 novembre 2012

Cosa aspettarsi da "Lo Hobbit" [Scosse]


Lo Hobbit è il primo libro di Tolkien che ho letto. Il primo e il mio preferito. Devo ringraziare la mia insegnante di italiano delle Scuole Medie Inferiori per avermi introdotto allo scrittore fantasy per eccellenza: fra la prima e la terza media avevo già letto, oltre a Lo Hobbit, Il cacciatore di draghi (in una vecchia edizione Einaudi, se la memoria mi assiste) e Il signore degli anelli (la prima di due volte) entrambi libri impeccabili, ma lontani dalla perfezione complessiva del mio "primo amore tolkieniano". Gli altri fantasy non mi sono mai interessati: non che non ci abbia provato con Le cronache di Narnia di Lewis (quello che si dice un brutto libro) o con Eragon di Paolini (quella che si dice una cattiva idea, pallosa all'inverosimile), ma niente da fare; l'ultimo tentativo l'ho fatto lo scorso inverno, quando ho vomitato dentro la Feltrinelli sfogliando una Cronaca di non so che cazzo della Troisi. Per farla breve, a me il fantasy proprio non piace, però mi piace Tolkien. Tanto. Così come mi piace la trilogia cinematografica di Peter Jackson, alla quale a dicembre si andrà ad aggiungere il primo di tre nuovi film tratti dal mio amato Lo Hobbit. E, se posso permettermi, le aspettative non sono poi delle migliori.
Io sinceramente speravo in un lungo, unico film; tuttavia, un paio di anni fa, Jackson ha comunicato la decisione di dividere il film in due pezzi (Andata e Ritorno), cosa che se da una parte avrebbe contribuito ad aumentare la portata "commerciale" (e dunque economica) dell'operazione, dall'altra avrebbe comunque mantenuto intatta la materia della storia: il romanzo di Tolkien è infatti diviso in maniera analoga. Il problema è stato quando, durante l'estate, il noto regista neozelandese ha annunciato una trilogia de Lo Hobbit, e io di conseguenza mi sono fatto alcune domande. La prima è: di cosa parleranno questi tre film tratti da un romanzo di quattrocento pagine? La seconda è: quanto durerà ciascun film? Ciò di cui ho paura è che Jackson voglia adottare la tattica de Il signore degli anelli per un film che molto semplicemente non la necessita. Per quanto lunghe possano essere certe battaglie e per quanti personaggi possano usufruire di una messa in scena adeguata, Lo Hobbit contiene un terzo degli aspetti presenti nella monumentale opera maxima di Tolkien. Quindi, se ogni film durerà tre ore come i suoi fortunati predecessori, sarà un film sul "nulla": dialoghi riportati alla lettera e con pause interminabili, porte che si aprono e si chiudono in piani sequenza lunghi quindici minuti e primi piani con messa a fuoco sapientemente dosata sulle ciglia di Ian McKellen potranno essere solo alcuni di questi ingredienti. D'altro canto, mi domando che senso abbia (in termini artistici e non commerciali) il presentare tre film di un'ora e mezzo l'uno dal dicembre 2012 al Natale 2014. 
Concludo dicendo che il film non potrà deludere su un paio di cose: l'ambientazione, epica e meravigliosa come sempre, e i personaggi. Peter Jackson è un cane di regista, ma gli va dato atto di aver saputo immaginare e di aver messo in scena cose bellissime. E visto che questo magnifico incapace con tanta fantasia e un grande budget ha concretizzato splendidamente i sogni di molte persone (me compreso) già una volta, non vedo perchè non dovrebbe concedere un bis.
Anzi, un tris.



Il casolare [Trame]

PREMESSA

A neanche un mese dalla pubblicazione qui sul blog di Risvegli di altri tempi, ho deciso di postare un racconto piuttosto lungo, nato da una costola di una sceneggiatura scritta di getto nel 2009. L'unica cosa che non ho mai sopportato di questa storia è il titolo: lo odio, semplicemente. 
Buona lettura.

IL CASOLARE

Nella nuda foschia di un comune giorno invernale, un casolare di campagna veniva circondato da un bel giardino e da ampi cipressi. Dio osservava dall'alto- ovviamente -e si avvicinava lentamente alla Terra. Nessuna musica di sottofondo, solo qualche rumore della natura.
Mise a fuoco la porta di ingresso del casolare, contornandola con una lieve luce d'inverno e separandola dal vuoto totale intorno; gli apparve l'ultimo lembo di terra sopravvissuto a chissà quale catastrofe.
La porta si aprì, e quatto giovani atleti uscirono con passo di corsa, voltando l'angolo dell'abitazione, lasciando l'ingresso aperto. Da lì uscì una ragazza sulla ventina, non molto magra, e si sedette. Era in tuta e portava spessi occhiali da vista; se li tolse e ne osservò, con molta calma, le lenti, per poi riporli delicatamente sul suo naso irregolare. Tirò fuori dalla tasca dei calzoni un pacchetto di sigarette, e, accesene una, iniziò a contemplare quanto vago apparisse il mondo in quell'istante. Trasalì segretamente nell'udire un rumore di passi; socchiuse lentamente la bocca, un po' stupita; buttò fuori il fumo con più velocità rispetto a quanto avesse fatto prima. Sopraggiunse, un ragazzo, anche lui poco più che adolescente. Ora erano insieme, Martina e Fabio, ed ella fu la prima a parlare:
- Oh, tu?!
- Oh, io?!...
Martina sorrise e lo invitò a sedersi.
-Ne vuoi una?- gli chiese porgendo il pacchetto di sigarette.
- No, grazie, ho le mie.- replicò Fabio estraendo una confezione un po' più rovinata dalla tasca della sua pesante giacca a vento.
Poteva essere un momento imbarazzante, ma la giovane sembrò venire al sodo con un deciso:
- Come va?
Fabio sbuffò un: - Come deve andare?
- Oh, non so... non ci sono io al posto tuo...- rispose (fintamente stupita) Martina.
- Prega di non trovartici mai.- disse alzando lievemente la voce e lasciando che, sul volto, gli si dipingesse un sarcastico sorriso.
-La tua autocommiserazione mi fa rabbia!- inveì scocciata -Credi di essere l'unico... - al che Fabio alzò la mano e aspirò una lunga boccata.
- Non aggiungere altro! Ti reputo una persona abbastanza intelligente, quindi non uscirtene con frasi scontate e retoriche, grazie.
Martina parve mortificata e abbassò la testa:- Hai ragione, scusa. Però mi sembra incredibile che tu ancora non te...- ma non riuscì a finire neanche questa frase.
-Ho detto basta! Non ti devi preoccupare per me, non credo che morirò per questo, è solo che non sono più vivo dentro.
La ragazza spense la sigaretta, capendo che, per l'amico, c'era ben poco da fare.
- Lei è qui?- domandò lui.
Pausa. Martina ostentò timore nel rispondere alla domanda di Fabio; respirò profondamente prima di aprire nuovamente la bocca. Il tempo sembrò essersi fermato, oppure era il loro modo di vivere che aveva subito una brusca frenata.
- Dovrebbe essere dentro, sì. Ma, ti prego, non creare confusione, proprio ora...- al che fu nuovamente interrotta.
- Come sta?
La ragazza mandò gli occhi in alto e affermò: - Ha voglia...di evadere.
- Ne ha sempre avuta: ama evadere. Evade e lascia in catene chi l'ha aiutata nell'evasione. E' ingiusto, ma, in fin dei conti, che cosa è giusto a questo mondo?
Martina apparve visibilmente disturbata da questa conversazione e angosciata dall'ultima frase pronunciata dall'amico; iniziò ad essere dominata da una forte volontà di andarsene, e Fabio avvertì questo suo progressivo cambiamento.
- Vai pure, se vuoi. Vai, vai...
- Scusa...- rispose lei, quasi piangendo.
- Puoi andare, se vuoi:non sei mia prigioniera.
- No, questo lo so. E' solo che non so come poterti aiutare...
- Nessuno ti ha chiesto di aiutarmi!- replicò Fabio, contribuendo a dare un tono meno pacato alla situazione e assumendo tratti somatici sempre più aggressivi.
- Tutti hanno bisogno di essere aiutati.
- Stronzate!
- Secondo me, è così.
- Ma se neanche sai essere d'aiuto a te stessa!
Con questa ulteriore, estrema declamazione, Fabio sembrava essersi indirizzato definitivamente sulla tortuosa strada dell'offesa. Infatti, Martina si alzò in piedi e,rimanendo davanti alla porta, in un atteggiamento alquanto statuario, iniziò a parlare contro il ragazzo, indicandolo col dito:
- Non ti permettere! Sono qui per ascoltare le tue ragioni, ma non le tue bugie o anche peggio le tue insinuazioni! Capito, brutto stronzo?
Fabio rideva istericamente e ascoltava questa sua amica grassoccia e dai modi sgraziati mettere insieme simili discorsi. Il suo era veramente un atteggiamento irritante. Poi, dal nulla, si pose un freno e si calmò chiedendole scusa.
- Non volevo riferirmi a te con quel discorso sull'aiutare: è solo che io sono convinto- e si accese un'altra sigaretta -che nessun essere vivente sappia essere d'aiuto a se stesso. Nessuno vuole accudire se stesso, perché è comunque come badare ad un'altra persona, forse a qualcuno che addirittura odiamo, dal momento che ce lo sentiamo dentro, ad albergare tranquillamente dentro di noi, negli angoli più reconditi della nostra anima.
Martina recepì questo sconvolgente messaggio e, con un ultimo e disperato tentativo, gli chiese:
- Ma tu non credi di avere Dio dentro?
Fabio sorrise di nuovo e disse:
- Magari è passato, ma temo che si sia messo paura! Peccato: in giorni come questi avrebbe potuto far comodo.
La ragazza scosse la testa, disturbata dalla battuta del giovane miscredente, e cercò di tornare al discorso precedente.
- E dunque per te non è possibile stare tranquillo, da solo, perché hai da odiare il tuo interno?
- Brava! Poi a me non interessa lo “stare tranquillo”, ma non posso dire di conoscere la solitudine, lo stare solo. Nella solitudine, anche se ce la imponiamo allontanandoci dalla società civile, si finisce con l'incontrare Noi Stessi, entità che non si possono vedere, ma che si fanno sentire, che hanno una vita. E così ricerchiamo qualcuno con cui trascorrere la vita, qualcuno che sia in grado di tamponare lo spazio e il tempo che ci dividono proprio da Noi Stessi.
Un po' contorto forse come discorso, ma Martina sembrava averlo afferrato, sebbene non vi si rispecchiasse.
- E tu eri convinto di aver trovato tutto questo?
- Oh, io mi ero voluto spingere oltre!- proseguì -Credevo addirittura di aver trovato la felicità! Come se amore e felicità coincidessero!- rideva divertito -La fine dell'infelicità, forse, è ciò che dobbiamo ricercare grazie all'amore, non la felicità. Quella va lasciata a chi nella vita si è sempre sentito a disagio, a chi vuol farsi prendere per il culo dall'esistenza.
- Cosa c'entra il farsi prendere per il culo dalla vita con l'essere felici?!- replicò lei, nuovamente scocciata.
Fabio batté le mani, creando un rumore che spezzò in due la pesante aria invernale che gravava sul portone del casolare, e parlò:
- Una persona felice si muove con gioia, parla con gioia, pensa con gioia, agisce con gioia, prova sentimenti di gioia e tesse rapporti sociali con persone gioiose perlopiù come lei. Ma poi, un giorno, arriva la Vita, che la coglie alle spalle e le dice che è giunta la sua ora. La felicità finisce con la sua morte e la vita, portata avanti nel modo sbagliato, si prende così la sua rivincita spezzandole il cuore. Pensa te, Marti, una persona che ha sempre vissuto gioiosamente quanto può morire disperata, quanto può temere la Morte.
Martina era stata investita da un'onta di turbamento inaspettata, e tentò di concludere la conversazione nel modo migliore.
- Sai, ti ho sempre ritenuto una di quelle persone che mi bastava guardare o sentir parlare per mettermi a piangere: ciò che hai appena detto è terribile.
- La verità sa essere terribile, mia cara amica.
- Già, a volte me ne dimentico.
Fabio sorrise, stavolta senza sarcasmo, e disse: - Non sei l'unica.
Ella si alzò e aprì ulteriormente il portone; l'amico era rimasto a sedere e la guardava, comodamente seduto sugli alti scalini di pietra.
- Ora io devo veramente andare. Se vuoi restare, chiedi a Suor Caterina di farti mostrare il dormitorio e la mensa. Della palestra non ti parlo neanche, tanto so bene come la pensi su qualsiasi attività che riguardi il fisico.
- Anche tu sei una “palestrata”?- chiese lui, divertito.
- Io non sono niente.
Era una risposta grave, ma fu pronunciata con un sorriso talmente sincero disegnato su quel viso rotondo da farla sembrare quasi rassicurante.
- Meglio, così diventerai qualche cosa o qualcuno.
Martina non se la sentì di ribattere in quel momento.
- Ciao.
- Ciao, Marti.

Dio, a quel punto, volle che il Silenzio fosse l'unico compagno di Fabio. Il portone era rimasto socchiuso, il giovane fissava il vuoto con un impegno maniacale, muovendo lentamente un sopracciglio e le labbra. Si alzò in piedi e, resosi conto che la sua testa sembrava incredibilmente vuota e leggera, fece il suo ingresso nel casolare. Procedette con passo lento lungo il corridoio del piano terra. Le stanze assumevano, agli occhi di Fabio, le sembianze di remote e misteriose spelonche; vi intravedeva sì delle figure umane, ma al contempo sentiva che, se mai Dio fosse passato di là, non sarebbe mai entrato in quelle camere. I quattro atleti lo allontanarono dai suoi pensieri: si strinse verso il muro e li fece passare. Andavano sempre di corsa. Una porta socchiusa, che lasciava intuire la presenza della luce all'interno di un'altra stanza, attirò la sua attenzione. All'improvviso egli sembrò vedersi come in un'immagine ottenuta con l'autoscatto: abbattuto, spaventato, timoroso; la sua mano tremava sulla maniglia, che venne aperta, anche se in modo esitante.
I suoi occhi furono subito riempiti da un mobilio bello, intimo, dai tratti malinconici. Si muoveva con il rispetto con cui molti credenti si spostano in chiesa, osservando alcuni oggetti quasi volesse adorarli: un pupazzo di una papera, un posacenere non molto pieno su cui era stata lasciata una sigaretta accesa, dei fiori messi in un vaso grigio. Una ragazza stava seduta su una sedia vicina alla finestra e dava le spalle al mondo esterno. Egli conosceva bene quella persona, nei cui occhi si era specchiato in un milione di occasioni in passato, eppure era come se la incontrasse per la prima volta. Fu travolto da un'ondata di muta e rigorosa bellezza.
- Che cosa ci fai qui?- disse ella né stupita, né disturbata, né intimorita.
- Io non ci voglio stare qui.
- Nessuno ti ha obbligato a venire.
Fabio venne avanti.
- La tua è una replica banale: non rispecchia ciò che sei veramente. Se può esserti d'aiuto, sono venuto qui per caso, non pensavo di trovarti, soprattutto qui, in questa camera, e oggi, in questo giorno.
Maria lo fissò negli occhi, poi voltò lentamente la testa verso un calendario, guardò che giorno era e ripose lo sguardo sul giovane, mostrandosi abbattuta.
- Neanche qui riusciamo ad aver pace, io e te.
- Oh, mia cara- era nuovamente sarcastico -, io e te in nessun luogo sulla terra siamo riusciti ad avere pace. In noi l'amore ha trovato un campo di battaglia, ma è una guerra che rimpiangeremo la nostra.- disse sedendosi sul bordo di un piccolo letto.
- Non posso nasconderti certe nostalgie, ed è inutile tenerti segreto qualcosa. Eppure...- e qui si interruppe per pochi secondi, ma a Fabio sembrarono giorni, tant'è che, stizzito, la invitò a proseguire:
- Eppure?
- Eppure sento che il sogno è finito!
- I sogni o sono passati, o non finiscono mai.
- Sì, ma è il passato che si trascina fino a noi, fino a me. Tu stesso sei il passato! Questa stanza pulsa di una forza che appartiene ad una vita passata.
Il dialogo si intensificò, in un crescendo senza tregua.
- Perché tornarvi, allora?
- Perché speravo che qui avrei fatto i conti con tutto, anche con me stessa. Questo luogo è stato l'inizio per noi: ecco, io volevo che potesse essere anche la fine, e un nuovo inizio.
- Un nuovo inizio per cosa?- chiese il giovane, mostrandosi già innervosito e cupo in volto.
- Per una vita diversa da quella fatta con te. Per un nuovo lavoro, delle nuove passioni, un nuovo uomo.
Quest'ultimo punto sul “nuovo uomo” aveva scosso, pur nella sua semplicità, l'animo di Fabio, che comunque non perse il controllo e continuò con le sue insistenti, folli domande.
- E tu pensi di riuscire a cambiare vita senza rinunciare a te stessa?
- Vorrei provarci.
- Non ti riuscirà mai: è impossibile per chiunque! Figuriamoci se tu, che con enormi difficoltà sei sempre riuscita ad accettarti per ciò che sei veramente, potrai mai riuscire a condividere l'esistenza con una nuova e diversa versione di te stessa. Stronzate!
Era esploso.
- Non sono stronzate! E se questa versione di me fosse migliore? Se venissi fuori come una persona più sicura, che cerca di pensare meno a complicarsi la vita? Un'esistenza senza seghe mentali: oddio, è un miraggio dopo aver conosciuto uno come te!- concluse ridacchiando istericamente. Il giovane, dal canto suo, iniziava a tremare, era scosso da brividi profondi che tornavano a declamare la sua insicurezza.
- Ma non sarà una versione migliore: certo, potrà comprendere sicurezza, felicità, amore...ma saranno tutti sentimenti superficiali, inutili, fini a se stessi. Non esistono mai cambiamenti in meglio, specie se si parla di sé. E poi la vita ti verrà a ricercare, farà in modo che succeda qualcosa che metta a nudo nuovamente la tua psicologia mutilata, la tua disperazione emotiva, il tuo caotico modo di accettare il mondo.
Nel parlare, Fabio aveva riacquistato un po' di decisione retorica; tuttavia, Maria sembrava intenzionata a rivolgere le più intricate domande al ragazzo che un tempo aveva amato.
- Tu dici che la felicità non è nel mio destino?
- Fregatene della felicità! Non la si ottiene dal nulla. Pensa piuttosto a crearti le premesse per riceverla...
- Tu dici che la felicità non è nel mio destino?- ripeté, insistendo con toni decisamente aspri.
- Ecco, io mi baso su ciò che mi hai sempre detto. Ricordo, ad esempio, che da sempre desideri tornare ad essere terra, polvere; ma è un desiderio che non hai raccontato molto neanche a te stessa, secondo me.
Si accorse di aver colpito nel profondo.
- Come mai?
- Magari ora non staremmo parlando in una camera di un casolare se tu avessi ricercato con ogni mezzo di far divenire questo desiderio realtà- fece seguire una breve pausa per lasciare che Maria metabolizzasse questa sottile battuta iniziale- E poi tutti i racconti che mi hai fatto su quando, da piccola, dietro ad ogni gioia apparente si nascondeva per te l'ombra del male, della Morte, dell'ignoto. Ricordi queste cose o sono solo frutto della mia fantasia allucinata e malata? Dimmelo tu!
Vennero le lacrime a conquistare i suoi occhi, mentre rispondeva.
- Sono vere, te le ho dette davvero, le ho pensate per tutta una vita e temo che, dentro di me, continuerò a pensarle.
Seguì un minuto di silenzio. La discussione sembrava potesse concludersi lì, ma Fabio fu richiamato all'attenzione da un'immagine che era appesa alla parete sopra il letto. La riproduzione di un quadro di Pollock.
- Guarda quell'immagine: sembra un ammasso di nervi e nodi che si imprime sui pensieri; immagino che il tuo cervello, dentro, abbia quell'aspetto.
- Temo di sì.
Fabio capì di aver aperto un nuovo lato della conversazione: - Perché lo temi?
- Perché ciò che ha dipinto Pollock mi impedirà di condurre un'esistenza normale, anche se tenterò di cancellare quel quadro dalla mia vita, dalla mia mente.
- Sai qual'è il bello?- le chiese lui.
- Quale?
Egli accese due sigarette, poi gliene porse una a lei, tirò un sospiro e, guardandola come se quello che stava per dire non lo avrebbe più sentito, rispose:
- Il bello è che io sto bene con te perché ti ritengo completa. Un quadro come quello di Pollock potrebbe essere l'opera d'arte più completa di tutte, perché non gode né di unità né di forma, eppure chiunque potrebbe vedervi dentro tutto e niente: ed è questo che la rende completa, la possibilità di contenere tutto ciò che una persona che visita una galleria d'arte vuole vedere in quel momento. Ecco, tu sei così per me: in quella vasta galleria che è la vita vedo nel tuo essere tutto quello che voglio vedere, una perfezione che non può essere rappresentata, ma solo avvertita. Ed è per questo che io non posso vivere senza di te. Non mi bastano il tempo e i sentimenti che mi hai dedicato, anche perché mi pare di intravedere cose incompiute nella mia vita, belle e brutte. Se la nostra deve essere un'esistenza di sofferenze, allora dobbiamo godere insieme di questo dolore.
Maria era sbalordita, ma, senza saper neanche lei come, volle invitare a riflettere il giovane:
- Non ti interessa conoscere una vita di piacere?- al che Fabio sorrise.
- Mia cara, il “piacere” è un ospite tanto desiderato quanto temuto nelle nostre esistenze, un qualcosa di cui si può fare a meno per vivere, altrimenti né io né tu saremmo mai venuti al mondo.
- Non eri obbligato a venire fuori!- disse ella seccata.
- Già, ma neanche me lo hanno chiesto- controbatté il ragazzo sicuro di sé.
Calò il silenzio. Maria non aveva scoperto niente di nuovo di se stessa, ma aveva visto certe cose sotto una luce diversa da quella cui era abituata da quando non passava più del tempo insieme a Fabio; questi, invece, capì che era giunto il momento di porre la domanda fondamentale, tanto semplice, quanto pericolosa.
- Potresti dirmi come mai mi hai lasciato?
Quella splendida giovane socchiuse le palpebre, poi si asciugò gli occhi e riconobbe di dover dire, a quel punto, tutta la verità. Era una cosa che forse aveva sempre un po' evitato, ma, come lo stesso Fabio aveva ricordato precedentemente, la vita era venuta a cercarla, e la vita esige sempre delle risposte sincere.
- Ti ho lasciato perché ti reputavo troppo perfetto, ma di una perfezione che a tratti sembrava quasi ferirmi. Se io seminavo male, tu sembravi raccoglierlo; lo facevi per amore, senza dubbio, ma questo incuteva timore in me. Mi riusciva di aprirmi fino in fondo con te, di andare oltre, di scoprire cose sul mio conto che l'anima sembrava volermi tenere nascoste, e tu riuscivi a tirarle fuori, talvolta a capirle. Il problema, Fabio, è che io queste cose non le voglio scoprire. So quanto è importante guardare dentro noi stessi, ma a volte è bene evitare, e condurre una vita di ignoranza che però ti impedisca di scoprire quanto Male comprende il nostro essere, quanti dolorosi e cattivi pensieri siano in agguato nella nostra mente. Un mondo visto come lo vedi tu, come potrei vederlo anch'io, è chiaramente un mondo che chiude le porte a tutta una serie di cose piacevoli: gioia, amore, speranza vengono tutte spazzate via.
Fabio avvertì, per la prima volta da quando era lì, lo spirito della soddisfazione venirlo a trovare.
- Lo so che è doloroso, perché in questo siamo identici: ma, credimi, è meglio rendersi conto da soli di tutto questo che aspettare che la vita te lo presenti in maniera violenta e del tutto inaspettata.
- E questo è giusto, ma vedi, io temo di non avere questa missione nella vita.
- In che senso?
- Nel senso che la ricerca di questo Male, così meschino ma così reale, non è per forza il mio obbiettivo.
Era un discorso semplice, ma Fabio non voleva capacitarsi di questa disperata semplicità, riducendosi a pronunciare un laconico:
- Ma neanche il mio!
- Sì, lo so. E' solo che, accanto a te, tutto sembra indirizzato verso questa ricerca così estrema e complessa, e proprio per questo non sei tu l'uomo che mi farà raggiungere i miei obbiettivi, perché mi sentirò sempre legata più a ciò che rappresenti che a te come singolo individuo.
Il ragazzo aveva un quadro chiaro, anche troppo chiaro.
- Questo, insomma, è il tuo motivo?
- Almeno una parte, quella che ho cercato di esporti meglio che ho potuto.
Fabio annuì con la testa ed emise un risolino irrequieto, di quelli che albergano dentro la gente per chissà quanti anni e aspettano solo rare occasioni per fare capolino, manco fossero folletti dei boschi.
- Oh, ci sei riuscita, stai pure tranquilla!

Fabio non aveva ancora realizzato gli ultimi istanti della sua vita, la conversazione, Maria che era uscita dalla stanza coprendosi il volto, senza neanche salutarlo. Sollevò lo sguardo e vide Martina immobile, sull'uscio. Era triste, ma trovò la forza di sorridere all'amica.
- E' sempre valida quell'offerta molto gentile di una sigaretta?
- Sicuro! Tieni.- disse porgendogli il pacchetto -Hai risolto niente?
- Non dovevo risolvere niente: mi basta la vita come enigma da risolvere. Dovevo solo ottenere dei chiarimenti.
- Capisco.
Adesso sorridevano entrambi; si fissavano e buttavano fuori il fumo a nuvolette. Fabio poi abbassò lentamente lo sguardo. Era tornato alla realtà.
- Sicuro di sentirti bene?
- Quando mai mi hai visto stare bene?
- Hai ragione anche te.- disse Martina schioccando le dita della mano sinistra.
- Volevo chiederti, Marti, di quegli atleti che corrono sempre e ovunque. Chi sono quei ragazzi? Li alleni te?
La ragazza sgranò gli occhi, si tolse gli occhiali e, mordicchiando una stanghetta, rispose:
- Non so di chi parli, Fabio. Non ricordo di aver visto dei ragazzi vestiti da atleti a giro per il nostro casolare.
- Ma dai! Ti dico che sono quattro ragazzi che hanno una tuta come la tua e si spostano correndo. Prima li ho incrociati in corridoio!
- Sei certo di non averli sognati?
- Cazzo, Marti! Ti dico che li ho visti prima nel corridoio: saranno veri, no?!- sbottò, agitandosi. Non sapeva se essere impaurito e meravigliato, ma, dal momento in cui nulla più al mondo lo meravigliava, gli rimaneva solo la paura.
- Sicuramente. Solo che non ricordo di aver visto dei giovani atleti da che sono qui a lavorare.

Fabio attese che la sua amica scomparisse nell'oscurità del corridoio per avanzare verso una finestrella: meravigliato, osservò passare nuovamente quei quattro ragazzi, che nel correre si incrociarono proprio con Martina, la quale stava passeggiando con la consueta cicca in bocca e le mani in tasca; infine, gli apparve davanti Maria, intenta a cogliere dei fiori. Un ultimo sguardo, dopodiché il giovane si portò una sigaretta alle labbra e la accese.
- Non si può fumare qui.- disse una voce femminile da adolescente. Fabio si voltò e notò una giovane suora che lo fissava. Peccato che sia una suora pensò.
- Ah, mi scusi.- replicò il ragazzo, e, aperta la piccola finestra, gettò fuori la sigaretta. La suora aveva occhi freddi e severi, le lentiggini sotto gli occhi e le sopracciglia lunghe. Era un volto che Fabio, a primo impatto, non sopportava, ma, osservandolo meglio, arrivava a vette di ammirazione esasperante.
Non voglio la carità da lei, anche perché ci ho sempre creduto poco. E poi cosa ne saprà lei di anime grate, di gratitudine? La sto osservando e non vedo in lei carità, gratitudine, piacere di dare e amore verso Dio, al massimo avverto la bellezza, ma è una bellezza sopita, tenuta a freno. Vedo il volto di una ragazzina cresciuta in un paese piccolo, sorto intorno ad una squallida parrocchia, con una famiglia in cui il padre era tutto contento di menare cinghiate sulla figlia e poi correva a dire le preghiere la domenica. Vedo dei sogni non realizzati e dei pesanti fardelli, segni di una ribellione interna che non è mai sfociata in nulla di concreto. Vedo una fantasia otturata dalla religione, da una religione marcia, imposta, fasulla. E chissà, infine, quanti amori si sarà vista strappare dal suo adorato Dio.
Pensò queste cose tutte insieme, osservando quella suora meravigliosa. Poi se ne andarono, lei a pregare il suo Dio, lui a fare in modo che anche in quel giorno, comunque andassero le cose, riuscisse a celebrare la sua messa.
Seduto su una panchina, Fabio meditava su cos'altro poteva aspettarsi da quel posto, da quel casolare attorno al quale tante vite sembravano essere girate nel corso del tempo.
Oggi non ho fatto un salto nel mondo dei ricordi, ma solo una passeggiata nel regno dei morti. Peccato che non avevo con me abbastanza spiccioli per il traghettatore. Non sono venuto neanche a riprendermi ciò che è stato mio, specie perché non è nel mio stile fare cose di questo tipo. Sai, speravo che tornando qui avrei risolto molti problemi, anche con me stesso, e invece mi sono rivisto passare davanti i paesaggi di una vita di errori, punizioni, malefatte e tristezza. Di peggio non poteva accadere. So bene che sono ormai ricordi, eventi passati, ma sono anche la dimostrazione che io vivo, e che nulla sulla terra può esistere per annientare ciò che ho fatto. Non so se ricorderò tutto anche di questo giorno, però qualcosa in me resterà. Ed è giusto così. Perfino Maria mi è apparsa come un'estranea in certi momenti. Una persona che mi ha amato tanto in passato, oggi era davanti a me a tremare, quasi fossimo due esseri che si odiano e si sbranano; so che non è così, però vien da pensare che siam per forza figli dell'odio, se tanto rabbrividiamo quando arriva l'amore. In ogni caso, io al casolare sto bene, con o senza la donna che amo. E' un luogo che mi ha regalato idee profonde sulle proporzioni e i colori della vita, senza voler chiedermi nulla in cambio. In un mondo come quello di oggi sembra una follia il fatto che si possa ottenere qualcosa generosamente, senza dover rendere il favore. Non credo che esista altrove un posto del genere, o meglio, non esiste per me. Questo è l'ultima scorza di mondo,almeno del mio. Oltre non c'è nulla, se non una dimensione mutata, scandalosa, dove la mia personalità verrebbe ribaltata, distrutta e ricomposta a piacimento di altri. Tanti hanno avuto ragione nel dirmi che era rischioso fondare un'intera vita sull'illusione, ma a me quest'illusione ha regalato anche piacere, non solo sofferenza. So che se un giorno mi sveglierò dal mio sogno, mi ritroverò in una realtà che non mi sarei mai sognato.
Il flusso di pensieri fu bruscamente interrotto da Martina, che, vedendo l'amico allontanarsi verso il bosco confinante col casolare, gli chiese:
- Fabio, dove vai?
- Vado a farmi altri due passi nel regno delle tenebre.- rispose il giovane con un tono di voce talmente euforico che a lei parve preoccupante.
Era il tramonto e Dio non sembrava far scendere il sole con molta fretta, preferendo osservare Fabio battere un sentiero che costeggiava un bosco tanto oscuro quanto affascinante. Il ragazzo era tornato a sentirsi la testa leggera e fece caso al suo strano modo di aprire particolarmente verso sinistra il piede destro, nel movimento della camminata. Fu un pensiero che lo tenne occupato per poco tempo, giacché udì una voce farsi sempre più vicina e un odore di fuoco acceso. Eliminò subito la possibilità di un incendio, ma decise di dirigersi verso una radura da cui provenivano la luce e i rumori.
Intorno ad un falò vide quei quattro giovani atleti, che al contrario del solito, sembravano essersi dimenticati di correre; egli si mise dietro un cespuglio, ascoltando gli ultimi canti che gli uccelli avrebbero modulato quel giorno, e osservò quei ragazzi. Si accorse di quanto fossero belli, sia nel fisico slanciato che nei nobili lineamenti del volto; la luce del fuoco, fra l'altro, sembrava solo amplificare quella loro bellezza irreale. Uno di essi leggeva da un libro, gli altri ascoltavano. Fabio fu scosso solo dall'ultima frase pronunciata dal giovane; questa fu l'ultima cosa che sentì: “Per proteggersi, disperse la congiura, confondendo le lingue e le menti, tanto che se due uomini s'incontravano non potevano più comprendersi, pur parlando la stessa lingua”.





martedì 20 novembre 2012

[Recensione] Argo

Le ragioni che mi portano dentro una sala d'essai a vedere Argo, ultima fatica di Ben Affleck regista, sono due: la prima è che preferisco un film nuovo al pur splendido Skyfall, nonostante l'amico con me brami fortemente per assistere alle nuove gesta di James Bond; la seconda è che B.E. Ellis ha parlato molto bene di questo film, e io di Ellis mi fido più che di molte persone che conosco personalmente.
La prima cosa che mi salta in mente è: Ellis se ne intende. Sottolineo che penso questo dopo tre secondi di orologio dall'inizio della proiezione: è una cazzata, ma quando ho visto il logo rosso che la Warner utilizzava negli anni '70 mi sono tornati in mente alcuni fra i miei film preferiti che iniziano proprio in quel modo. Qualcuno potrebbe dire che si tratta solo di marketing, e invece no: ha proprio a che fare con la forma globale di questo buon film. Basato su una storia vera, ambientato nel 1980, è la storia di Tony Mendez, esfiltratore professionista della CIA: la sua missione è fornire una nuova identità, un passaporto canadese e infine portare via dall'Iran sei ostaggi americani. La copertura? Fare i sopralluoghi per un film di fantascienza costosissimo dal titolo Argo
Contraddistinto da una prosa semplice, asciutta e precisa, Argo potrebbe essere davvero un film degli anni '70, e risulta tale senza bisogno di copiare niente, senza bisogno di "omaggiare" (quindi di rendersi ridicolo e povero di idee) un'epoca in cui questi soft thriller spionistici liberi dagli effetti speciali e dalla contaminazione politica erano diretti da registi del calibro di Siegel, Pollack e Lumet. Affleck, con la sua opera registica, non sfigura affatto accanto a loro: anzi, va a migliorare (e già il precedente The Town era giunto ad un ottimo livello) il proprio stile e regala ad un pubblico stanco della solita zolfa medio-orientale un film estremamente coinvolgente e moderno. Recitazione pulita e mai invasiva, con qualche caduta di stile qua e là e grandi caratteristi di contorno; la colonna sonora ospita brani di alto livello dei Led Zeppelin e dei Van Halen. Due ore che volano, con un finale galoppante che inchioda letteralmente alla poltrona.


domenica 18 novembre 2012

Happy Birthday, Martin Scorsese!

So che lui neanche mi conosce. Ma io ci sono affezionato come a quei vecchi prozii che si vedono poche volte nell'arco di un'intera vita e che saltuariamente riaffiorano da qualche ricordo di infanzia: voglio fare gli auguri con un giorno di ritardo a Martin Scorsese e ringraziarlo per lo splendido lavoro (non solo da regista) che ha fatto finora e che spero continuerà a fare. 
E quindi, grazie, Martin per avere portato -tramite la pellicola- l'odore della strada dentro ai polmoni degli spettatori.
Grazie per De Niro.
Grazie per Late for the Sky di Jackson Browne in Taxi Driver e per tutto il resto del film (che, come il buon vino, più invecchia e più è buono).
Grazie per Boardwalk Empire (bella serie, personaggi magnifici).
Grazie per aver interpretato il più bel Van Gogh di sempre in Sogni di Kurosawa.
Grazie per il cortometraggio Life Lessons, sempre toccante.
Grazie per scegliere le colonne sonore che scegli.
Grazie per il video di Bad.
Grazie per avere commesso almeno tre errori imperdonabili: Il colore dei soldi, Cape Fear e Kundun.
Grazie per l'idea e per lo splendido lavoro tuo e dei tuoi autorevoli colleghi (Eastwood, Wenders, ecc.) portato avanti in The Blues.
Grazie per i restauri e i documentari sul cinema da te finanziati e diretti.
Grazie per i tuoi rock-movies, i migliori di sempre.
Grazie per aver riportato a recitare Daniel Day-Lewis.
Grazie per aver portato a recitare Leonardo di Caprio.
Grazie per i tuoi kolossal (Gangs Of New York).
Grazie per i tuoi film più indipendenti (Fuori Orario).
Grazie per The Departed, forse il tuo film più bello.
Grazie per alcuni fra i piani sequenza più lunghi e belli della storia del cinema.
Grazie per l'attesa del tuo prossimo film, non so quale sia ma so già che suderò, riderò, piangerò, proverò emozioni.






venerdì 16 novembre 2012

Si fottano Bella, Edward e chi li guarda!

Inutile dire che l'arrivo nelle sale dell'ultimo atto (harrypotterianamente studiato) della saga di Twilight abbia scatenato il delirio di quelle che qualche anno fa erano definite "simpatiche pischelle con un debole per un bel ragazzo avvezzo a succhiare il sangue altrui". Tuttavia, mi fermo a pensare e mi immagino queste mentecatte pseudo-gotiche di età compresa fra i dodici e i venticinque uscire dal cinema scortate da infelici maschietti sempre più arrapati dall'anoressia di Kristen Stewart: se da una parte sono convinte di avere visto un "bel film" o "un capolavoro", dall'altra sono divenute completamente inutili agli scopi di Madre Natura o chi per lei. Sì, perchè dopo il Duemila i fanatici di certi fenomeni hanno avuto vita breve: pensiamo, ad esempio, a chi ha fatto del Signore degli anelli una religione. Ad oggi, i tolkieniani si possono suddividere in tre categorie: i primi sono stati internati per aver preso a spadate la propria madre; i secondi sono andati ad Est con l'intenzione di trovare la Terra di Mezzo ma hanno preferito fermarsi a Budapest, dove tuttora risiedono, a bere vodka di pessima qualità sotto un ponte; i terzi hanno aperto qualche centro sociale di destra dal nome altisonante e sognano riforme parlamentari che permettano di usare il 25 aprile come ricorrenza della battaglia di Minas Tirith. Personalmente, ormai un po' di anni fa, ho rischiato di appartenere alla prima categoria. 
I fan di Twilight rimangono quelli della peggiore specie: nascono sfigati e moriranno sfigati. Lettori di opere scritte in maniera frettolosa e scadente (R.L. Stine coi suoi Piccoli brividi era nettamente superiore come scrittore), affascinati con orgoglio da cose che neanche cinquecento anni fa li avrebbero condotti al rogo (cosa per la quale potrebbe valere la pena di assumere un atteggiamento nostalgico), per fortuna stanno per estinguersi. Dopo che l'ondata di euforia di questo Breaking Down-Pt. 2 sarà passata, torneranno alla loro inutile vita, a quel punto priva di ogni scopo. Ma se i più saggi di loro avranno voglia di mettere da parte le masturbazioni mentali di Bella ed Edward ("che poverini non possono trombare") ma di continuare ad amare i vampiri, ecco tre film da vedere (che poi sono i miei film preferiti di vampiri generici, quindi niente Dracula e niente Nosferatu).

INTERVISTA COL VAMPIRO (1995)
di Neil Jordan


Tratto da Le cronache di vampiri di Anne Rice e magistralmente diretto dall'irlandese Neil Jordan, è il film sui vampiri più completo che esista: tratta del vampirismo vissuto quasi come una condanna, con due amici-nemici (Brad Pitt e Tom Cruise) che viaggiano attraverso i secoli, vivendo o sopravvivendo. Finchè, nella San Francisco del 1995, Louis (Pitt) decide di raccontare ad un giornalista tutta la storia, costellata di amori irrisolti (la torbida vicenda della piccola Claudia, interpretata da una Kirsten Dunst alle prime armi), dolore e tanta, tanta paura della luce. Titoli di coda da Oscar.

DAL TRAMONTO ALL'ALBA (1996)
di Robert Rodriguez


Perla unica e spettacolare nel panorama del cinema vampiresco: inizia come un thriller tex-mex servito su un piatto road-movie e va a finire come un horror splatter a sfondo demoniaco. Prodotto, sceneggiato (benissimo) e interpretato (un po' meno bene) da Tarantino, offre un gruppo di attori eccellenti (George Clooney giovane e sinceramente cattivo, Juliette Lewis agli inizi, Salma Hayek come dark-lady convince, Harvey Keitel è grande come sempre, Michael Parks veste per la prima volta i panni dello sceriffo Earl, Danny Trejo ha qualche anno e qualche tatuaggio in meno, serve tequila ai gringos ma è già cattivo come in Machete) e personaggi fenomenali (Richie, maniaco sessuale con l'apparecchio ai denti, Jacob, il prete in crisi che fa una croce con una mazza da baseball e un fucile a pompa, l'avvenente Kate, che da timorata di Dio si scopre essere un'abile cacciatrice di vampiri, il tamarro Sex Machine, dotato di pistola inguinale, e molti altri). Ironia della sorte: il direttore della fotografia Guillermo Navarro (maestro della luce anche in Jackie Brown e ne Il labirinto del fauno) è lo stesso dei due Twilight-Breaking Down. Chissà quanto rimpiange quel bar messicano da camionisti dove si svolge lo scontro finale di Dal tramonto all'alba

VAMPYR (1932)
di C.T. Dreyer


Il primo film sonoro di Dreyer è anche uno dei suoi più belli e maledetti. Dimentico delle lezioni  sui vampiri tedesche (il Nosferatu di Murnau) e anglosassoni (il Dracula di Browning), il grande regista danese sfrutta le più "adulte" novelle di Le Fanu, un avvocato irlandese dell'Ottocento con il vezzo della scrittura e porta sullo schermo la storia di David Gray, improvvisato cacciatore che deve liberare dall'incubo una delle due figlie di un'aristocratica vampira. Girato fra Francia e Germania, prodotto e interpretato dal misterioso barone Nicolas De Gunzburg (che pretese il ruolo di protagonista sotto lo pseudonimo di J. West), è un film in cui la storia è semplice e ridotta all'osso: qua contano le suggestive ambientazioni e la messa in scena, superiore per impatto emotivo anche allo stesso Nosferatu e supportata dal direttore della fotografia polacco Rudolph Maté (già presente nei film precedenti di Dreyer e destinato ad un grande successo nella Hollywood degli anni '50). Il film fu un cocente insuccesso: la critica vi vide letture anti-cristiane e Vampyr fu censurato un po' ovunque in Europa. La versione che oggi è possibile reperire è quella ricostruita e restaurata da un team italo-tedesco nel 1998. Un capolavoro.   


  

martedì 13 novembre 2012

Autunno bonelliano [Pt. 4]

LE STORIE #2
"LA REDENZIONE DEL SAMURAI"
testi: Recchioni/ disegni: Accardi
Sergio Bonelli Editore
110 pag., BN, 3,50 €
★ ★ ★ ★ ★ 
Appena un mese fa, Il boia di Parigi inaugurava brillantemente la nuova avventura editoriale di Bonelli: storie di centodieci pagine, autoconclusive, senza un genere fisso. La redenzione del samurai è la seconda uscita della collana, molto atteso anche da chi non legge gli albi bonelliani ma ama quell'universo fatto di spade, coraggio e onore propri del nipponico mondo samurai. Da parte mia, non ho mai avuto spade giapponesi appese al muro di camera (sono fermo alla mia storica spada laser, gelosamente custodita), nè mi sono mai spinto oltre i grandi classici cinematografici (I sette samurai, che pur non essendo il mio film preferito di Kurosawa mi è piaciuto molto) o televisivi (da piccolo andavo matto per I cinque samurai): insomma, non sono un appassionato di samurai come lo stesso Recchioni o come alcuni conoscenti. Tuttavia, ritengo La redenzione del samurai un albo su cui c'è poco da dire: basta leggerlo una volta per realizzare che razza di capolavoro sia. Non solo i disegni del buon Accardi (new-entry bonelliana) testimoniano quanto in alto sia arrivata la sua perizia tecnica, ma anche la storia di Recchioni è magnifica, con personaggi fantastici e dialoghi originali. Credo che per i "criticoni" che appestano il mondo del fumetto nostrano, un albo simile potrà essere l'incentivo definitivo a mettere da parte il loro scetticismo e a godersi la lettura di una collana nuova, moderna e di alto, altissimo profilo.

DYLAN DOG GIGANTE #21
"IL PARASSITA/ MORTE APPARENTE/ LA VOCE NEGATA/ QUALCUNO SUL FONDO
testi: Cavalletto, Gualdoni, Marzano/ disegni: Baggi, Ornigotti, Rinaldi, Stassi
Sergio Bonelli Editore
240 pag., BN, 6,20 €
★ ★ ★
Non sono mai andato pazzo per i "dylandoggoni", e leggendo questo ventunesimo esemplare della serie prendo più che mai le distanze dalle storie dell'Indagatore dell'incubo in grande formato. Tuttavia, c'è anche del buono nelle 240 pagine del gigante 2012. Dopo la pallosa e inconcludente storia "lunga" di apertura, Gualdoni e Ornigotti ci regalano Morte apparente, in cui da uno spunto non poi molto originale si arriva ad assistere ad una vicenda di compassionevole e divertente "irrealtà quotidiana". Si prosegue con La voce negata, dove lo stereotipo del "bravo ragazzo della porta accanto" coincide stavolta con un maniaco omicida collezionista di lingue: ne risulta un racconto troppo metaforico e discorsivo, supportato ottimamente dai disegni di Rinaldi. La vera chicca è alla fine, e porta sempre la firma di Gualdoni, affiancato stavolta da Stassi: Arthur Mills, anonimo cittadino londinese di settantatre anni, è il protagonista di una storia dove Dylan Dog è solo una comparsa. Che sia l'eccezione? Dico solo che questo signore ha avuto implicazioni in più casi dell'Indagatore dell'incubo, fra cui la prima, mitologica gita fuori porta ad Undead. Se non ci credete, comprate e leggete!

venerdì 9 novembre 2012

[Recensione] Amour

Fortemente sconsigliato alle persone troppo emotive, capolavoro annunciato, Palma d'Oro strameritata a Cannes 2012, Amour è uno dei film più belli e toccanti che mi sia mai capitato di vedere. Merito senz'altro della triste storia (cronaca intima di come la malattia entri prepotentemente nella vita di due ottantenni), della straordinaria attenzione ai dettagli sia visivi che uditivi (le luci del maestro Darius Khondji, storico collaboratore di Fincher, Jeunet e Woody Allen, si sposano perfettamente con la coinvolgente colonna sonora, comprendente alcuni Impromptus di Schubert e le spettacolari Bagattelle op. 126 di Beethoven) e della sconfinata bravura da parte di Trintignant (Georges) e della Riva (Anna) nel saper "vestire" e recitare il dolore, quello vero, quello che sembra quasi di poter essere toccato con mano. Le poche figure di contorno (il pianista, i vicini, il genero, le infermiere) finiscono con l'essere semplici "note a margine" della storia: il protagonista assoluto è l'Amore, incarnato in questi due anziani e unica cosa che rimane a Georges e Anna quando tutto è irreversibilmente perduto, anche la speranza e la dignità. Dialoghi splendidi, privi di qualsiasi forma di sentimentalismo spicciolo (se i signori di Hollywood avessero messo su pellicola una storia simile, ne sarebbe derivato un film patetico e mediocre) e senza esagerazioni: ogni parola è "pesata", ogni battuta scandita con un impeccabile senso della buona recitazione. Il finale apertissimo è una soluzione che fara discutere. Ad ogni modo, l'austriaco Haneke non solo si è portato a casa la sua seconda Palma d'Oro, ma ha realizzato il suo film migliore (superiore ai drammi Il nastro bianco e La pianista, così come ai più "avventurosi" Il tempo dei lupi e Funny Games), e temo sarà dura eguagliarlo.



mercoledì 7 novembre 2012

[Suggestioni uditive] Aerosmith, "Music From Another Dimension"

Come prima recensione della mia nuova rubrica Suggestioni uditive, mi sembra doveroso iniziare con un gruppo che ha scritto pagine fondamentali della storia del rock, che ha lasciato parecchie impronte (e anche alcune cicatrici) nella mia esperienza terrena e che è tornato ad incidere un disco dopo otto anni e a pubblicare materiale inedito dopo undici (Honkin'On Bobo, del 2004, era una raccolta di cover blues e R&R): gli Aerosmith.
Premessa personale: nel maggio del 2004 mi trovavo in Svezia e, non disponendo ancora di un lettore mp3 (il mio primo iPod sarebbe arrivato ben tre anni e mezzo dopo), avevo come unica fonte di musica un pratico e grazioso lettore cd portatile Panasonic color "giallo Ducati"; non potendomi portare da casa la mia già allora consistente discografia, ero stato costretto a fare una "cernita", e i dischi che avevano avuto l'onore di accompagnarmi erano solo tre: Killers degli Iron Maiden, Meteora dei Linkin Park e Desire di Bob Dylan. Una graziosa compagna di viaggio mi chiese in prestito Desire (l'album di Hurricane, per intenderci) e io, forse per fare una cosa più equa, risposi che glielo avrei dato in cambio di Permanent Vacation degli Aerosmith. Fu amore a primo ascolto. Quell'album mi avrebbe accompagnato in quel viaggio, così come in molti altri. Ho cantato decine di canzoni degli Aerosmith fino a finire la voce, mi sono scatenato con i loro brani più "hard" e ho ballato con infinita passione le loro "ballads". Iniziare con una recensione di uno dei miei gruppi preferiti è dunque una sorta di obbligo morale per me. 
Music From Another Dimension è uscito ieri, dopo otto anni che la band di Steven Tyler e Joe Perry non pubblicava niente di nuovo (nel frattempo, sono fioccati inutili dischi live multipli, raccolte, colonne sonore, ecc.). Se c'è una cosa da dire riguardo alla tempistica delle rock band è questa: più una band ci mette del tempo ad incidere un album, più quell'album sarà brutto. Basti pensare a Chinese Democracy, che con i suoi sedici anni di gestazione e i suoi costi spropositati (è l'album più costoso di tutti i tempi) è risultato comunque essere un disco mediocre. Se gli Aerosmith già nel 2001 con Just Push Play mostravano di avere poco da dire (salvo le superbe Jaded Fly Away From Here) e che l'incontro fra il loro tipico sound "hard blues" e alcune ritmiche più "elettroniche" non funzionava, con questo nuovo album che- a detta loro -dovrebbe segnare un ritorno ai fasti degli anni '70-'80 meritano più che mai di andare in pensione. E alla svelta, anche! LUV XXX è un brano di apertura indegno perfino del peggior Kid Rock, e pure le successive Oh Yeah e Beautiful non riescono ad "alzare il tiro".  Lo squallido trittico di partenza, lascia il posto alla gradevole ballata Tell Me e al graffiante blues Out Go The Light, primo brano veramente convincente del disco: ricorda un pò certe perle di Permanent Vacation come Rag Doll o Dude. Dopo l'ingiudicabile Legendary Child, si fa spazio What Could Have Been Love, pezzo che ricorda i fasti di Get A Grip, intenso e romantico come pochi altri. Il disco prosegue fra alti e bassi: prima con l'inutile riempitivo Street Jesus e lo splendido duetto con la cantante country Carrie Underwood dal titolo Can't Stop Lovin'You. I successivi quattro pezzi scaraventano definitivamente Music From Another Dimension nell'abisso dei dischi da dimenticare. Giusto l'organo del penultimo brano (Something) riporta l'ascoltatore ad un sound più apprezzabile. Chiude l'album Another Last Goodbye, titolo giusto, splendido brano "di coda", testo eccellente, ma... musica mediocre che farà rimpiangere a tutti coloro che la hanno sempre odiata la sopravvalutata I Don't Want To Miss A Thing. Poveri Aerosmith. Ma soprattutto, poveri fan degli Aerosmith!

Aerosmith, Music From Another Dimension (Columbia, 2012)

★★




martedì 6 novembre 2012

[Recensione] Io e te

Dopo un'assenza di nove anni dalla macchina da presa, Bernardo Bertolucci torna al cinema con un film piccolo (nel senso buono), giovane e quasi ingenuo. Lo fa traendo ispirazione dal romanzo di Niccolò Ammaniti Io e te, storia che vede l'incontro-scontro fra due tipi di adolescenze: quella sognatrice e ancora fieramente attaccata all'infanzia di Lorenzo (il 15enne Antinori, cupo ma simpatico) e quella più matura e di conseguenza disillusa di Olivia (la brava Tea Falco, incrocio fra la Jill Claybourgh de La Luna e la Eva Green di The Dreamers); il liceale brufoloso che vuole solo leggere Tex e bere Coca-Cola accoglie la sorellastra eroinomane, provata da una giovinezza spregiudicata e dal difficile rapporto con il padre, nella cantina dove si è rifugiato per non andare in settimana bianca. La macchina da presa filma (su pellicola, non in digitale) con discrezione la convivenza di questi due "figli dello stesso padre", prima sofferta, poi sempre più amorevole: come sempre, la fotografia in Bertolucci riveste un ruolo fondamentale, e alle grandiosità del maestro Storaro (storico collaboratore del regista di Parma nelle sue produzioni miliardarie, fra cui Novecento e L'ultimo imperatore) vengono preferiti gli ambienti "da camera" di Fabio Cianchetti, che dopo  L'assedio e The Dreamers può ritenere concluso un ideale trittico bertolucciano delle "porte chiuse". Dialoghi generalmente forti, anche se un po' sbiaditi in certi momenti (va ricordato che Bertolucci odia scrivere film pensati per la lingua italiana e che non lavorava ad una sceneggiatura al 100% italiana dal 1981, anno del sottovalutato La tragedia di un uomo ridicolo con Tognazzi e la giovanissima Laura Morante) e privi del ritmo fenomenale di The Dreamers. L'incesto (abbondantemente presente ne La Luna) e la difficile condizione della tossicodipendenza sono alcuni dei temi di fondo del film, girato in questa splendida cantina alto borghese dove i barattoli di nutella di Lorenzo e le sigarette di Olivia si confondono fra oggetti appartenuti a nobili decaduti, statue di cani e tappeti di zebra. Alla fine della "settimana bianca", i due fratellastri si salutano nel mezzo di strada, entrambi consapevoli che Lorenzo continuerà a nascondersi e che Olivia continuerà a drogarsi, ma anche coscienti dell'amore reciproco sbocciato in quei sette giorni passati in cantina. David Bowie canta Space Oddity e la macchina da presa vola su una Roma che deve ancora finire di svegliarsi: un'atmosfera da "sognatori".


  

lunedì 5 novembre 2012

Pescando nel carrello di Ferru

ASSO
testi: Recchioni, Uzzeo/ disegni: Recchioni, Leomacs, Carnevale, Rossi Endrighi, Melaranci, Bertelé, Dell'Edera, Venturi, Simeone, LRNZ
NPE
128 pag., Colore, 15 €
★★★

Le recensioni del mio "carrello della spesa" di Lucca iniziano con Asso di Roberto Recchioni, un'opera annunciata, attesa e già ampiamente criticata prima della sua uscita. Seguo Roberto Recchioni da alcuni anni: è un autore che ho scoperto (come molti credo) leggendo l'ormai mitologica storia di Dylan Dog Mater Morbi e i vecchi numeri di John Doe. Questa sua raccolta di brevi racconti "autobiografici", inizialmente, non aveva suscitato in me la dovuta curiosità, ma tutto è cambiato quando il "RRobe" ha postato sul suo celeberrimo blog (un blog fenomenale) il "book trailer" del volume. La pubblicità influisce enormemente sulle nostre scelte e questa ne è la prova: sabato ho acquistato Asso e la sua lettura mi ha alquanto divertito. Peccato che lo stile di disegno di Recchioni non vada di pari passo con la sua qualità scrittoria, ma alla fine la collaborazione di artisti del calibro di Leomacs, Bertelé e Venturi alza notevolmente il livello grafico delle storie. Non è il capolavoro che molti fans aspettavano e lo sconsiglio ai moltissimi che odiano il Recchioni più "personale", mentre io me lo rileggo e lo ritrovo divertente.

PAPERINO E IL MISTERO DEGLI INCAS
testi e disegni: Barks
Rizzoli Lizard
240 pag., BN/Colore, 25 €
★★★★

Dedicato a tutti gli amanti dei paperi di Carl Barks, questo splendido libro raccoglie ben venti storie di Paperino firmate dal famoso maestro canadese. Volume accuratissimo sia nella forma che nel contenuto, si apre con un'interessante introduzione di Donald Ault, mirata ad approfondire sia il lavoro che la vita (per niente facile) di Barks. In appendice, un'utilissima guida-saggio delle storie presenti. Rapporto qualità prezzo impeccabile.

ELEKTRA ASSASSIN
testi: Miller/ disegni: Sienkiewicz
Marvel-Panini Comics
272 pag., Colore, 32 €
★★★★★

Dopo aver fatto capolino per poche ore nelle edicole italiane la scorsa primavera come numero 49 delle Leggende Marvel, il capolavoro partorito dal buon Frank Miller (qui solo "regista" e sceneggiatore) nel lontano 1986 non poteva sfuggirmi a Lucca, e sono riuscito a prenderlo ad un prezzo ragionevole. Mi ha letteralmente fulminato: è vero, tenevo le aspettative alte, ma non al punto di commuovermi in certi punti. Non mi meraviglio: lo stile di Frank Miller ha da alcuni anni un certo ascendente sui miei sentimenti. Non esiste una riga di troppo, i disegni di Sienkiewicz sono di una qualità e di una particolarità sbalorditive, e la storia è semplicemente magnifica. Si discosta dalle opere "revisioniste" che Miller aveva portato a termine fino a quel momento (Devil: Rinascita alla Marvel, Il ritorno del cavaliere oscuro alla DC), in quanto la vicenda che coinvolge Elektra non ha niente a che vedere con l'universo dei super-eroi, quanto con quello di esseri umani che  come tutti noi amano, soffrono e muoiono. La storia di questi due giovani innamorati (Elektra e Murdock, per chi non lo sapesse), il loro successivo incontro con Matt vestito da Devil e lei che è pagata per ucciderlo, la violenza che trasuda da ogni pagina coloratissima (il bianco e nero di Sin City è ancora lontano, così come la cupezza noir di Ronin) e la scrittura unica nel suo genere fanno assurgere Elektra Assassin al pantheon dei più bei fumetti di sempre.

31-12-1999
testi: Baldazzini/ disegni: Canossa
Granata Press
80 pag., BN, 9 €
★★★★

Amo la Granata Press e vanto una discreta collezione dei volumi che ha pubblicato fra il 1989 e il 1996 (anno della chiusura), collezione alla quale, grazie a questi giorni lucchesi, sono andati ad aggiungersi ben sei pezzi. Ne ho scelti due: il primo, è questo splendido fumetto underground che sembra uscito dalla Factory di Andy Warhol. L'idea di ambientare più storie la notte di capodanno era di Luigi Bernardi (storica autorità fumettistica a 360°), e ha dato i suoi maturi frutti in questi sette episodi dove un quadro di Lichtenstein (disegni paurosamente belli) viene calato in un'ambientazione cyperpunk. Un'opera romantica, tragica e coinvolgente. Oltre che incredibilmente rara.

FUOCHI
testi e disegni: Mattotti
Granata Press
68 pag., Colore, 40 € [variabile]
★★★★★

Pubblicata sulla collana "Suggestioni", questa graphic-novel venata da una poesia cui siamo generalmente poco abituati risulta essere, almeno a mio parere, il capolavoro di Mattotti. Capolavoro che è stato ristampato recentemente da Einaudi e continua ad essere acclamato da pubblico e critica come una delle opere che hanno più influito sul felice connubio fra mondo dell'illustrazione e mondo del fumetto vero e proprio. Nel suo genere, è un prodotto di altissimo livello, confezionato in modo impeccabile.